Puoi leggerlo in 9 min.

Roza Otunbayeva è stata Presidente del Kirghizistan dal 2010 al 2011. In questa intervista esclusiva per Il Caffé Geopolitico, ci racconta la sua intensa vita politica e le sfide che il suo Paese dovrà affrontare nel prossimo futuro.

Nella prima parte del colloquio con Christian Eccher, avvenuto a Bishkek lo scorso 6 novembre, Otunbayeva parla della nascita del Kirghizistan dopo la dissoluzione dell’URSS e dei primi difficili passi compiuti dalla repubblica centro-asiatica verso la democrazia

Quando ha avvertito l’esigenza di occuparsi di politica? Ai tempi dell’Unione Sovietica non era cosa comune e scontata che una donna facesse carriera nelle istituzioni politiche…

Noi viviamo ancora in una sorta di Unione Sovietica contemporanea, capisce cosa voglio dire? All’epoca, quando il Kirghizistan era parte della Federazione Sovietica, tutti si occupavano in qualche modo di politica. Io ho lavorato qui a Bishkek dal 1986 al 1989, ero la sostituta del Presidente del Consiglio dei Ministri kirghiso. Qualcosa di simile alla carica dell’attuale Vice-Primo Ministro. Naturalmente, allora non esisteva un Ministero degli Affari Esteri indipendente: tutte le decisioni arrivavano da Mosca, dalla piazza Smolenskaja. Noi formalmente facevamo parte del Ministero degli Affari Esteri. Ho finito l’Università a Mosca e dopo gli studi sono tornata in Kirghizistan dove ho insegnato Filosofia all’Università Nazionale Kirghisa. Da noi funzionava così: ti coinvolgevano nelle cariche e nei lavori del Partito e così è succeso a me nel 1979, quando sono stata chiamata a lavorare per il Partito. Lavoravo nella sezione del quartiere “Lenin” di Bishkek. Poi sono passata al Comitato Centrale Cittadino e allo stesso tempo ero anche segretaria della sezione del Partito di Bishkek. Nel 1985, Gorbachev ha preso il potere. Io ero stata da poco a Mosca e l’avevo incontrato. Così, nel 1986 mi hanno sospeso dalle cariche cittadine che ricoprivo a Bishkek e mi hanno chiamata dal Governo centrale kirghiso e sono diventata Vice-Premier, Ministro degli Affari Esteri (sempre della Repubblica Socialista Sovietica Kirghisa, ndr). Per tre anni. Lei capisce, da tanto tempo ero in politica in Kirghizistan… Ero già stata deputato del Consiglio della Repubblica Kirghisa (all’epoca parte integrante dell’URSS, ndr). Nel 1988 Shevardnadze mi ha chiamata a Mosca, al Ministero degli Affari Esteri dell’URSS. Ho vissuto a Mosca tre anni e sono stata Rappresentante dell’Unione Sovietica presso l’UNESCO. Il direttore generale era uno spagnolo, Federico Mayor, un grande intellettuale (Federico Mayor Zaragoza (1934) è stato direttore dell’UNESCO dal 1987 al 1989. È un affermato ricercatore in campo biochimico, nonché diplomatico, politico e poeta, ndr).

