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Presidenziali 2018, Brasile tra passato, Temer e futuro

In 3 sorsi – Il Brasile si appresta ad affrontare la tornata elettorale più importante degli ultimi anni. E ci arriva profondamente diviso e con schieramenti politici fluidi. Soffia il vento del populismo e sono ancora tante le emergenze da risolvere

1. PRESENTE; TEMER TRA ESPANSIONE E TAGLI DI RATING

Che il governo dell’attuale Temer non sia popolare è risaputo. Con un’approvazione popolare che lo colloca tra i leader meno apprezzati del paese, tra uno scandalo e l’altro, è sorprendente che il suo governo resista da quasi due anni, perlopiù approvando riforme tra le più rivoluzionarie e dure della storia repubblicana Brasiliana. Grazie all’appoggio strategicamente (e abilmente) costruito attorno alla sua figura in parlamento, si è sostenuto un progetto di ammodernamento del paese spinto da alcune grandi forze imprenditoriali. Il governo è stato cosi capace di adottare manovre controverse, quali il blocco della spesa pubblica in costituzione, una riforma del lavoro all’insegna della “flessibilità” e quella dell’educazione superiore.

Adesso il clima è leggermente diverso. Dopo anni di recessione, l’ultimo trimestre del 2017 ha segnato una leggera ripresa. Il Fondo Monetario Internazionale ha appena rivisto al rialzo (circa 2%) le stime per il 2018 e il ministro dell’economia Meirelles è ancora più ottimista in tal senso, date anche le buone congiunture economiche in materia d’inflazione e tassi d’interesse. Tuttavia, Standard and Poor’s ne ha da poco tagliato il rating creditizio da “BB” a “BB-“ e la situazione politica attuale è troppo incerta e concitata per garantire stabilità. Ne risente in tal senso lo stesso governo Temer, che, in parlamento, fa fatica a ottenere l’appoggio parlamentario necessario per approvare la riforma delle pensioni, suo cavallo di battaglia. Aumentare l’età pensionabile e gli anni di contributi necessari non appare, chiaramente, una mossa elettorale vincente agli occhi dei molti partiti reggenti il governo in questo momento. In una recente intervista Temer si è detto fiducioso riguardo una possibile approvazione. La sua capacità diplomatica, con qualche alleggerimento della proposta, potrebbero ribaltare la situazione. Altro progetto in cantiere, ma sempre legato alle dinamiche parlamentarie, è la privatizzazione del colosso dell’elettricità Eletrobras. Bocciata dalla giustizia federale, la riforma punta all’ottenimento di circa 12 milioni di reais attraverso un aumento di capitale e la vendita di parte delle quote pubbliche. Insomma, seppur già in clima elettorale e con la discussione mediatica concentrata su Lula, il momento politico che attanaglia l’attuale governo è tutt’altro che scontato.

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Fig. 1 – L’ex presidente Lula in un appassionato comizio 

2. PASSATO; LULA, LA GIUSTIZIA E LA SINISTRA

Risalgono al periodo che va dal 2011 al 2016 i fatti che hanno messo l’ex-presidente Lula in questa scomoda posizione. A partire dalla condanna in primo grado a 9 anni e sei mesi per corruzione passiva e riciclaggio di denaro, da parte dell’ormai celebre giudice Moro, il paese è spaccato sui concetti di democrazia e giustizia. Il caso vedrebbe coinvolto Lula nel ricevimento di tangenti, nascoste solo in parte come ristrutturazione di una casa da parte dell’azienda OAS, volte all’ottenimento di contratti di costruzione di raffinerie PETROBRAS, quindi statali. Da allora il popolo brasiliano è diviso in due, tra chi parla di secondo colpo di stato, dopo quello Roussef, e chi grida allo scandalo corruttivo. Il momento cruciale, ossia il giudizio di secondo grado, ha appena sentenziato contro Lula, aggravandone peraltro la pena a 12 anni. La condanna di Lula, che nei sondaggi è il candidato favorito dal popolo, ha scatenato molte proteste e lo stesso Partito dei Lavoratori dichiara la candidatura precedentemente sostenuta ancora valida.Lo scopo di breve termine è mobilitare una protesta senza precedenti e accumulare consensi, aspettando il giudizio della Tribunale Elettorale.

