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L’African National Congress, partito di governo e prima forza politica del Sudafrica, ha un nuovo Presidente: Cyril Ramaphosa. In lui sono riposte le speranze di risollevare un partito e un Paese in crisi.

UN NUOVO CORSO

Ramaphosa, già protagonista delle lotte anti-apartheid e diventato poi business man milionario e politico, è stato eletto lo scorso dicembre durante il 54esimo Congresso Nazionale dell’African National Congress (ANC) come nuovo Presidente del partito al termine di una corsa tirata e controversa come mai nei 106 anni di storia dell’ANC. Solo all’ultimo secondo Ramaphosa è riuscito a imporsi con il margine più ristretto dai tempi della presidenza Mandela del ’94 grazie a 2.440 voti contro i .2261 della rivale Nkosazana Dlamini Zuma, ex ministro, ex Presidente dell’Unione Africana nonché ex moglie dell’attuale Presidente del Sud Africa e Presidente uscente del partito, Jacob Zuma che l’aveva apertamente sostenuta.

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Fig. 1 – Cyril Ramaphosa, nuovo leader dell’ANC

La vittoria di Ramaphosa apre una fase nuova e decisiva per il partito e spiana la strada per una sua possibile Presidenza del Sudafrica, nel caso in cui l’ANC dovesse riuscire a imporsi ancora una volta come maggiore forza politica alle elezioni previste per il 2019. Tuttavia i nodi da sciogliere sono molti e il contesto in cui Ramaphosa dovrà muoversi appare quanto mai complesso. Nel corso del suo mandato, Zuma è stato colpito da più di ottocento accuse di corruzione e ad oggi deve ancora rispondere di 18 formali capi d’accusa tra i quali truffa, crimine organizzato, riciclaggio di denaro sporco ed evasione fiscale. Sotto la sua Presidenza, corruzione e cattiva amministrazione sono dilagate come dimostrato dai ripetuti scandali legati ai rapporti tra Zuma e la famiglia Gupta e alla mala gestione di molte società partecipate dallo stato, come la Eskom, che sono state sottoposte a indagini e controlli. Sebbene il governo Zuma sia stato fino ad ora in grado di sopravvivere a ben 8 voti di sfiducia, le conseguenze politiche di questa degenerazione dell’environment politico non si sono fatte attendere ed hanno trascinato il partito in una crisi d’identità portando i consensi ai minimi storici e creando profonde divisioni interne. L’ANC, partito che fu di Nelson Mandela e tra le più antiche formazioni politiche dell’intero continente, guida il Paese ininterrottamente dal 1994 ed è ancora oggi la prima forza politica in Sudafrica, ma negli ultimi quattro anni è passato dal 70 al 55% di supporto popolare nei sondaggi e ha perso il governo delle tre maggiori città del Paese: Pretoria, Johannesburg e Cape Town, a favore del primo partito di opposizione Democratic Alliance.

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Fig. 2 – Proteste dei cittadini sudafricani contro il Presidente Zuma

Il bilancio del mandato di Zuma come presidente del Sudafrica è ugualmente negativo: l’economia sud africana è in piena stagnazione con stime di crescita per il 2017 ferme tra lo 0,5 e lo 0,7%”, l’agenzia Standard & Poor’s ha declassato il rating del paese africano a BB+ (“spazzatura”) dopo l’annuncio del licenziamento del ministro delle Finanze, Pravin Gordhan, nel quadro di un discusso rimpasto di governo operato dal presidente Zuma a marzo 2017 e in seguito anche Fitch Ratings e Moody’s hanno rivisto al ribasso le prospettive economiche della rainbow nation. La percezione di un governo logorato da corruzione e interessi clientelari ha avuto un impatto terribile sull’immagine del paese nella comunità di investitori internazionali e il governo ha sistematicamente fallito nel mettere in atto le misure che avrebbero dovuto provvedere a rilanciare la crescita economica che invece ha rallentato senza tenere il passo con l’impressionante crescita demografica. Ad oggi nel Paese le disuguaglianze sono più forti di quanto non fossero nel ’94, alla fine del regime di apartheid: il 10% della popolazione detiene ancora più del 90% della ricchezza, il tasso di disoccupazione si è rialzato arrivando al 27,7% mentre corruzione e crimine dilagano nel settore pubblico, in quello privato e in tutta la società.