All’epoca in cui ero Vice-Premier qui in Kirghizistan, preparavamo il Forum di Issyk-Kulj: Gorbaciov, la “perestroika”, le idee riformiste. Lo scrittore Chingiz Aitmatov era uno degli intellettuali che avevano contribuito a formare queste idee, insieme ai suoi aiutanti. Io, in qualità di Vice-Premier, ho fatto tutto il necessario perché si tenesse il Forum di Issyk-Kulj (Il Forum di Issyk-Kulj fu organizzato dallo scrittore Chingiz Aitmatov e vide protagonisti i rappresentanti della cultura mondiale: Federico Major, Lisandro Otero, Augusto Fortis, Arthur Miller, James Baldwin…, ndr). Dopo il Forum, gli intellettuali andarono a Mosca dove si incontrarono con Mikhail Gorbachev..  Era il 1986. Solo dopo sono andata a Mosca. Lavoravo all’UNESCO, ma Shevardnadze ha comunque deciso di nominarmi membro del collegio del Ministero degli Affari Esteri. Era un periodo molto particolare, il tempo della perestroika. Insieme a me, lavoravano tutti i giganti della diplomazia sovietica. Sono già tutti morti adesso, ma all’epoca per me è stato un onore ritrovarmi vicino a loro, ascoltarli e partecipare alle loro discussioni… In quel tempo la Germania si è riunificata, l’URSS ha cominciato la guerra in Afghanistan, tutta l’Europa centrale era sotto il controllo e la linea politica dell’URSS. Lei capisce, sarebbe impossibile raccontarLe tutto ciò che è successo allora. Di tutti questi avvenimenti si discuteva da noi al Ministero degli Esteri, solo dopo i dibattiti i risultati delle nostre discussioni andavano al Comitato Centrale del Partito. A proposito: ultimamente ho letto l’ultimo libro di Gorbachev e vedo che non scrive nulla di Schevardnadze e di quello che a questo grande uomo è successo all’epoca e negli ultimi anni della sua vita. Eppure ho passato molte ore con lui, ci si sedeva e si parlava moltissimo di tutto ciò che succedeva a livello di politica interna… Poi Gorbaciov mi ha nominato Ambasciatore dell’URSS in Malesia. Nonostante da tre anni fossi nell’apparato di governo, volevo andare altrove… E volevo andare proprio nel 1991. Era l’ottobre di quell’anno, avevo il permesso di Gorbachev, e a dicembre l’URSS si è dissolta.

Fig. 1 – Conferenza stampa di Roza Otunbayeva | Foto: Aynagulj Saparbjek

Era dicembre, sì. Come dimenticarlo.

All’epoca vivevamo una condizione sospesa, eravamo fra cielo e terra. Ho ricevuto la proposta di tornare indietro al Ministero. E sono tornata. Non volevo essere Ambasciatore della Russia in Malesia e in Brunei, dato che l’Ambasciata copriva entrambi i Paesi. Per me era importantissimo tornare indietro, non tanto a Mosca, quanto in Kirghizistan. Nel febbraio del 1992 ero di nuovo a Bishkek. All’epoca, avevamo un Parlamento locale molto forte, in grado ancora di incaricare i Ministri. Io ho ricevuto l’incarico e mi sono messa subito al lavoro. Noi avevamo un gruppo di lavoro estremamente giovane e inesperto agli Affari Esteri. Cos’è successo? Vede, per noi all’epoca era molto importante Washington, perché noi siamo diventati membri della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale. La mia firma si trova in calce a tutti questi accordi, e a tutti gli altri che stabiliscono rapporti diplomatici con altri Paesi. Sostanzialmente, noi abbiamo inserito il nostro Paese nella carta geografica mondiale. Si è trattato di un periodo estremamente particolare, che richiedeva enormi responsabilità; c’era anche un deficit di quadri diplomatici, le persone che esattamente sanno cosa bisogna fare in determinate circostanze. Ecco, anch’io ho dato il mio contributo ma la situazione economica era catastrofica… A stento siamo sopravvissuti, perché ci eravamo staccati dalla Russia e dovevamo arrangiarci. Ed ecco che la Banca Mondiale e l’FMI hanno cominciato a elargirci dei crediti e delle risorse finanziarie. Per questo era necessario andare a Washington. Naturalmente, l’America si presentava come il leader della democrazia in tutte i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (gli Stati successori dell’URSS, ndr). Alla vigilia del mio viaggio, Baker aveva già visitato tutti i Paesi dell’ex URSS (James Baker Segretario del Tesoro degli Usa, ndr). Così sono andata negli Stati Uniti… Fu Akayev a mandarmi a Washington come Ambasciatrice (Askar Akayev, Presidente del Kirghizistan dal 1994 al 2005, ndr). La Casa Bianca era la chiave perché potessimo ottenere tutto quello che era necessario. Era il 1992, il 4 luglio, da loro è festa, io ero già lì. Ho cominciato subito a lavorare. Siamo entrati nella Banca Centrale, nel FMI con gli Stati Uniti… Gli USA ci hanno dato un grandissimo aiuto umanitario, molto grande per quel tempo, ne avevamo un bisogno assoluto. Così abbiamo cominciato a costruire il rapporto con loro. Sono andata in ogni Stato della Federazione, ho fatto conoscere il Kirghizistan. Era il 1994, ero Ambasciatore. Sarei rimasta negli Usa ma a Bishkek non riuscivano a mettersi d’accorso su chi nominare Ministro degli Affari Esteri.

