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La green economy e le politiche ambientali nello spazio post-sovietico (Europa orientale, Caucaso, Asia centrale) sono un importante volano economico e sociale, capaci di attirare investimenti e partnerariati tanto quanto gli idrocarburi. Conscia del problema dell’inquinamento globale, la comunità internazionale non smette di spronare e sostenere i Paesi della regione verso una gestione più consapevole e più rispettosa delle proprie risorse naturali

ISTANTANEE DI UN PROBLEMA GLOBALE

L’orso polare denutrito che si trascina a fatica nei territori dell’isola di Baffin in Canada, prima di morire di fame e di stenti, oppure la decisione dell’Amministrazione Trump di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima (accordo globale ratificato con obiettivi differenziati nel tempo: limitare l’aumento di gas serra a 1,5° C subito e mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali a lungo termine). Sono solo alcune delle istantanee, che raccontano tempi moderni e difficili per la natura e per l’uomo. La comunità scientifica internazionale ha presentato una cospicua letteratura a tema cambiamenti climatici e inquinamento, come dimostrano gli ultimi risultati dello studio condotto dagli scienziati della University of Princeton in collaborazione con l’EPA (Environmental Protection Agency), pubblicati sulla rivista scientifica Atmospheric Chemistry and Physics nel marzo 2017. Tali risultati illustrano come la terra non abbia reali confini e come lo smog prodotto in Cina ed India abbia effetti collaterali persino negli Stati Uniti. La ricerca iniziata negli anni ’80 si è conclusa nel 2014, concentrandosi su 16 parchi nazionali come Yellowstone, Yosemite e Grand Canyon. Inoltre la definizione hot and wild data alla terra, nel report pubblicato dalla WMO (World Metereological Organization) in collaborazione con le Nazioni Unite, pubblicato nel 2016, per descrivere il fenomeno del riscaldamento globale, mostra come le possibilità di un futuro miglioramento delle condizioni climatiche siano sempre più lontane senza l’adozione di provvedimenti seri. Tra le varie forme di inquinamento, quello atmosferico risulta essere uno dei più determinanti per le sorti del nostro ecosistema. Questa forma di inquinamento consiste nella presenza di sostanze chimiche e gassose che modificano e alterano la struttura naturale dell’atmosfera terrestre. Tali sostanze derivano da fonti naturali e antropiche: le prime sono, ad esempio, eruzioni vulcaniche (SO2), incendi (PM10) oppure la decomposizione di composti organici come gli allergeni; quelle antropiche, invece, riguardano le attività dell’uomo che producono inquinamento dell’aria come ad esempio il traffico automobilistico e i gas prodotti dalle industrie. Nella letteratura meteorologica, sono classificati numerosi agenti chimici e gassosi dispersi nell’aria, tra cui i componenti dello zolfo (SO2), dell’azoto (NOX),del carbonio(CO) e gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici prodotti nella combustione di legna, nafta e gasolio). L’uso sconsiderato di tali sostanze inquinanti genera una serie di problematiche e alterazioni sia del ciclo naturale del nostro ecosistema che della salute dell’uomo, come dimostrato ad esempio dallo sviluppo del buco dell’ozono, che rischia di privarci di uno schermo naturale per le radiazioni ultraviolette (UV) provenienti dal sole.

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Fig. 1 – La città polacca di Cracovia avvolta da una fitta cappa di smog

IL POTERE SOSTENIBILE DEI SOCIAL NETWORK

Il quadrante dell’Europa orientale, del Caucaso e dell’Asia centrale è ricco di paesaggi suggestivi ma estremamente fragili, a causa di politiche ambientali poco sviluppate e valorizzate. Ad esempio, fino al 2012, i Paesi centroasiatici risultavano agli ultimi posti della classifica mondiale per la salvaguardia dell’ambiente contro cambiamenti climatici e inquinamento, come dimostrato dagli studi effettuati dall’EPI (Environmental Performance Index) che vedevano il Kazakistan al 129simo posto, l’Uzbekistan al 130simo e il Turkmenistan al 131simo. Il Tagikistan e il Kirghizistan, invece, hanno conquistato a sorpresa rispettivamente il 121simo e il 101simo posto. Secondo lo scienziato Angel Hsu dell’EPI, un risultato cosi’ negativo è dovuto ad una forte dipendenza dal carbone, impiegato nelle numerose centrali elettriche presenti nell’area, e dall’assenza di politiche a favore di energie rinnovabili. Una situazione drammaticamente riscontrabile nella vita quotidiana delle popolazioni locali: Astana, per esempio, è stata protagonista nel dicembre scorso di un grave fenomeno di inquinamento atmosferico denunciato su vari social network dalle foto-proteste dei suoi cittadini. Questi ultimi hanno ribattezzato la capitale kazaka Silent Hill (prendendo in prestito il titolo di un famoso film horror) a causa della fitta nebbia di smog presente in città, ponendo quindi nuovamente l’attenzione sul problema dell’inquinamento dell’aria in Kazakistan e sulla necessità di politiche ambientali all’avanguardia per risolverlo. Dal 2003 nell’area dell’ex blocco sovietico sono stati ratificati diversi programmi di cooperazione multilaterale per contenere e ridurre gli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento, promuovendo la green economy con programmi ad hoc come ad esempio la EECCA Environment Strategy (Eastern Europe, Caucasus and Central Asia) e la EaP Green (Eastern Partnership che indica le politiche ambientali dei Paesi partner dell’Unione Europea nello spazio post-sovietico) evoluto poi nel programma Greening Economies in the Eastern Neighbourhood, supportati da agenzie come UNDP (United Nations Development Programme), UNEP (United Nations Environment Programme) WHO (World Health Organization) e  WB (World Bank).