LO SCENARIO DOPO IL VOTO

Ramaphosa, percepito dagli osservatori internazionali come l’uomo giusto per risollevare l’economia del Paese, è stato accolto positivamente dalla business community sud africana e internazionale. La sua elezione è stata addirittura salutata con un rialzo della moneta (ai massimi di nove mesi sul dollaro) e da un’ascesa dei titoli del debito pubblico sudafricano sui mercati azionari. A livello nazionale, il nuovo presidente dell’ANC ha suscitato nella società civile una ventata di speranza che la nuova leadership sia capace di risolvere i problemi di corruzione che vessano partito e paese. Inoltre, la transizione di potere non ha spaccato il partito, come invece preannunciato da molti osservatori. Il Congresso Nazionale, che avrebbe potuto trasformarsi in una resa dei conti interna senza esclusione di colpi e sfociare in una scissione tra l’anima moderata incarnata da Ramaphosa e quella più radicale e vicina a Zuma incarnata da Dlamini Zuma, ha invece confermato che l’ANC rimane tuttora solido e rappresenta ancora il principale garante della stabilità politica del Paese. Tuttavia, complice il difficile contesto sopra descritto, la vittoria di Ramphosa potrebbe dimostrarsi una vittoria di Pirro. Infatti, sebbene Dlamini Zuma sia uscita sconfitta dalla corsa alla Presidenza, lo stesso non si può dire della sua fazione che è riuscita ad imporsi al congresso eleggendo ben tre uomini di fiducia in tre posti chiavi del direttivo del partito: Ace Magashule, leader del partito e premier della provincia del Free State, è stato eletto Segretario Generale, David Mabuza, premier della provincia di Mpumalanga e molto vicino al presidente Zuma, è stato eletto Vice Presidente e Jessi Duarte, altro alleato della Dlamini Zuma, è stato eletto Vice Segretario Generale. Questa particolare composizione del quadro direttivo del partito non faciliterà il compito del nuovo presidente, anche perché la fazione vicina al presidente uscente Zuma opporrà resistenza alle iniziative della nuova leadership. Ramphosa dovrà essere bravo a riunificare l’ANC e a creare una maggioranza che gli lasci spazio di manovra per affrontare le due principali tematiche su cui ha incentrato la sua campagna, lotta alla corruzione e ripresa economica del paese, e rilanciare il partito in vista delle elezioni 2019. Il primo nodo da sciogliere sarà quello relativo alla possibilità di esercitare pressioni su Zuma affinché termini il suo mandato anticipatamente. In merito esistono dei precedenti: già nel 2007 l’allora presidente del Sud Africa Thabo Mbeki, sconfitto da Zuma nella corsa alla presidenza dell’ANC, venne costretto a lasciare la presidenza anticipatamente. Gli elettori, il settore privato e gli investitori internazionali potrebbero vedere un trasferimento di poteri a Ramaphosa come una chiara rottura nei confronti dell’era Zuma e una tale mossa potrebbe rilanciare le chances dell’ANC di rimanere partito di governo alle elezioni del 2019.

POSSIBILI SVILUPPI

Va riconosciuto che la situazione presente è molto differente da quella del 2007. Zuma ha parecchie ragioni per temere di lasciare la presidenza, non ultimo il fatto che la sua attuale posizione gli garantisce un certo grado di protezione rispetto ai processi giudiziari che lo vedono coinvolto, e ha sufficiente influenza nel partito per resistere a eventuali pressioni. Non va inoltre dimenticato che Ramaphosa, riavvicinatosi alla politica dopo anni nel settore privato, era stato scelto da Zuma come suo vice all’interno del partito nel 2012. È perciò assai probabile che la sua ascesa non segnerà una completa discontinuità con l’amministrazione precedente. Infatti, pur avendo accettato il ruolo di candidato alla successione offertogli dai media vicini alla business community e dalla stampa finanziaria internazionale, e aver messo in cima alla propria agenda la lotta alla corruzione e una rinnovata apertura alle esigenze dell’economia privata e degli investitori esteri, Ramaphosa ha sempre evitato di mettersi in aperta contrapposizione con il Presidente. Inoltre, considerati gli equilibri politici disegnati dal Congresso Nazionale, pare difficile che, almeno in un primo momento, Ramaphosa riesca a mettere insieme una maggioranza in grado di sfiduciare Zuma in Parlamento.

