La copertina del "Time" sulla "persona dell'anno" del 2011
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Seconda parte della nostra intervista ad Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, sulla Primavera araba. Allarghiamo lo sguardo su una serie di attori, regionali e non, che influenzano in maniera significativa lo scenario in cui si gioca il futuro di diversi Paesi di Maghreb e Medio Oriente, in una situazione di instabilità tale da mettere a rischio il loro stesso futuro

 

(Segue. Leggi qui la prima parte)

 

Hai definito la Primavera araba un terremoto geopolitico. Quale può essere l’effetto principale di questo terremoto?

Gran parte dei Paesi di cui parliamo non sono in grado di controllare le frontiere. La forza delle milizie Tuareg in Mali è dovuta anche alla porosità delle frontiere libiche. E la situazione è analoga per Tunisia ed Egitto, che di fatto sta rinunciando a buona parte del Sinai. Stiamo assistendo al vero e profondo problema del Medio Oriente. Non vi è solo una transizione politica che sta aprendo fronti contrapposti di divisione nelle società, tra chi appoggia governi islamici e chi sostiene formazioni di stampo laico o civile. Non solo questa transizione è aggravata da una crisi economica dilagante, soprattutto in Egitto e Tunisia, con tassi di disoccupazione in forte crescita, un tema che non può che accrescere l’instabilità. Il punto chiave è che questi aspetti stanno mettendo in questione la stessa unità politica di questi Paesi. Lo snodo centrale non è la transizione politico-economica: dobbiamo chiederci se questi Paesi possono continuare a stare insieme così come lo sono stati sinora. Nella fase successiva alla decolonizzazione, questi Stati sono rimasti uniti con delle dittature durate 40-50 anni. Terminata questa fase, non solo occorre trovate nuovi Governi, ma anche delle buone ragioni per stare insieme all’interno dei vari Paesi. Molti analisti arabi stanno attualmente mettendo in luce questo aspetto. I Paesi di cui stiamo parlando ci saranno ancora in futuro sulle carte geografiche, così come li conosciamo adesso?

 

Tra tutti, qual è il Paese che vive maggiormente questo rischio?

Questo discorso vale soprattutto per la Siria. Non vi sono solo divisioni etniche (basti pensare ai curdi) o settarie/religiose (sunniti e sciiti, oltre al tema cristiani); vi è anche la questione dei territori del Golan, occupati da Israele nel ’67. La situazione attuale ha inoltre conseguenze su tutti i Paesi attorno alla Siria, e su tutti gli assetti internazionali: basti pensare che Russia e Cina sostengono Assad, mentre Usa, Gran Bretagna e Francia sono a lui avversi, assieme ai loro alleati arabi. E anche la stessa contrapposizione sciiti-sunniti si sta espandendo in tutto il Medio Oriente, Iraq in primis.

 

In tutto questo non abbiamo ancora citato l’Iran…

In questa contrapposizione sciiti-sunniti l’Iran si gioca la sopravvivenza del suo asse geopolitico, la mezzaluna sciita con il relativo problema del Golfo, in un anno chiave come quello delle presidenziali. Il punto è che siamo nel pieno di un conflitto che riguarda tutta la comunità internazionale e gran parte degli equilibri internazionali. Le trattative sul dossier nucleare iraniano non sono slegate a tutta la situazione mediorientale.

 

Un conflitto che riguarda tutta la comunità internazionale: un altro degli effetti della Primavera araba è stato quello di modificare l’approccio delle altre potenze rispetto alla regione mediorientale, Stati Uniti in primis.

Gli Stati Uniti sono attualmente in una fase di riflessione, volta a rivedere la propria presenza nella regione. Tendenzialmente, gli Usa non si vedono presenti in Maghreb, mentre diverso è il caso dell’Egitto, ed il recente viaggio di Kerry ne è testimonianza. I tre punti principali dell’attuale strategia americana sono i seguenti: 1) nessun coinvolgimento in Siria; 2) interessi limitati a due Paesi: Israele e Arabia Saudita; 3) intenzione di chiedere ad Europa e Paesi Arabi un maggiore impegno sui temi di difesa e sicurezza, dato che non c’è volontà di investire ancora molti miliardi di dollari. Per quanto riguarda l’Iran, il recente viaggio di Obama in Israele ha confermato come Teheran rimanga centrale, ed anche l’ipotesi di un negoziato diretto Usa-Iran non è attualmente da escludere. Va detto però che Obama ha anche rimarcato con forza la sua volontà di ripresa dei negoziati israelo-palestinesi, un obiettivo tutto sommato contrastante con la volontà del Governo del suo alleato israeliano.