Insomma, per farla breve: nel 1994 son dovuta rientrare. Ho lavorato come Ministro fino al 1997. Anche questo è stato un periodo molto intenso. Immaginatevi uno Stato appena nato… Bisogna creare, mettere in piedi tutto l’apparato statale. C’erano un’infinità di problemi… L’Azerbaijan e l’Armenia, le cui tensioni esistono ancora oggi, l’India e il Pakistan…E ognuno di loro voleva essere riconosciuto da noi, per cui bisognava continuamente cercare una soluzione, a questo si aggiungevano i problemi nostri, quelli interni. In qualche modo si andava avanti, ma era già il 1997; il potere era diventato una cosa privata che riguardava solo la famiglia Akayev. La moglie del Presidente si occupava di tutte le questioni relative ai quadri dirigenti e io cominciavo a dire a me stessa: “No, così non va…”. Ogni tanto mi chiedono: “Perché siete così, voi kirghisi?”. Noi siamo un popolo abbastanza sincero e allo stesso tempo prendiamo un po’ tutto per oro colato. Allora, negli anni Novanta, abbiamo accettato la democrazia, l’abbiamo inseguita… E ancora oggi è così. C’è un forte interesse e un forte impegno per la democrazia, soprattutto fra i giovani. Proprio nel nostro Paese, dove non ci sono neppure grosse risorse economiche, naturali… Noi dobbiamo alzare la testa, trovare altro materiale che non sia quello economico per costruire la democrazia. E alla fine siamo riusciti a svilupparci, ad andare oltre. Per me era però allora inaccettabile ciò che faceva Akayev. Io ho fatto tutto il possibile perché il mio Paese acquistasse di importanza in Occidente e in America come Paese democratico in grado di funzionare da solo. Bisogna dire che Akayev, come leader, era davvero abbastanza orientato verso la democrazia all’inizio del proprio mandato. Ma capite, la direzione del Paese era nelle sue mani e così… Non ha retto, non ha retto alla tentazione del potere… I beni materiali, come dire, lo hanno sopraffatto. Era un semplice ricercatore universitario agli esordi, si è stancato, forse non era in grado di fare bene il suo mestiere, per cui è diventato Accademico, poi Presidente dell’Accademia… Di colpo, è entrato nel Partito e ha fatto carriera, è diventato deputato del Parlamento di Gorbachev che all’improvviso lo ha nominato Presidente (del Kirghizistan, ndr). Per questo poi si è trasformato in quello che è, insomma, non era affatto pronto a prendere il potere.

Fig. 2 – Roza Otunbayeva con il suo successore Almazbek Atambayev, Presidente del Kirghizistan dal 2011 al 2017 | Foto: Aynagulj Saparbjek

