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Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2013 – I dati economici presentano la Turchia come un Paese totalmente rinnovato, uscito quasi indenne dalla crisi contrariamente agli “acerrimi confinanti” greci. Tuttavia, deve fare ancora i conti con quelle ombre interne che le impediscono di ottenere lo status di membro dell’Unione (su tutte: affaire Cipro, questione curda e depenalizzazione dei reati di opinione sul genocidio armeno). Ma al Paese conviene davvero prendere parte ad un progetto politico attualmente instabile come quello europeo? Ecco perché gli eredi del califfato ottomano si preparano ad influenzare i prossimi equilibri euroasiatici.

 

AL PASSO DEI BRICSLa Turchia possiede senza dubbio l’economia più virtuosa dell’Europa meridionale, con una crescita invidiabile che, secondo le previsioni, oscilla tra il 3% di quest’anno ed il 3,8% del 2014. E’ una buona notizia dopo il recente crollo del PIL nazionale, passato dall’ 8,5% del 2011 al 2,5% del 2012 (comunque in saldo positivo se comparato alle cifre al di sotto dello zero che si continuano a prospettare per alcuni Paesi tuttora in recessione, tra i quali l’Italia). I motivi di questo successo straordinario risiedono non solo nell’attuazione di politiche di sviluppo pianificate, ma anche nella definizione di redditizi accordi commerciali, stipulati dai governi di Recep Tayipp Erdoğan con i paesi limitrofi, quali Russia, Georgia, Azerbaijan e perfino Armenia: tutti ricchi di risorse naturali e soprattutto di gas, l’ “oro liquido” di cui l’Europa ha disperato bisogno.

Per di più, secondo il recente rapporto pubblicato dal team macroeconomico PwC (PricewaterhouseCoopers) dal titolo “World 2050 – The BRICs and beyond: prospects, challenges and opportunities” (qui il link: http://www.pwc.com/en_GX/gx/world-2050/assets/pwc-world-in-2050-report-january-2013.pdf) la Turchia, nel giro di quarant’anni, rientrerà nel novero delle grandi potenze, assestandosi al dodicesimo posto della classifica mondiale per crescita del PIL  davanti all’Italia e a poche migliaia di dollari dal Regno Unito. Un successo che non arriva a caso, alla luce di alcuni dati molto incoraggianti come ad esempio l’assestamento della percentuale di disoccupazione al 10% e gli accordi di libero scambio concordati con l’UE. Questi ultimi in particolare hanno immesso capitali esteri per un valore di 20 miliardi di dollari l’anno, stando ai dati resi noti dalla Banca centrale turca. Tanto per avere un quadro generale della reale ascesa del Paese, dal 2011 ad oggi il Sud Africa, che rientra appieno nel club BRICS, ha ricevuto “soltanto” 11,8 miliardi di dollari di investimenti esteri (fonte: Il Sole 24 ore).

Inoltre lo stesso rapporto parla della nascita di un nuovo consesso mondiale allargato che condizionerà i mercati internazionali negli anni a venire, il cosiddetto “E7” (le “sette sorelle” emergenti in questione sono Cina, India, Brasile, Russia, Indonesia, Messico e, appunto, Turchia). Dunque le statistiche dicono che il Paese dei due stretti, a partire dal 2013, probabilmente crescerà nei prossimi cinquant’anni più di quanto l’Europa possa immaginare.

 

UNA RELAZIONE PERICOLOSA? – L’entrata della Turchia nell’Unione, il cui processo è stato avviato formalmente nel 1963 con la stipulazione degli accordi di Ankara, sembra essere arrivata ad una fase di stallo. Ciò dipende da numerosi fattori che qui conviene chiarire. Innanzitutto attualmente la popolazione del Bosforo tocca quota 74,7 milioni, seconda solo alla Germania, locomotiva d’Europa e soprattutto meta simbolo dell’immigrazione turca nel Vecchio Continente (i residenti sono circa 2,4 milioni). In aggiunta, il 30% degli abitanti ha meno di 16 anni, rispetto al 16% dell’Europa occidentale. Quindi, per dare un senso a questi dati, con la Turchia in Europa, i tedeschi (assieme ai francesi, che hanno respinto una prima richiesta di adesione) dovrebbero fare i conti con una scomoda rivale, la cui manodopera qualificata, specializzatasi proprio in Germania, potrebbe rientrare alla casa madre. La beffa di dover affrontare un temibile concorrente sarebbe realmente concreta in caso di ammissione di Ankara all’UE, per non parlare del peso in termini di seggi al Parlamento europeo, assegnati in base al numero di cittadini.