 

Bahrainis protest in ManamaQuali altre potenze hanno un buon livello di influenza sulla regione?

Gli Stati Uniti sono sicuramente condizionati anche dalla Russia, che non è più la Russia arrendevole di qualche anno fa, ma una potenza militare ed economica mondiale che non ha intenzione di cedere sul Medio Oriente, visto come “mezzo” di negoziazione con gli Stati Uniti. La Russia ha ceduto sulla Libia, ma sulla Siria una possibilità analoga non è neanche presa in considerazione. La flotta russa tornerà con forza nel Mediterraneo. La Russia in Medio Oriente non chiede solo una transizione ordinata per la Siria; in gioco c’è una vasta area di interesse, un più ampio dossier strategico da coordinare con gli Usa, che si espande fino al Caucaso e all’Asia Centrale e che comprende i missili Nato puntati contro la Russia in Europa, gli apparati missilistici e i radar in Turchia contro Russia e Iran, lo scudo anti missile e quant’altro.

 

Ti aspetti in futuro qualche evento particolare che possa influenzare nuovamente gli equilibri regionali?

La questione chiave sarà il ritiro dall’Afghanistan nel 2014. Sarà una situazione difficile, molto tormentata, su cui andrà svolto un ragionamento importante, poiché vi saranno influenze sul comportamento della Russia, sul Pakistan, sull’Iran, e sul Medio Oriente in generale.

 

Anche la Cina sta giocando un ruolo? E a quale livello?

La Cina sta acquisendo una posizione importantissima nel Medio Oriente. La Cina è attualmente il principale importatore del petrolio iraniano, e a sua volta esporta in Iran e in altri Paesi della regione le sue merci, con uno schema che è stato applicato anche all’Africa. Certo vi sono dei dubbi sul fatto che la Cina possa divenire il sostituto dell’Occidente in Medio Oriente e in Africa. Ad esempio la Banca Centrale Nigeriana ha espresso forte scontento nei confronti della Cina, chiedendo di fatto la fine del “colonialismo cinese” in Africa. La Cina in generale non convince del tutto, sconta una considerazione ancora peggiore rispetto a Usa e Occidente, e a mio avviso finirà per essere “rifiutata”, come già avvenuto 5-6 secoli fa. Certo va aggiunto che tutto quanto discusso sinora va a legarsi anche con il quadrante Asia-Pacifico, che interessa gli Stati Uniti. Attorno a Cina, Coree e Giappone le tensioni aumentano con frequente intensità, e lì si va a giocare una partita chiave.

 

Insomma, una regione così piccola ancora una volta sembra poter influenzare i destini del mondo intero. Ma chi tra i vari attori può subire il coinvolgimento maggiore?

Tolto il Brasile, in crescita ma ancora con un peso geopolitico di minor rilievo (i “Brics” in quanto tali hanno insieme un peso economico, ma non geopolitico), abbiamo visto che esistono legami forti tra tutti gli attori in gioco. Le condizioni del Medio Oriente e del Mediterraneo hanno però in particolare una connessione fortissima con l’Europa. Non solo per una vicinanza geografica e per alcuni scenari che collegano le due aree (si veda la Francia con il Mali, un intervento di cui non si capisce quale possa essere lo sbocco). Il tema vero è se la crisi economica, sociale e politica che si sta aprendo in Europa non porterà proprio nel nostro continente il prossimo terremoto geopolitico, rischiando di finire noi stessi in condizioni che possano presentare alcune analogie con quelle dell’area mediterranea e mediorientale.

 

Alberto Rossi

Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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