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A più di un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca è possibile fare riflessioni approfondite sulla nuova amministrazione, sulla situazione interna degli Stati Uniti, sulla loro politica estera e sulle possibili evoluzioni future. Abbiamo intervistato in merito il professor Massimo de Leonardis, ordinario di storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica

1. L’elezione di Donald Trump ha sorpreso il mondo. Quali sono le ragioni che hanno consentito tale esito largamente inaspettato? Come ha vinto Trump?

Correggerei il “largamente”. Diversi commentatori (me compreso: Le elezioni presidenziali americane, in Radici Cristiane, n. 117, settembre 2016, pp. 4-5.) non avevano escluso la sua vittoria. Potrei limitarmi a dire che chiunque avrebbe vinto contro Hillary Clinton, largamente detestata perché la Clinton è vista come una navigata opportunista succube di Wall Street e artefice di una politica estera fallimentare. Ostentava il nome del marito, invisa per questo alle femministe; il machismo di Trump era sgradito all’Upper East Side newyorkese ma era sintonia con l’America profonda. I repubblicani storici che non lo hanno votato sono stati compensati dai democratici che lo hanno preferito per la sua immagine di outsider visionario (un fenomeno già visto con i Reagan democrats). Sul piano dei valori, contro la super abortista Clinton, stando ai sondaggi, nonostante il suo scarso appeal presso gli ispanici, Trump avrebbe ottenuto il 52% del voto cattolico, che in passato si era espresso in maggioranza per Obama, e addirittura l’81% degli evangelici. Tra gli sconfitti va dunque annoverato anche Papa Bergoglio che si era spinto a bollare come «non cristiano» il miliardario newyorkese. La sua politica estera è ispirata al motto “America First” (ripreso dai neo-isolazionisti del 1920), ossia l’interesse americano è al primo posto e gli alleati non possono più contare sul sostegno diretto di Washington per risolvere i loro problemi; soprattutto gli Stati Uniti non devono più contribuire in maniera preponderante alle spese della NATO, posizione peraltro condivisa anche da Obama. In politica interna Trump ha interpretato il malumore del ceto medio bianco in difficoltà economiche. Nel lungo periodo Trump porta alle estreme conseguenze tendenze ormai almeno ventennali che vedono gli Stati Uniti riscoprire il loro tradizionale unilateralismo, che durante la Guerra Fredda aveva lasciato il posto ad un multilateralismo di facciata.

2. La società civile americana è più polarizzata che mai. Nel breve-medio periodo intravede possibilità di riconciliazione o la tendenza verso l’estremizzazione dell’elettorato continuerà?

La Presidenza Obama aveva già polarizzato l’America, aggravando il problema razziale. Ciò Foto del docentedetto, la posizione di Trump in politica interna è assai meno precaria di quanto viene presentata al pubblico italiano da commentatori a lui ostili. L’economia cresce, sono stati creati un milione di posti di lavoro, la disoccupazione è al 4,3%, la più bassa degli ultimi sedici anni, aumentano anche i salari (dello 0,3% a luglio rispetto allo 0,2% del mese precedente), è stata varata una forte riduzione delle tasse anche per il ceto medio. L’America profonda sostiene Trump, un populista al governo, poco curandosi delle preoccupazioni delle élites liberal. Certamente fino alle elezioni di mid-term del prossimo novembre Trump verrà tenuto sotto pressione, ma i democratici non hanno né una politica né una personalità da contrapporgli: non può certo essere Oprah Winfrey.

3. I leader europei hanno reagito con scetticismo all’elezione di Trump. Qual è lo stato delle relazioni tra Europa e Stati Uniti? Cosa possiamo attenderci dai prossimi anni?

Lo stato delle relazioni euro-atlantiche è peggiorato dopo la Guerra Fredda. In una certa misura era probabilmente inevitabile, visto il radicale mutamento del sistema internazionale. Tutti i Presidenti hanno mirato a mantenere la leadership USA, alcuni praticando verso l’Europa, intesa come UE, una politica di benign neglect, come Clinton e Obama. L’ultimo presidente che ha riconosciuto pienamente l’importanza strategica della partnership tra le due sponde dell’Atlantico è stato Bush Jr., dopo che la rottura sull’Iraq del 2003 con la “vecchia Europa” fu sanata. Obama, del tutto comprensibilmente, ha messo in primo piano l’Asia e Trump continua sulla stessa linea. L’Europa, indebolita dalla secessione britannica, e priva di governi forti nella sua parte occidentale, a parte per ora la Francia di Macron, appare smarrita e poco rilevante.