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Fig. 2 – Foto di gruppo dei partecipanti all’ottavo International Forum on Energy for Sustainable Development, tenutosi in Kazakistan nel giugno 2017

LA GREEN ECONOMY SI FA LARGO TRA GLI IDROCARBURI

Nel 2003, durante la Conferenza di Kiev, i Paesi partner dell’EECCA (Armenia, Azerbaijan,Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Repubblica della Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina ed Uzbekistan), hanno sottoscritto la volontà di sviluppare programmi di sostenibilità e una politica ambientale di riforma, cioè la EECCA Environment Strategy. Ma raggiungere una stabilità che implichi anche un reale miglioramento non è facile, poiché ci sono divari economici, geopolitici e di amministrazione importanti, che influenzati dalla corruzione, destabilizzano i programmi di sviluppo. Il ritardo registrato nell’applicazione di questi programmi è dovuto anche alla difficile reperibilità delle informazioni e alla relativa scarsa qualità delle stesse. Nello specifico, il programma EECCA prevede: lotta all’inquinamento attraverso incentivi statali; una gestione efficace dello smaltimento dei rifiuti, dei prodotti chimici e della relativa bonifica dei terreni contaminati; programmi di  sviluppo agricolo, silvicoltura e ridimensionamento del disboscamento illegale; monitoraggio dei bacini idrografici all’interno del programma Asian Water Development Outlook. Dal 2003 ad oggi sono stati registrati progressi in tutti i Paesi membri in particolare nella lotta all’inquinamento da rifiuti pericolosi attraverso stazioni di monitoraggio lungo le aree transfrontaliere. Il Kazakistan e il Kirghizistan hanno istituito la commissione per il bacino fluviale di Chu-Talas, promuovendone la salvaguardia, mentre la Bielorussia e la Russia hanno ratificato il Protocollo di Kyoto del 1997 per la lotta al riscaldamento globale. Il programma EaP Green (di cui fanno parte Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Repubblica della Moldavia ed Ucraina), istituito nel 2013, è un chiaro segnale che i Paesi del quadrante orientale europeo e del Caucaso vogliono essere all’avanguardia per quanto concerne la lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico. I dati raccolti dal 2013 ad oggi mostrano un programma per l’implementazione della green economy in forte espansione, seppur rallentato e influenzato dalle diverse situazioni geopolitiche di ciascun Paese partner. Dal suo avvio, il progetto Greening Economies in the Eastern Neighbourhood (EaP GREEN ) è stato un mezzo per sostenere i Paesi membri nel loro processo di sviluppo verso un economia verde, attraverso una migliore gestione del capitale naturale, in un contesto di maggiore produttività economica e competitività. L’EaP GREEN è finanziato dall’Unione Europea e sostenuto da OCSE (Organisation for Economic and Development), UNECE(United Nations Economic Commission of Europe), UN Environment (United Nations Environment) e UNIDO(United Nations Industrial Development Organisation). L’obiettivo generale del progetto è scegliere un’economia verde che sia a basso consumo di carbonio e che segua concetti sostenibili di produzione, consumo e inclusività sociale. Uno sviluppo che argina, quindi, il degrado ambientale e l’esaurimento delle risorse, trasformando la ricchezza naturale in forme di capitale, capaci di aumentare la produttività e la competitività delle diverse economie con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese. Inoltre il progetto mira ad aumentare gli investimenti nell’istruzione e nella divulgazione di materiale metodologico, legale e concettuale, in accordo sia alla consuetudine delle pratiche internazionali che alle condizioni e bisogni dei Paesi coinvolti. La Repubblica della Moldavia e l’Ucraina, ad esempio, hanno avviato lo sviluppo di strategie nazionali di green  economy e action plan come il SEA (Strategic Environmental Assessment) e l’EIA (Environmental Impact Assessment), capaci di migliorare le politiche ambientali e la crescita nazionale. Invece l’Azerbaijan, dopo la caduta dell’URSS, è diventato uno dei Paesi petroliferi più importanti dell’area caucasica e corridoio di transito strategico per l’esportazione degli idrocarburi verso l’Europa. Il boom economico derivante da questa scelta (crescita media annuale del PIL intorno al 15% tra il 2000 e il 2010) ha permesso a Baku di accedere allo status di economia a reddito medio-alto. Tuttavia, la creazione di un sistema economico diversificato e sostenibile rimane una priorità per il Paese, come dimostrato sia dalla buona gestione del settore agricolo (7% del PIL nazionale) che dai progressi in quello delle energie rinnovabili (3,3% del PIL nazionale). Al contempo si sta lavorando per ovviare alla distribuzione non uniforme delle risorse idriche e per combattere l’inquinamento delle falde acquifere e delle acque superficiali dovuto alla mancanza di trattamento delle acque reflue. Recentemente il Governo azero ha presentato diversi programmi per le politiche ambientali tra cui Azerbaijan 2020: Look to the Future, documento politico che propone un nuovo corso nell’espansione efficiente per gli anni 2015-2020. Il programma Strategic Roadmap, presentato nel 2016 dal Ministero dell’Economia, ha invece l’obiettivo di diversificare l’economia attraverso l’agricoltura, le PMI, e servizi come la produzione, il turismo, la logistica e il commercio.

