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Uno sguardo brasiliano sull’Iran (II): attentati e islamofobia

L’intenso legame con Teheran che ha caratterizzato il Governo Lula ha subito una inversione di rotta dal 2011, quando Dilma ha puntato su un riavvicinamento a Washington. A tale nuovo atteggiamento corrisponde l’islamofobia (e l’iranofoba) particolarmente marcata in Sud America

LULA E L’IRAN, PRIMA DELL’ISLAMOFOBIA

La politica estera di Luiz Inácio Lula da Silva (2003-2010), orientata ad enfatizzare il contenuto ideologico della difesa della sovranità nazionale e degli interessi nazionali alla ricerca di alleanze, ha puntato sul rafforzamento dei legami politici ed economici con Teheran, portando ad un notevole incremento di scambi con la Repubblica islamica accanto a proficui investimenti nel settore petrolifero. Il Presidente brasiliano ha lavorato intensamente con il triplice intento di difendere gli interessi iraniani, incrementare la partnership tra i due Paesi e aumentare la sua influenza come mediatore all’interno della comunità internazionale, nel costante tentativo di valorizzare la sua posizione di membro del G-20.

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Fig. 1 – Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad accoglie il suo omologo brasiliano Inacio Lula da Silva a Teheran, 16 maggio 2010. 

Il legame con l’Iran ha portato, tra i vari traguardi, alla firma di un accordo di libero commercio tra MERCOSUL e Consiglio di Cooperazione dei paesi del Golfo (CCG) nel 2008. Non va dimenticato inoltre che, sulla scia della salda amicizia con Teheran, nel 2010 Lula ha formalmente riconosciuto i confini della Palestina del 1967 in chiave anti israeliana, mossa che, nei suoi intenti iniziali, avrebbe dovuto contribuire alla creazione di un polo “socialista” latino americano, sostenuto dal Venezuela di Chavez. Gli sforzi di Lula, ricompensati da notevoli progressi nei rapporti bilaterali con l’Iran, hanno subito però durissime critiche in ambito nazionale e internazionale per il suo appoggio a Mahmuod Ahmadinejad, accusato da intellettuali e opinione pubblica di violazione dei diritti umani, oltre che per la strenua difesa al programma nucleare iraniano. Secondo l’analisi di J. L. Silva Preiss, lo sviluppo del programma nucleare nei due Paesi presentava una similitudine in quanto, nell’ottica brasiliana, era pensato come progetto energetico di pacifico utilizzo. Se precedentemente Lula aveva votato contro l’imposizione delle sanzioni all’Iran, quando, nel maggio 2009, in ambito ONU si dovette deliberare sulla revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, il Presidente, seppur contrariato, siglò il decreto che sanciva la regolamentazione del regime di non proliferazione andando contro gli interessi di Teheran.

IL CAMBIO DI PROSPETTIVA CON DILMA (E TEMER)

Se il Governo Lula aveva creato grandi aspettative nei confronti dell’Iran, la presidenza di Dilma Rousseff (2011-2016) ha da subito raffreddato gli entusiasmi del suo predecessore. Dilma si è astenuta dal rafforzare i legami con l’Iran, principalmente a causa delle sue esperienze personali, condite da ambizioni geopolitiche divergenti da quelle di Lula. Nel 1970 Dilma era stata arrestata, subendo diversi tipi di torture durante tre anni di carcere, per essersi unita a un gruppo rivoluzionario marxista contrario alle violazioni dei diritti umani e civili perpetrate sotto le dittature militari del Brasile (1964-1985). Tali esperienze, secondo quanto riportato da diverse fonti, hanno avuto un’impronta duratura sulle sue posizioni in ambito di politica estera. Fin dalla campagna elettorale la candidata alla presidenza del Brasile aveva chiarito che non avrebbe appoggiato l’Iran a meno che l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad non avesse affrontato seriamente il problema della violazione dei diritti umani nella Repubblica islamica.