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Fig. 3 – Jacob Zuma insieme a Uhuru Kenyatta durante la celebrazione per il 106° anniversario dalla nascita dell’ANC, all’Absa Stadium il 13 gennaio 2018

Il nuovo leader dell’ANC si è guadagnato la fama di ottimo negoziatore prima come leader del sindacato dei minatori neri e poi come principale referente dell’ANC nelle negoziazioni con il National party all’epoca della transizione dal regime di apartheid al regime democratico. Questa sua abilità potrà senz’altro tornare utile per districarsi in questo spinoso scenario. Dall’altra parte il passato di Ramaphosa da sindacalista e uomo d’affari di successo sembra offrire buone garanzie che la futura linea politica dell’ANC e del Paese prenda una direzione più gradita a mercati e investitori internazionali. In questo senso lasciar arrivare Zuma a fine mandato potrebbe non risultare la scelta migliore e avere conseguenze negative sulla missione che in qualche modo l’ANC dovrà comunque intraprendere per sradicare la corruzione, riavviare l’economia e rilanciare l’immagine del partito frenando l’avanzata del principale partito di opposizione Democratic Alliance. Anche se le modalità e le tempistiche rimangono incerte, l’elezione di Ramaphosa avrà un enorme importanza non solo per l’African National Congress ma per l’intero Sudafrica, influenzandone la traiettoria economico-politica della prossima decade. La Rainbow Nation è pur sempre una democrazia giovane e fragile il cui destino è ancora intrecciato a doppio filo con quello dell’ANC. Se il partito che si rese capace della miracolosa transizione democratica del ’94 non sarà capace di apportare i dovuti rinnovamenti e accettare la sfida di ridare fiducia agli investitori, mettere in ordini i conti dello stato migliorando nello stesso tempo sanità e educazione, la parabola discendente del Paese difficilmente si arresterà con ripercussioni anche a livello regionale. Nonostante la crisi, il Sudafrica rimane ancora l’economia più forte del continente, con le migliori infrastrutture e il più vivo tessuto economico e proprio per questo, oggi più che mai, l’Africa ha bisogno del Sudafrica nel suo cammino verso uno sviluppo sostenibile.

Mattia Caniglia

Un chicco in più

Durante la presidenza Zuma e a causa dell’instabilità politica ed economica causata da scandali, corruzione e scarsa leadership politica, il ruolo del Sud Africa all’interno degli equilibri regionali nella Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) e all’interno dell’Unione Africana si è notevolmente indebolito. Nella recente crisi politica in Zimbabwe ad esempio, il Sud Africa è intervenuto prontamente in quanto alla Presidenza del SADC ma gli stretti rapporti personali tra Zuma e Mugabe sono stati di ostacolo allo svolgimento di un vero e proprio ruolo di mediazione per il Paese. Il cambio di leadership potrebbe contribuire a far riprendere al Sud Africa il suo ruolo trainante non solo nella cooperazione regionale ma anche a livello di sviluppo economico del continente. Simile discorso per il ruolo all’interno dei BRICS e soprattutto del Commonwealth, che sembra sempre di più volersi affermare come un vero e proprio attore economico a livello internazionale. Proprio a livello finanziario infine, in Africa si sta giocando un interessante partita per capire quale stato riuscirà ad accaparrarsi il ruolo di “Financial Hub of Africa”. Sebbene tradizionalmente, Johannesburg sia stata vista come il principale centro economico e finanziario del continente, oggi Paesi come Marocco e Mauritius stanno facendo del loro meglio per scalzare Johannesburg dal primo posto e intercettare i crescenti investimenti e capitali stranieri che fluiscono nel mercato africano. Anche in questo caso una leadership capace di rassicurare i mercati internazionali e risolvere le problematiche legate alla corruzione aiuterebbe Johannesburg e il Sudafrica a rilanciarsi come centro finanziario di eccellenza.

Foto di copertina di GovernmentZA Licenza: Attribution-NoDerivs License

Mattia Caniglia

Classe ’87. Nato a Roma. Ha letto prima Kissinger di Saint-Exupéry. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche ha lavorato per diverse istituzioni internazionali ed europee, dividendosi tra Roma e Bruxelles. L’amore per strategia e geopolitica lo ha portato in Scozia per conseguire un Master in Studi Strategici e Management alla University of Aberdeen. Esperto di affari europei, paesi MENA, e Africa sub sahariana, oggi collabora alla produzione di report politico-economici per importanti media internazionali come Time, Fortune and The Guardian. Project-based, nell’ultimo anno e mezzo ha vissuto in Myanmar, Filippine, Serbia, Spagna, Malta, Mauritius e Sud Africa.