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Nell’ottobre scorso, in occasione della visita del Primo Ministro Lee Hsien Loong a Washington, il Presidente USA Donald Trump ha speso parole di elogio nei confronti del modello multiculturale di Singapore. Ma la città-stato rappresenta davero un’esperienza sociale da imitare per gli altri Paesi del Sud-est asiatico? Oppure il suo apprezzato modello di convivenza etnica è destinato presto a cadere sotto il peso di gravi e irreparabili contraddizioni? Tutto dipenderà forse dall’esperienza presidenziale di Halimah Yacob, prima donna musulmana alla guida del mosaico razziale singaporiano

Prima parte
UNA DONNA AL VERTICE DELLO STATO 

Nel suo viaggio negli Stati Uniti, Lee Hsien Loong è riuscito a strappare da Donald Trump rassicurazioni sul rafforzamento della partnership bilaterale a livello strategico e da Boeing un contratto di acquisto di 39 aeromobili dal valore di 14 miliardi di dollari, spalmati in dieci anni. La visita ufficiale alla Casa Bianca dell’ottobre scorso si è svolta a un mese dalla nomina del nuovo Presidente della Repubblica di Singapore. Il 14 settembre ha prestato giuramento Halimah Yacob, 63 anni, ex sindacalista con una consolidata esperienza nella pubblica amministrazione, che dal 2013 ricopriva il ruolo di Speaker del Parlamento. Si tratta di un’elezione storica per una duplice ragione: il nuovo coinquilino dell’Istana, il palazzo presidenziale già residenza coloniale del Governatorato britannico, è la prima donna nonché il secondo esponente della minoranza malay – dopo Yusof Ishak, primo presidente della Repubblica indipendente – a occupare la massima carica dello Stato. Nel suo caso si parla di nomina più che di elezione poiché non si è reso necessario il ricorso alle urne, inizialmente previste per il 23 settembre. Ciò è dipeso dal peculiare sistema di elezione del Capo dello Stato, che secondo la Costituzione si sviluppa secondo tappe ben precise.

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Fig. 1 – Il Premier di Singapore Lee Hsien Loong insieme a Donald Trump durante la sua recente visita a Washington, 23 ottobre 2017

La Carta fondamentale prescrive, in primo luogo, che l’Ufficio del Primo Ministro debba stabilire per decreto – il Writ of Election for the Presidential Election – le date e l’iter che regola l’elezione del successore del Presidente uscente. Tutti i candidati interessati a concorrere devono presentare un “certificato di eleggibilità” che attesti “l’integrità morale, la buona reputazione e l’appartenenza” del candidato a una delle tre comunità etniche ufficiali (cinese, malay e tamil) che compongono il complesso panorama culturale e religioso dell’isola. Ogni candidato deve disporre di un community certificate rilasciato dal leader della comunità di appartenenza e successivamente, una volta conclusa questa fase preliminare, il Comitato elettorale presidenziale può esprimersi in merito all’approvazione o meno della nomina del candidato che intende concorrere alla presidenza. La pronuncia avviene entro dieci giorni dal cosiddetto Nomination Day, dove si decide quali esponenti di una comunità siano idonei alla nomination presidenziale. Rispetto alle ultime consultazioni dell’agosto 2011 che videro sfidarsi cinque candidati di etnia cinese, in questa corsa elettorale riservata alla comunità malay la sola Madame Halimah è stata insignita della nomination dal Comitato elettorale, annullando di fatto il ricorso all’elezione popolare.

IN DIFESA DEL “SINGAPORE DREAM”

Madame Halimah, musulmana ed esponente di spicco del Partito popolare d’azione (People’s Action Party – PAP), avrà il non facile compito di salvaguardare il delicato equilibrio multietnico della Repubblica. Il Presidente di Singapore non riveste solo un ruolo cerimoniale, ma può apporre il veto alle decisioni di politica monetaria – a protezione della riserva nazionale – e nomina i dirigenti della pubblica amministrazione. Tra le sue prerogative istituzionali spicca, inoltre, la difesa del Maintenance of Religious Harmony Act del 1990, provvedimento legislativo di massima importanza che regola i rapporti tra le comunità religiose e le associazioni culturali sulla base dei precetti di tolleranza e mutuo rispetto. Per quanto variegata sia la fisionomia della propria società, il piccolo Stato asiatico è da tempo impegnato a far coesistere etnie e culture di per sé apparentemente inconciliabili che, tuttavia, hanno individuato nel “Singapore dream” il modello di convivenza più idoneo a combinare la salvaguardia dei diritti delle varie comunità e lo sviluppo economico del Paese. Tanto significativa risulta la difesa del multiculturalismo che, durante la cerimonia di insediamento, il nuovo Capo dello Stato non ha mancato di rassicurare i cittadini che sotto la sua presidenza nessun individuo subirà discriminazioni per via del colore della sua pelle, della religione che professa o della lingua che parla. Parole di questo tipo non devono apparire scontate in un sistema democratico che si sorregge sull’eguaglianza razziale e che, seppur solido e ormai auto-immune, ha sperimentato nella sua storia rivolte di matrice etnica finite, in alcuni casi, nel sangue.