Tuttavia, al di là dei proclami, nonostante la remota possibilità di un terzo grado di giudizio favorevole, il partito si vedrà comunque costretto a scegliere un candidato alternativo. Tutto ciò sfruttando a livello simbolico la figura dell’ex-presidente, il quale potrebbe presto finire in prigione, e i movimenti popolari che ne scaturirebbero. Una via percorribile sarebbe sostenere altri candidati del centrosinistra, come Ciro Gomes, del Partito Democratico Laburista, che già ha lavorato nel primo governo Lula, o Marina Silva, di Rede. Oppure, spostandosi più a sinistra, Guilherme Boulos, leader del “Movimento dei Lavoratori Senza Tetto”, un collettivo che sostiene varie occupazioni in giro per il Brasile a sostegno del diritto abitativo. A questo punto il PT deve scegliere: sostenere rischiosamente Lula fino all’ultimo, oppure creare nuovo consenso da protesta da trasferire, in un momento adatto, a un altro candidato?

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Fig. 2 – Bolsonaro comincia a essere davvero popolare

3. FUTURO; L’UNICA CERTEZZA, JAIR BOLSONARO

Mentre la sinistra si aggrappa al passato, in una veste comunque rinnovata, gli altri partiti cosa fanno? Al di là dei vari piccoli partiti, che pur conteranno, sia al ballottaggio sia in parlamento, i due grandi blocchi che si ergeranno a contrastare Lula o chi ne farà le veci sono il “centrodestra” e il “Partito sociale Cristiano”, legato a Jair Bolsonaro. Per quanto riguarda il primo, la situazione è ancora in stallo e la confusione che si percepisce sta rendendo molto difficile trovare un candidato che possa arrivare a un ballottaggio per il governo. Temer ha già annunciato, come ovvio, di non volersi ricandidare, ma sta lavorando per trovare un nome che includa tutte le forze moderate in questione. Il nome più forte al momento è quello di Geraldo Alckmin, governatore di San Paolo, già candidato contro Lula nel 2006. In funzione di una coalizione più ampia e competitiva, sarebbe persino disposto ad appoggiare, alle elezioni regionali, un candidato di un partito diverso dal suo PSDB, che a San Paolo ha una storia di decenni di governo. Alckmin, politico apprezzato per capacità di governo e limpidezza, rischia di non attrarre minimamente la richiesta di cambiamento di una gran parte della popolazione. La sua figura calma e rassicurante potrebbe essere di peso in tal senso e i sondaggi lo danno tra il 7% e il 10%. Tuttavia, il piano B sembra non esserci. Il sindaco di San Paolo, Doria, si è appena tirato fuori, appoggiando Alckmin. Aécio Neves è finito “macchiato” da Lava-Jato e Henrique Meirelles, attuale ministro delle finanze, è troppo legato al destino dell’attuale governo per risultare una carta vincente della coalizione. L’unica alternativa credibile, elettoralmente parlando, è Jair Bolsonaro.

Personaggio controverso, 62 anni, ex paracadutista dell’esercito dal 1990 in parlamento, si è riuscito a ritagliare uno spazio importante nell’opinione pubblica recente, tanto che nei sondaggi si profila secondo candidato premier con più del 18% delle preferenze.Utilizzando il particolare clima politico, il sentimento anti-establishment e il ritorno di una certa visione militarista e nazionalista, Bolsonaro è riuscito a catalizzare il discontento grazie a uno stile diretto, scorretto e sensazionale, alla Trump, a cui lui stesso si paragona. A prescindere dai singoli gravi episodi sgradevoli a lui associati, il suo programma include la reintroduzione della pena di morte, meno controlli sulle armi e stop all’immigrazione. In campo economico ammicca alle élite in tema di apertura al mercato internazionale e flessibilità del mondo del lavoro, ma se ne discosta criticando la privatizzazione di Petrobras. Si propone come l’unica alternativa per il ripristino di uno stato di giustizia (con tutto ciò che ne consegue), mettendo dentro corruzione e criminalità, temi cardine dell’attualità brasiliana. Infine, seppur cattolico, grazie alle sue posizioni critiche in tema di aborto e diritti civili, ha saputo attirare consensi nel mondo evangelico, realtà in enorme crescita in Brasile. In un eventuale ballottaggio potrebbe cavarsela con chiunque, dato il clima fortemente polarizzato. In tutto ciò, staremo a vedere.

Mario Lorenzo Janiri

Un chicco in più 

Il sentimento di incertezza e spaesamento degli elettori brasiliani è alle stelle. Nomi di outsider che potrebbero “salvare” il paese sono all’ordine del giorno. Si vocifera un entrata in politica del famoso conduttore televisivo Luciano Huck. Moderato, ma allo stesso tempo popolare, vanta un seguito sui social media di 44 milioni di persone (5 volte quello degli altri candidati).  

Foto di copertina di PT Brasil Licenza: Attribution License