Il popolo gli credeva, tutti dicevano: “Ecco, ha cominciato a fare le riforme, le porterà a termine!”. In ogni caso, non era possibile protestare contro di lui, era il 1997 e da noi non si era ancora formata una vera opposizione. La democrazia però funzionava in qualche modo, almeno c’era libertà di parola… Si ricostruiva il Paese in chiave di economia di mercato. In ogni caso, era impensabile andare contro Akayev, andare in direzione opposta a quella dell’acqua della cascata non aveva senso. Per questo ho pensato che sarebbe stato meglio andare via, non potevo accettare una situazione simile… Non ne potevo più di lavorare ancora con Akayev. Me ne sono andata. Il Presidente non mi voleva lasciare andare, mi chiedeva: “Perché, cos’è successo?”. E così sono andata a Londra in qualità di Ambasciatrice. 5 anni ho lavorato in Inghilterra. Nel 2000, Akayev si è di nuovo candidato alla presidenza e si è praticamente eletto da solo. Non aveva senso tornare a lavorare nel suo entourage. Così sono andata in una missione di pace con l’ONU. In Georgia-Abkhazia, dal 2002 al 2004. Nel 2004 ho capito che era tempo di tornare a casa, dal Kirghizistan mi chiamavano “Venga, ritorni, presto ci saranno le elezioni parlamentari…”. E sono tornata. A fine 2004 abbiamo fondato Ata-Zhurt, un’unione, un movimento, che comprendeva tutti i parlamentari che si sentivano in qualche modo di opposizione. Io ero vicepresidente di questa organizzazione. Osservavamo attentamente la situazione e ci preparavamo alle elezioni. A me però non hanno permesso di presentare la candidatura. Al posto mio, la figlia di Akayev. A lei hanno dato la candidatura e poi il mandato. Lei non aveva lavorato in Kirghizistan neanche un giorno, non aveva mai preso uno stipendio in Som. Io invece avevo lavorato eccome, all’Università, 6 anni, ero stata anche capocattedra, e poi ho lavorato tutta la vita per le istituzioni kirghise… per gli organi di partito e per il Governo. Ormai in Kirghizistan il potere era diventato una questione prettamente di famiglia. Noi avevamo cominciato a fare davvero opposizione e tutto ciò ha portato alla rivoluzione del 2005.

Fu allora che arrivò al potere Bakyev?

No, no… Non ancora. La cosa più importante allora era che Akayev se ne andasse, e noi abbiamo fatto di tutto per raggiungere questo risultato. Bakyev è il frutto del piano di un altro gruppo di opposizione. C’erano diversi movimenti di opposizione e Bakyev apparteneva a uno di loro: era una sorta di movimento popolare d’opposizione, si chiamava proprio così o qualcosa del genere… Per un periodo ci siamo avvicinati, sono diventati i miei “compagni”, per così dire, ma poi ci siamo allontanati nuovamente. C’era Isakov, il nostro generale, Ministro della Difesa, Nazarov… E altri ancora. Loro hanno appoggiato Bakyev. Il fatto è che lui era del Sud del Kirghizistan. Dopo 14 anni di Governo Akayev (che era del nord), per gli abitanti del sud era molto importante non solo mandare via Akayev ma anche che arrivasse un uomo completamente nuovo al potere. Insomma, eravamo tutti attivi nel grande movimento di opposizione, ma loro (gli uomini che hanno appoggiata Bakyev, ndr) avevano i soldi e sono riuscito ad attirrare le masse. Ed è spuntato fuori Bakyev alla testa, quindi al potere. Quando poi è stato eletto, siamo comunque andati al potere tutti, io sono diventata per esempio Ministro degli Esteri. Era il marzo del 2005. Già a settembre mi hanno revocato il mandato: davo loro fastidio, impedivo loro di fare tutto ciò che volevano. Finché non si sono verificati i fatti di Andijan (vedi Un chicco in più). Un aereo intero pieno di profughi di Andijan. È cominciata una grande diatriba. Cosa fare di loro? Bakyev non se ne è proprio occupato ed è andato al lago di Issyk-Kulj. Io ho insistito nel Consiglio di Sicurezza affinché si trovasse una soluzione. Alla fine siamo riusciti a mandare questi profughi in Romania e li abbiamo salvati, dato che non sono caduti nel regime crudele di Karimov. Io ero così… Di continuo si verificavano simili peripezie. Per questo sono passata all’opposizione. C’erano continue violazioni della Costituzione. Il Partito Democratico (SDPK) mi ha pregato di passare nelle sue file. Io ho accettato la proposta e abbiamo cominciato a lottare contro il regime.