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Fig. 2 – Dilma Roussef parla alla 68′ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York, 24 settembre 2013

All’allontanamento da Teheran hanno contribuito però anche le aspirazioni internazionali della presidentessa brasiliana, tra le quali spiccano l’obiettivo di rafforzare il legame tra Brasile e Stati Uniti e l’interesse ad allargare l’influenza brasiliana nelle maggiori istituzioni finanziarie internazionali, in particolare per quanto riguarda il Fondo Monetario Internazionale. Nonostante Brasile e Iran continuino a condividere interessi economici e geopolitici, il raffreddamento dei rapporti diplomatici ha influito negativamente anche sulle relazioni dell’Iran con gli altri Paesi latino americani. Il primo anno e mezzo di presidenza di Michel Temer non è invece stato caratterizzato, almeno per il momento, da ulteriori sviluppi sulla questione iraniana. È altamente improbabile, come sostengono fonti brasiliane, che le relazioni con l’Iran possano rientrare tra i principali obiettivi di un Governo indebolito dalle indagini giudiziarie sulla corruzione e dalla recente crisi che ha colpito, fra gli altri, anche le società che gestiscono la distribuzione energetica.

GLI ATTENTATI DI BUENOS AIRES E LE ACCUSE ALL’IRAN

Per poter analizzare la percezione che i brasiliani, e più in generale i sudamericani, hanno nei confronti dell’Iran è opportuno sottolineare quanto gli attentati che hanno colpito Buenos Aires nei primi anni Novanta abbiano contribuito allo sviluppo di un profondo e radicato atteggiamento islamofobo. I due sanguinosi attacchi terroristici avvenuti nella capitale argentina vengono definiti dagli studiosi come prima manifestazione della presenza di miliziani appartenenti al nucleo radicale di matrice sciita Hezbollah e provenienti in particolare dal Libano. Il 17 marzo 1992 un’autobomba fu fatta esplodere di fronte alla sede argentina dell’ambasciata israeliana, causando ventinove morti e duecentoquarantadue feriti, atto immediatamente catalogato come rappresaglia per l’uccisione del leader Hezbollah Abbas al-Mousawi, assassinato il 16 febbraio dello stesso anno durante un’offensiva militare israeliana in Libano. Due anni dopo, il 18 luglio 1994, Buenos Aires fu testimone di un secondo attacco: un furgone carico di tritolo esplose nel parcheggio seminterrato dell’edificio ospitante gli uffici dell’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA) e della Delegazione delle associazioni israelite argentine. Nel crollo dell’edificio persero la vita ottantacinque persone e centinaia rimasero ferite. L’esplosione viene ricordata come il più feroce atto terroristico contro la comunità ebraica argentina, la più numerosa dell’America Latina. Anche in questo caso i primi sospettati furono i gruppi Hezbollah presenti sul territorio, che secondo le autorità locali avrebbero agito con il supporto dell’Iran.

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Fig. 3 – Commemorazione del 23′ anniversario dell’attacco terroristico contro l’AMIA, Buenos Aires, 18 luglio 2017

Le indagini, portate avanti dal pubblico ministero Alberto Nisman e dal suo collaboratore Marcelo Martínez Burgos, sostennero tale tesi indicando, nel 2006, il Governo iraniano come mandante dell’attentato e le cellule Hezbollah attive in Sud America come esecutori materiali, sostenendo inoltre che l’attacco terroristico fu progettato nella rappresentanza della Repubblica islamica dell’Iran a Buenos Aires da parte di diplomatici e alti funzionari di Teheran (uno dei principali indagati fu Mohsen Rabbani, al tempo addetto culturale iraniano nella capitale argentina) e che l’attentato era da considerare una sorta di prolungamento della guerra a Israele in Sud America. Alberto Nisman, nel 2004 chiamato ad investigare sul caso che vedeva coinvolta la Presidentessa dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner (in carica dal 2007 al 2015), è stato trovato morto nel suo appartamento il 18 gennaio 2015. Il giorno seguente avrebbe dovuto depositare il dossier contenente le prove delle accuse alla Presidentessa di aver insabbiato le indagini sull’attentato. Secondo l’ipotesi di Nisman, a seguito della firma di un memorandum d’intesa con l’Iran, la Kirchner e il suo Ministro degli esteri Hector Timerman avrebbero volutamente coperto il coinvolgimento dei sospettati iraniani per ottenere prezzi di favore nelle forniture di greggio. Lo scorso dicembre il giudice Carlos Bonadio ha accusato l’ex Presidentessa, ora senatrice, e l’ex Ministro degli Esteri, di “tradimento della patria e occultamento di prove” chiedendo al Senato di revocarle l’immunità parlamentare per procedere con il processo.