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Fig. 3 – Minatori al lavoro in un giacimento di carbone di Pavlograd, nell’Ucraina orientale. La dipendenza economica di molti Paesi ex sovietici dai combustibili fossili continua a rappresentare un serio ostacolo sul loro cammino verso la green economy

Nel frattempo la Bielorussia, seppur colpita da diverse recessioni negli ultimi anni, ha presentato un’agenda nazionale che prevede una strategia capace di valorizzare l’introduzione della green economy e la promozione di consumi e produzioni sostenibili fino al 2030. Il programma, adottato nel  dicembre 2016, ha l’obiettivo di migliorare lo sviluppo del settore dell’agricoltura biologica, regolamentare la produzione di energia rinnovabile efficiente, promuovere fondi per la causa verde attraverso la revisione della legge sugli appalti pubblici, promuovere il turismo ecologico e l’educazione per uno sviluppo sostenibile. Per quanto riguarda la Georgia,invece, essa ha perseguito con costanza diverse politiche ambientali sin dai primi anni 2000, ottenendo risultati positivi grazie alla produzione di energia idroelettrica e all’uso dei biocarburanti. Inoltre il Governo georgiano intende dare ulteriore forza alle sue politiche ambientali attraverso riforme come il National Environmental Action Plan sviluppato negli anni 2012-2016 e la strategia Georgia 2020, che include la promozione della crescita verde come come obiettivo chiave. Tblisi ha concluso un accordo con l’Unione Europea di partenariato nel 2014, entrato poi in vigore nel 2016. Esso comprende gli obiettivi relativi allo sviluppo sostenibile, all’ambiente e introduce un regime commerciale preferenziale che dovrebbe favorire la graduale integrazione economica del Paese nel mercato europeo. Il progetto EaP Green, quindi, sostiene le azioni dei Paesi post-sovietici per un’ecologia delle politiche pubbliche, rendendo più efficaci i loro approcci gestionali e aiutandoli a progredire verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Tuttavia il percorso verso una green economy locale e globale, seppur con le migliori intenzioni, resta pieno di ostacoli da superare a causa della mancanza di efficaci politiche di transizione all’economia verde e di errate valutazioni ambientali. Ecco perché programmi come l’EaP GREEN o eventi come la firma dell’Accordo di Parigi sul clima, rappresentano importanti input per promuovere le politiche necessarie alla salvaguardia del nostro pianeta.

Sara Barchi

Un chicco in più

Il termine green economy (o economia verde) indica un’economia con un impatto ambientale contenuto. Pur fondandosi sulla tecnologia e sulla conoscenza scientifica, la green economy non può essere concepita come un’economia dipendente esclusivamente da energia pulita e rinnovabile: è necessario, allora, che sia le fonti fossili che quelle alternative, combinate nella giusta quantità, contribuiscano al soddisfacimento del bisogno energetico di un Paese, rispettando e proteggendo la biodiversità, producendo in modo sostenibile, senza penalizzare le generazioni future e la salute dell’uomo.

Foto di copertina di Activ Solar Licenza: Attribution-ShareAlike License