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Fig. 2 – Brindisi tra Halimah Yacob, nuova Presidente di Singapore, e il principe Carlo d’Inghilterra, 31 ottobre 2017

CONVIVENZA DIFFICILE

La storia post-coloniale di Singapore sconta infatti un periodo prolungato di turbolenze e malcontento sociale che ha segnato profondamente l’isola fino al raggiungimento dell’indipendenza. Le tensioni tra la comunità cinese e quella malay raggiunsero il culmine il 21 luglio 1964, quando le forze di polizia repressero con violenza una manifestazione di protesta causando la morte di 22 persone. Ulteriori dimostrazioni della comunità malay seguirono a ruota nei mesi successivi, contestualmente a proteste sporadiche (ma comunque virulente) della comunità indiana, fino a che l’allora Governo autonomo guidato da Lee Kuan Yew intervenne per districare una situazione imbrogliata che rischiava di degenerare. Allora, dopo la separazione di Singapore dalla Federazione della Malesia nell’agosto 1965, il leader del PAP sentenziò che l’unico modo per il nuovo Stato indipendente di uscire dalla logica dello scontro razziale e garantire così la propria sopravvivenza fosse quello di favorire la coabitazione delle tre etnie presenti sul territorio, all’interno di un contesto sociale armonico che avrebbe dovuto preservare i diritti delle diverse comunità. Nei pensieri di Lee, la stabilità sociale avrebbe creato le condizioni minime per lo sviluppo economico dell’isola. Il multiculturalismo si configura, dunque, come il tratto distintivo del processo di nation-building e le istituzioni rappresentative della volontà popolare si sarebbero presto poste quali garanti del pluralismo culturale. L’individuo avrebbe dovuto essere messo nelle condizioni di poter esprimere la propria personalità entro il quadro multiculturale della neonata Repubblica. Quanto più le minoranze sarebbero state relegate ai margini della società, tanto più difficile sarebbe stato intraprendere un percorso di sviluppo economico e accrescimento culturale, ossia il fine ultimo del “Singapore dream”.

Oggi, su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti, i cinese rappresentano il 74% del totale, i malay il 13% e i tamil il 9% e, ad esclusione di qualche pregiudizio che ha radici più storiche che culturali, la percezione generale è che le tre maggiori comunità etniche convivano pacificamente rispetto al passato. Secondo un sondaggio effettuato nel 2016, gran parte degli intervistati sosteneva che la razza non fosse il fattore determinante per il successo, in quanto l’avanzato sistema educativo dell’isola tende a premiare i più meritevoli, indipendentemente dall’origine e dall’estrazione socio-culturale. Ciononostante, come ogni fenomeno sociale, il multiculturalismo presenta debolezze intrinseche. Debolezze che nemmeno la leadership di ferro di Lee e dei suoi successori è riuscito a eliminare, lasciando al contrario una pesante ombra di incertezza sul futuro di Singapore.

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Fig. 3 – Manifestazione di protesta contro la nomina di Yacob alla presidenza, 16 settembre 2017

Raimondo Neironi

Un chicco in più

Le origini di Halimah Yacob sono molto umili. Suo padre era infatti un guardiano che morì prematuramente lasciando la famiglia priva di adeguati mezzi di sostentamento. Per sopravvivere Yacob dovette quindi lavorare insieme alla madre come venditrice di nasi padang (un popolare piatto locale a base di riso) per le strade di Singapore. Dopo aver studiato in varie scuole cittadine, la donna si laureò in legge alla National University of Singapore e cominciò a praticare con successo la professione di avvocato, dedicandosi in particolare al delicato tema dei diritti del lavoro.

Nel 2001 Yacob è entrata infine in politica nelle fila del PAP, venendo eletta come deputata per la circoscrizione di Jurong, nella parte occidentale di Singapore. Dopo aver ricoperto alcuni incarichi ministeriali minori nel 2011-12, è diventata membro del Comitato Centrale del partito e ha parlato spesso in pubblico contro l’estremismo islamico. Nel 2013 Lee Hsien Loong l’ha scelta per sostituire Michael Palmer come Speaker del Parlamento, aprendo la strada alla sua candidatura per la presidenza la scorsa estate.

Foto di copertina di DaveR1988 Licenza: Attribution License

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