Embed from Getty Images

Fig. 3 – Rifugiati uzbeki nel villaggio di Sassyk Bulak dopo il massacro di Andijan del maggio 2005

Nelle file dell’SDPK sono entrata in Parlamento come deputato. Eravamo 11 deputati di opposizione contro gli 89 fedeli a Bakyev. Col tempo sono diventata capogruppo in Parlamento. Esprimevo continuamente giudizi molto negativi nei confronti di Bakyev e del suo regime. C’era un clima di odio nei nostri confronti, tutte le volte che prendevo la parola si aspettavano da me parole taglienti. Noi eravamo ormai persone che non avevano paura di niente, né del fuoco, né delle pallottole, proprio di niente. Nel 2009 hanno spinto Atambayev a candidarsi alla presidenza e ha perso. Nell’aprile del 2010 c’è stata la seconda rivoluzione. Noi pensavano che avremmo dovuto batterci ancora a lungo perché il regime di Bakyev era molto duro e con il tempo si era rafforzato. Nessuno credeva che così, di colpo, sarebbe caduto tutto. Nella piazza principale di Bishkek il regime ha fatto un vero e proprio macello, hanno ucciso molti ragazzi e a noi non è rimasto altro che… Stavamo gli uni di fronte agli altri, noi e la polizia. Al che abbiamo detto a chi governava: “Ascoltate, noi prendiamo il potere e facciamo di tutto per stabilire un ordine completamento diverso da quello che avete voluto voi”. Il regime però l’abbiamo abbattuto in piazza nella notte fra il 7 e l’8 aprile del 2010. La piazza era letteralmente ricoperta di sangue. Era terrificante. Sono andata due volte alla Casa Bianca (Il Parlamento kirghiso, ndr), dove al settimo piano sedeva Daniar Usenov, l’allora Primo Ministro. “È tutto – gli ho detto – scriva la lettera di dimissioni e vada via. Il vostro circo è finito”. Hanno chiesto mezz’ora di tempo e poi ci hanno raggiunti. Mi hanno consegnato la lettera di dimissioni. Nel frattempo Bakyev scappava dal Paese a bordo di un aeroplano. In quella notte dovevamo decidere tutto, se prendere o no il potere e mettere in piedi un Governo provvisorio. Eravamo sotto il tiro di fuoco delle critiche che piovevano da ogni parte. Quelli che criticavano erano quelli che durante la rivoluzione erano rimasti a casa; mentre ci sparavano addosso loro bevevano il tè comodamente seduti sul divano di casa propria. Dal canto nostro, noi abbiamo messo subito le cose in chiaro: “noi prendiamo il potere solamente per stabilire un minimo d’ordine nel Paese. In 3 mesi variamo la nuova Costituzione”. Per noi si sottoindeva che la nuova Costituzione avrebbe sancito il passaggio alla forma di Governo parlamentare. Il Presidente poteva essere eletto al massimo per un mandato di 6 anni. A ottobre del 2010 ci sono state le prime elezioni parlamentari. Passo passo, abbiamo ripristinato tre autorità: prima la Costituzione, poi il referendum e infine le elezioni parlamentari. Dopo 6 mesi, le elezioni presidenziali.

Christian Eccher

Un chicco in più

Andijan è una città dell’Uzbekistan orientale. Il 12 maggio del 2005 i cittadini si riunirono in piazza per protestare contro la corruzione e la povertà. La polizia aprì il fuoco e i morti furono oltre 500. Alcuni manifestanti scapparono in Kirghizistan, che non volle rimpatriare i profughi, considerati dal Governo di Tashkent come “terroristi”.

Foto di copertina di Chatham House, London Licenza: Attribution License