4. La politica mediorientale di Trump è in parziale discontinuità con quella di Barack Obama. Quali sono i tratti principali della nuova impostazione statunitense? Come va letto il riconoscimento di Gerusalemme capitale in questo contesto?

Premesso che Obama con l’altalenante e illusoria politica verso le “primavere arabe” non ha ottenuto nulla, Trump ne ha rovesciato l’impostazione benevola verso l’Iran, puntando sul cavallo Saudita e sunnita. Una scelta che si presta a infinite obiezioni e potrebbe dare frutti buoni o cattivi. Comunque gli Stati Uniti da tempo non hanno più la capacità di esercitare un’influenza determinante nell’area, dove la Russia si è riaffacciata e la Turchia non è più un alleato affidabile. La decisione su Gerusalemme, che attua quanto stabilito già nel 1995 in maniera bipartisan, ha fatto molto rumore, ma non credo avrà grandi conseguenze negative.

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Fig. 1 – Giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca

5. Le relazioni con la Russia, nonostante le attese di molti, non sono state molto più distese rispetto ai tre anni appena trascorsi. Per quale ragione? Come si evolveranno nei prossimi mesi?

Trump è sotto ricatto per la vicenda, a mio giudizio, surreale e inconsistente del Russiagate. Tante “Alici nel paese delle meraviglie” sembrano ignorare che da almeno settanta anni Washington e Mosca cercano di influenzare le elezioni in Paesi ritenuti importanti per la loro politica estera; prove che la Russia abbia ecceduto non ne sono emerse. Comunque l’establishment politico-militare, la vecchia guardia del partito repubblicano, il “complesso militar-industriale” (espressione coniata da Eisenhower) sono animate da sentimenti anti-russi. La “minaccia” russa serve anche a garantire cospicue commesse alle industrie belliche e a dare un senso alla NATO, che altrimenti sarebbe priva di un vero scopo, dopo che Obama al vertice di Newport del 2014 ha segnato la fine delle missioni “fuori area”. Trump non appare avere la forza, la visione strategica e i collaboratori per imporre una svolta.

6. Il 2018 è anno di mid-term in America. Il passaggio della riforma fiscale ha indubbiamente galvanizzato i repubblicani ma la strada per la vittoria non è semplice. Le chiedo una previsione difficile: quale sarà il risultato del partito del Presidente e quali esiti avrà?

Non ho la sfera di cristallo e a distanza di 10 mesi gli scenari sono imprevedibili. Mi limito a dire che non escludo per nulla una conferma della maggioranza repubblicana, sicuramente alla Camera dei Rappresentanti, ma forse anche al Senato e tra i governatori.

7. La vittoria di Trump è stata ottenuta anche cavalcando un’agenda protezionista. Come si può leggere la figura di un magnate dell’industria con interessi globali che persegue politiche di protezionismo economico? Che impatto avranno sul suo Paese e sul mondo?

Non so fino a che punto gli interessi delle imprese di Trump siano “globali”. Trump ritiene di poter “strike a better deal” per l’economia americana per mezzo di negoziati bilaterali e non attraverso il multilateralismo. Il protezionismo è un filone da sempre presente nella politica americana ed è la classica ricetta a cui ricorrono le economie in difficoltà. Se funzionerà, per gli Stati Uniti, nel lungo termine, è prematuro valutare.

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Fig. 2 – Trump parla ad Atlanta al meeting NRA

8. Quanto di George W. Bush e quanto di Ronald Reagan si trova nell’amministrazione Trump?

Direi poco. Reagan era anch’egli molto sottovalutato all’inizio, ma era un politico esperto, di grande capacità comunicativa, dotato di una visione strategica e di coerenza ideologica; tutte doti che appaiono carenti in Trump. Bush aveva anch’egli solidi principi e non era affatto così stupido come è stato descritto. L’11 settembre 2001 fu un evento di portata epocale; Trump, per ora, non si trovato ad affrontare nulla di simile.