L’altro punto è l’agricoltura: il PIL agricolo del paese incide del 12% sull’economia, rispetto al 2% degli altri Stati europei. Così la Turchia toglierebbe una grossa fetta di aiuti a Francia e Italia, da sempre protagoniste delle politiche agricole continentali. Tuttavia un grosso motivo di rifuto appare di carattere culturale: proprio la cancelliera Angela Merkel, in una passata dichiarazione choc, ha ribadito che “il multiculturalismo ha fallito”. Evidentemente il vero ostacolo all’integrazione è l’accettazione di consuetudini presenti in un paese islamico moderato – unico caso in Europa, escluse alcune zone dei Balcani – difficili da adeguare al diritto europeo, baluardo delle idee liberali. E ciò nonostante il laicismo di stampo kemalista sia uno dei valori fondamentali dello Stato turco.

Infine ci sarebbero da sciogliere i nodi della questione cipriota: divisa dal 1974 tra turchi al nord e greci al sud, l’isola non è mai stata riconosciuta indipendente dai governi di Ankara, e la sua occupazione porta tuttora veti insuperabili tra gli Stati membri (Grecia su tutti). Inoltre, pendono sul capo turco le questioni curda e armena. La prima sembra in via di risoluzione, dopo l’apertura al dialogo con il capo della formazione del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Öcalan. La seconda sembra parzialmente allentata, in quanto il famoso articolo 301 del Codice penale turco, che prevede il carcere per chi parla del genocidio armeno, non si sta più applicando. Il premier Erdoğan ha stabilito una data, il 2023 – anno in cui si festeggerà il centenario della nascita della Repubblica turca – come termine ultimo per entrare nell’Unione. Entro i prossimi dieci anni l’ultimatum di Ankara verrà soddisfatto? Il 2013 sarà l’anno della svolta?

Il Parlamento Turco
Il Parlamento Turco

 

NEL CUORE DELL’INSTABILITA’ – Il conflitto siriano vede le truppe lealiste di Assad spingere ai confini della vicina Turchia, che a sua volta, ha risposto prontamente alle provocazioni del nemico minacciando di organizzare una vasta operazione in sostegno dei ribelli. Questo è solo un primo tentativo di influenzare un’area così instabile come il Medio Oriente, sul solco della Primavera araba. In effetti la zona manca di un arbitro che non siano gli Stati Uniti o la Russia, un interlocutore capace di dirimere le controversie presenti nel vicinato evitando fastidiose ingerenze.

Sarà questo il compito del governo turco nei prossimi anni: cercare di collaborare alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano, rilanciare la transizione in Siria e Libano, infine farsi protettore e federatore dei Paesi di fede sunnita, ruolo che contende all’Arabia Saudita. Ma il vero capolavoro politico potrebbe essere la costruzione del gasdotto “Nabucco” (in collaborazione con l’Unione Europea), che trasporterà il gas dall’Azerbaijan fino in Europa, sfidando l’alleato russo e il suo progetto parallelo, cioè il “South Stream”. Insomma, la nuova Turchia dovrà emulare il vecchio Impero ottomano in politica estera: per un’Europa stabile dovrà farsi carico dei Paesi a confessione musulmana, cioè i Balcani; per un Mediterraneo più forte dovrà ritessere faticosamente i rapporti con la rivale Israele e ripensare il panislamismo in una versione più moderata. Dovrà però prima risolvere le sue questioni interne.

 

QUALE RUOLO? Il 6 febbraio, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha esortato le istituzioni europee ad “aprirsi alla Turchia e ai Balcani”. Si tratta di un obiettivo irrinunciabile per Bruxelles, affinché si possa costruire quel ponte che unisca le nazioni dal Mediterraneo al mar Nero, soprattutto alla luce del premio Nobel per la Pace 2012 assegnato all’Unione Europea in quanto organizzazione capace di mediare tra popoli un tempo divisi da forti rivalità.

Possiamo supporre che la Turchia dell’anno 2013 si comporterà da moderatore tra realtà divise e diverse, cercando quindi di ritagliarsi un ruolo da protagonista non solo tra le maggiori potenze, ma anche dirimendo le controversie che Paesi quali Stati Uniti, Russia e la stessa UE non sembrano più in grado di gestire? Sarebbe assurdo pensare che un solo Stato possa riuscire nell’intento di cambiare la situazione geopolitica del Medio Oriente, zona storicamente instabile, tuttavia il Paese dei due stretti sembra il candidato ideale ad assumere questo intento pacificatorio inscritto nel DNA dell’Europa unita e ad ergersi a difensore della stabilità mediterranea. Sempre che non cerchi di fare tutto troppo in fretta.

 

Fabrizio Neironi

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