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La formulazione di politica estera cinese fa riferimento ai “cinque principi di coesistenza pacifica” dal 1955, anno in cui furono formulati durante la conferenza di Bandung. Tra questi vi è il principio di non interferenza, tuttora ritenuto uno dei capisaldi su cui si basano le relazioni internazionali di Pechino

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL PRINCIPIO DI NON INTERFERENZA

La memoria storica cinese porta il peso dei soprusi subiti dal Regno di Mezzo durante il cosiddetto “Secolo delle umiliazioni” (1838-1949). Durante questi 100 anni, il paese ha infatti subito intrusioni straniere, come nel caso delle Guerre dell’Oppio (1839-1842/1856-1860), ed è stato oggetto di colonizzazioni occidentali, come nel caso dell’occupazione dello Shandong da parte della Germania guglielmina. Questa “interferenza” all’interno dei suoi confini nazionali ha portato il Paese a radicalizzare la propria posizione contro qualsiasi tipo di invasione e intrusione in un Paese terzo. Il termine stesso “interferenza” fa riferimento all’interazione politico-economica tra Paesi, diverso quindi dal significato di assenza di azione politica.
Il principio, come base per la formulazione di politica estera, agevola il comportamento cinese nel sistema internazionale contemporaneo. Questo principio è strettamente legato al principio di sovranità, il quale ha permesso alla Cina di difendere i propri territori “contesi” (quali Taiwan o il Tibet) senza la messa in discussione del proprio status quo da parte di terzi. Per distanziarsi dalla comunità internazionale, che ha da sempre imposto forme di condizionalità per la concessione di assistenza e aiuti, la Cina si pone come aiuto e compagno nella crescita dei Paesi in via di sviluppo, ai quali formalmente appartiene. La non interferenza implica infatti l’estraneità alle questioni interne di un Paese e la promozione di una posizione imparziale verso il suo attuale regime politico. Questo ha quindi favorito il fiorire di relazioni economiche tra Pechino e numerosi Governi dittatoriali o non democratici.

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Fig. 1 – Il Ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai (a sinistra) alla conferenza di Bandung del 1955. Durante tale evento furono formulati i principi alla base dell’attuale politica estera cinese

IL RUOLO DELLA CINA ALL’INTERNO DELLE NAZIONI UNITE

Fino al 1971 la comunità internazionale vedeva la Repubblica di Cina (Taiwan) come l’unica Cina, la quale deteneva l’unica rappresentanza cinese all’interno del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite. La Repubblica Popolare non era infatti ben vista dal mondo occidentale, a seguito della politica di containment americana e dell’appoggio di Pechino alla Corea del Nord durante la Guerra di Corea (1950-1953). Allo stesso modo, Mao vedeva le Nazioni Unite come un’arma in mano agli USA per perseguire i propri interessi nazionali.
Nonostante le relazioni tra Cina e ONU non iniziassero nel migliore dei modi, nel corso degli anni l’approccio diplomatico del colosso cinese è mutato notevolmente, parallelamente alla trasformazione della propria posizione su scala internazionale. Se in un primo momento la sua posizione fu di cautela e sospetto verso le operazioni dell’ONU, che continuava a rappresentare uno strumento in mano alle superpotenze americane e sovietica durante la Guerra Fredda, in un secondo periodo il Paese si pose in un modo completamente differente.
Cominciò infatti a partecipare alle missioni di pace ONU in diversi territori, e a imporsi in CdS attraverso il proprio diritto di veto. Questo le permise di salvaguardare i propri interessi ed esporsi nei confronti di alcune importanti decisioni, come nel caso dell’incriminazione per genocidio del Presidente sudanese Omar al-Bashir. In tale occasione, infatti, la Cina si astenne dalla risoluzione incriminante, sostenendo che il caso dovesse essere risolto all’interno delle corti sudanesi, piuttosto che dalla Corte penale internazionale. Allo stesso tempo, nonostante l’impiego di un numero sempre maggiore di risorse, in termini finanziari e umani, Pechino ha sempre definito i propri uomini sul campo come “berretti blu”, invece di “caschi blu”, per distanziarsi dalle operazioni che possano prevedere l’uso della forza.
La nuova presidenza di Xi Jinping ha favorito l’impegno cinese nelle missioni ONU, spinto dalla volontà di accrescere il proprio ruolo nel sistema internazionale e di mostrare la propria motivazione a sostenere le istituzioni esistenti. Fino a pochi anni fa, però, la Cina ha continuato a perseguire strettamente il principio di non interferenza inviando personale qualificato solo per compiti addestrativi e attività di assistenza. Nel 2014 Pechino ha infine inviato un primo contingente di fanteria a sostegno dei caschi blu in Sud Sudan, parte dei 700 uomini previsti. Nel 2016 un nuovo battaglione di soldati, pronti a intervenire militarmente in caso di necessità, è arrivato nel paese, anche come conseguenza dei numerosi attacchi subiti dal personale cinese ONU presente a Juba.