9. Può tracciare una breve panoramica del primo anno della presidenza Trump?

In politica interna si riscontra una linea coerente in sé e con le promesse elettorali, anche se attuata talora in maniera maldestra. Per la Corte Suprema è stato scelto Neil Gorsuch, un giudice conservatore dotato di credenziali impeccabili, che del resto ha sostituito lo scomparso Antonin Scalia di uguale profilo, garantendo una maggioranza contraria a interpretazioni evolutive della Costituzione e alla codificazione come “diritti” delle più innaturali (svariate? varie?) passioni. Nella stessa linea vanno la sospensione dei finanziamenti federali alla famigerata organizzazione Planned Parenthood, tanto cara a Hillary Clinton e a Obama, fautrice dell’aborto su larga scala fino alle ultime settimane di gravidanza, e la partecipazione il 27 gennaio 2017 del Vice Presidente Mike Pence alla annuale March for Life antiabortista a Washington. Non senza problemi, è iniziato il cammino per abolire la riforma sanitaria introdotta da Obama e si sono prese misure per limitare l’immigrazione. Altresì è stata varata una drastica riduzione fiscale alle imprese per “pompare l’economia”, secondo l’espressione usata dal Presidente; se può apparire un regalo a Wall Street incoerente con l’immagine che di sé voleva dare il candidato, essa mira a creare nuovi posti di lavoro. Il primo anno della presidenza Trump ha in effetti registrato un calo notevole della disoccupazione, come ho già rilevato. In politica estera lo stile della leadership dell’Aquila appare ancora confuso. Non regge comunque, a mio giudizio, la contrapposizione tra il “simpatico” Obama e il “ruvido” Trump. È vero che con Trump «gli Stati Uniti hanno ufficialmente dismesso l’abito multilaterale e optato per la classica diplomazia dell’equilibrio», ma non va dimenticato che «il multilateralismo di Obama non era solo un’opzione metodologica per regolare le eventuali tensioni tra i diversi attori delle relazioni internazionali, ma un sistema mediante il quale Washington intendeva perpetuare – attraverso regole e strutture istituzionali – un ordine basato sulle proprie preferenze e sui propri interessi, attuali e prospettici». Questa considerazione vale in generale. Il rimpianto per il multilateralismo attribuito ai precedenti presidenti americani, in particolare al furbo Clinton, era un leit motiv che dopo l’11 settembre 2001 si accompagnava alla denuncia dell’unilateralismo di George W. Bush. Credo di aver dimostrato due miei volumi (Europa-Stati Uniti: un Atlantico più largo?, Milano, Franco Angeli, 2001 e Alla ricerca della rotta transatlantica dopo l’11 settembre 2001. Le relazioni tra Europa e Stati Uniti durante la presidenza di George W. Bush, Milano, Educatt, 2016) come tale visione fosse distorta, che gli Stati Uniti sono sempre stati “unilateralisti” e che il multilateralismo era solo cosmetico o, per dirla in maniera più scientifica, egemonico. Un ridimensionamento della “rottura” rappresentata da Trump emerge anche considerando i rapporti con la NATO e l’UE. Il burden sharing tra Stati Uniti ed Europa è un vecchio e irrisolto problema, sollevato in maniera più o meno forte a seconda delle esigenze del momento da tutti i presidenti americani del Secondo dopoguerra. La scarsa fiducia o meglio il benign neglect di Washington verso le capacità, in primis militari, dell’Unione Europea sono anch’essi una costante di tutti i presidenti americani post Guerra Fredda. Alcuni, come Clinton e Obama, li hanno solo mascherati dietro buone parole. La noncuranza di Trump è solo più sprezzante. In generale l’elezione di Trump aggiunge un ulteriore elemento alla crisi dell’ordine liberale occidentale, sottoposto a sfide interne ed esterne. L’ordine liberale occidentale ha certo i suoi meriti, ma il tentativo di estenderlo ulteriormente grazie alla vittoria nella Guerra Fredda ha creato conflitti e instabilità. Ordine liberale occidentale ed egemonia americana sono un binomio assai stretto: ma «ogni egemonia è, per definizione, temporanea» e Tout empire périra come recita il titolo di un’opera del grande storico diplomatico Jean-Baptiste Duroselle.

Ringraziamo il professor de Leonardis per la cortese concessione della presente intervista.

Simone Zuccarelli

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Massimo de Leonardis è professore Ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali e Docente di Storia dei Trattati e Politica Internazionale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Presidente della International Commission of Military History, Direttore dei Quaderni di Scienze Politiche e membro dei Comitati Scientifici di svariate collane, riviste e
centri studi.

Qui un elenco delle sue pubblicazioni.

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Simone Zuccarelli

Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche. 

A ciò si è aggiunta la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO che sfociata nella fondazione di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Executive Vice President di YATA International e Coordinatore Nazionale del Comitato Atlantico Italiano.

Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Qui al Caffè scrivo su area MENA, relazioni transatlantiche e politica estera americana. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!