ISLAMOFOBIA ALLA BRASILIANA

La messa in atto dei due attacchi terroristici in Argentina ha radicalmente compromesso la visione del mondo musulmano nei Paesi sudamericani causando un incremento esponenziale di episodi di pregiudizi e di razzismo nei confronti dei cittadini con passaporto mediorientale. A distanza di oltre venti anni è ancora vivo il ricordo dei momenti di paura legati agli attentati di Buenos Aires, e gli atti terroristici che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni hanno contribuito a rinsaldare il sentimento di islamofobia già fortemente radicato nella percezione dei latino americani. In Brasile, nazione in cui le comunità iraniane, così come quelle irachene, non sono particolarmente consistenti se paragonate al numero di cittadini provenienti da Siria, Libano e Palestina, la tendenza ad una visione anti islamica e anti iraniana dipendono principalmente da una diffusa ignoranza sulla posizione geografica dell’Iran, sulla sua lingua e sulle sue tradizioni, confondendo spesso l’immagine persiana con quella dei Paesi arabi.

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Fig. 4 – Preghiera nella moschea Al Imam Ali Eben Abi Taleb a Curitiba (Parana, Brasile) durante una protesta congiunta di fedeli sciiti e sunniti residenti in Brasile contro gli attacchi subiti nelle moschee in Iraq, 24 febbraio 2006

Un esempio della conoscenza comune brasiliana dell’Iran è testimoniato da un reportage  realizzato lo scorso autunno da una emittente locale, la Globo Report. Il resoconto del viaggio in terra iranica della giornalista e conduttrice del programma, diviso in due puntate, è particolarmente interessante per comprendere come sono visti l’Iran e gli iraniani nella percezione dei brasiliani mediamente (e scarsamente) istruiti. La reporter sostiene che “l’Iran è la nazione più chiusa al mondo” e che “la prima immagine che viene in mente parlando dell’Iran è quella di una nazione triste e chiusa, vessata da guerra e terrorismo” ma che, contrariamente alle aspettative, una volta giunta nel Paese, è stata estremamente sorpresa nello scoprire “un mondo magico e meraviglioso popolato da persone gentili e sempre sorridenti che amano conversare con gli stranieri e che si distinguono per la loro mentalità aperta“. L’ignoranza sull’Iran è testimoniata anche dalle affermazioni di molti Iraniani che, lamentandosi di essere continuamente considerati “terroristi” o di essere scambiati per “arabi”, rivendicano il riconoscimento del proprio valore all’interno della società brasiliana e si sforzano di promuovere un’immagine positiva della propria terra. Ne è un esempio Jaleh Hashemi, trentotto anni, sposata con un brasiliano, originaria di Bushehr (Iran) e trasferitasi a Rio de Janeiro nel 2012 per completare gli studi universitari che, raccontando la sua difficile integrazione da immigrata, afferma con forza di considerarsi “metà iraniana e metà brasiliana” ed di voler combattere contro l’idea errata che il Brasile ha dell’Iran.

Alice Miggiano

Un chicco in più

Per approfondimenti sul caso Nisman; qui è possibile leggere la trascrizione di un’intercettazione che sembrerebbe dimostrare la veridicità delle accuse del magistrato argentino. Sulle relazioni dell’Iran con il Sud America è interessante leggere questa analisi che riporta la questione in prospettiva israeliana 

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