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Fig. 2 – Wu Haitao, vice-rappresentante permanente della Cina all’ONU, durante una recente seduta del Consiglio di Sicurezza sulla crisi nordcoreana

CINA E SUDAN: OLTRE LA NON INTERFERENZA?

I rapporti tra il Governo sudanese e quello cinese cominciarono durante la conferenza di Bandung del 1955. Sin dall’inizio le relazioni furono connotate da numerose e reciproche visite, così come dalla disponibilità cinese a condividere le proprie competenze, attraverso addestramenti del personale militare e la fornitura di aiuti ed equipaggiamenti. Accomunati sul piano internazionale dalle accuse di gravi violazioni dei diritti umani, l’uno per la brutale repressione di Piazza Tiananmen del 1989 e l’altro per il genocidio in Darfur del 2003, i due Governi si mantennero forti della reciproca amicizia. Gli scambi commerciali, naturalmente, favorirono il maturare della relazione. Il petrolio è stato da sempre la maggiore fonte di scambio tra i due Paesi, diventando di riflesso la base delle relazioni anche con il nuovo Governo sud sudanese dopo la secessione da Khartoum e l’indipendenza avvenuta nel 2011.
La posizione di forte legame con il Governo sudanese, però, portò la Cina a essere molto criticata e attaccata a livello internazionale. In particolar modo, nel 2008 le Olimpiadi, che si svolsero a Pechino, furono viste come uno scandalo, dato il supporto cinese a un Governo accusato di genocidio. L’indignazione globale non fermò però la Cina, che continuò a perseguire i propri interessi in Sudan, forte anche della propria posizione all’interno del CdS dell’ONU.

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Fig. 3 – I funerali dei due peacekeepers cinesi uccisi in Sud Sudan nel luglio 2016. Il crescente coinvolgimento diplomatico e militare di Pechino nel Paese africano sta mettendo a rischio il principio di non interferenza

Le relazioni di Pechino con Sudan e Sud Sudan hanno quindi continuato a prosperare nonostante le frequenti sanzioni internazionali contro i due Paesi africani, responsabili di continue violazioni dei diritti umani più elementari. Dopo il recente invio di personale militare in Sud Sudan pronto a intervenire, però, il principio di non interferenza potrebbe vacillare. La dichiarazione di un possibile intervento armato per preservare la stabilità del Paese va infatti contro le precedenti posizioni di Pechino secondo cui il gli affari interni di uno Stato terzo debbano essere gestiti dall’interno.

Giuditta Vinai

Un chicco in più

La presenza cinese sul territorio sudanese non è stata accolta molto favorevolmente sin dal primo momento. Dal 2004, diversi gruppi armati ostili al regime di al-Bashir hanno infatti teso degli attacchi al personale cinese impiegato sul campo, rapendo o uccidendo tecnici e operai. Queste violenze non hanno comunque impedito a Pechino di continuare ad aumentare il suo impegno politico e economico nello Stato africano. 

Foto di copertina di xiquinhosilva Licenza: Attribution License

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