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Il Canada punta sul commercio. Necessità e virtù da Harper a Trudeau

In 3 sorsi – Per ragioni economiche e geografiche, il commercio è un’esigenza per il Canada. Promuovere gli scambi per supportare l’economia è un obiettivo chiave, perseguito sia da Trudeau sia dal predecessore Harper: l’attivismo commerciale è una costante nella politica estera canadese. Ma che fare con Pechino?

1. UN PAESE FATTO PER IL COMMERCIO E DAL COMMERCIO

Nel contesto odierno è frequente sentire retoriche e proposte protezionistiche – sebbene ancora raramente implementate. Fa dunque un certo effetto vedere uno Stato che afferma con molta chiarezza di ritenere non solo vantaggiosi e importanti gli scambi commerciali, ma di esserne anche dipendente. Lo Stato in questione è il Canada, che ha molte ragioni per parlare in questo modo. Innanzitutto, da un lato, ha una popolazione scarsa e un clima nordico, quindi non è in grado di produrre tutto quello di cui ha bisogno; dall’altro, è ricchissimo di materie prime – petrolio in particolare -, ha un’importante manifattura, soprattutto nel settore automobilistico, ed eccelle nella produzione di beni agricoli, per i quali registra addirittura un surplus. Sono dunque questi i settori da cui, grazie a economie di scala e alle sue imprese orientate all’export, il Canada riceve i maggiori benefici dal commercio. 

Per di più, il Canada è tradizionalmente e vivacemente aperto agli scambi, quindi attualmente una parte consistente della sua prosperità dipende dal commercio internazionale: un quinto dei posti di lavoro è stato creato dal commercio e la somma tra import e export equivale al 65% del suo PIL – cifra molto alta, considerando per esempio che per l’Italia, Paese molto aperto, questa quota scende al 57%. Si può dire che, in un certo senso, causa ed effetto si sovrappongano: Ottawa commercia molto, quindi un’ampia fetta della sua economia è legata al commercio, e di conseguenza ha bisogno di mantenere e rafforzare i suoi scambi commerciali.

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Fig. 1 – Harper, premier dal 2006 al 2015, ha sviluppato e attuato la “economic diplomacy”, ponendo l’economia al centro della sua politica estera

2. LA “ECONOMIC DIPLOMACY” DI HARPER E LA SUA EREDITÀ

Questa è dunque la linea che sta tenendo il governo liberale di Justin Trudeau, in modo sostanzialmente simile a quanto fatto dal governo conservatore di Stephen Harper (2006-15). La continuità tra i due premier non è un caso, visto che l’enfasi sui commerci gode di un consenso bipartisan ed è appoggiata dalla società civile. Harper aveva impresso una svolta in questo senso, praticando la cosiddetta “economic diplomacy, ovvero basando fortemente la sua politica estera sul rafforzamento dell’economia nazionale, consolidando i rapporti commerciali e cercando nuovi partner. Questa strategia è stata codificata nel Canada’s Global Markets Action Plan, una sorta di libro bianco rilasciato nel 2013, in cui si afferma un intento molto chiaro: Tutte le risorse diplomatiche del Governo saranno schierate in nome del settore privato”, per aprire nuovi mercati ai beni e servizi canadesi. Veniva così espressa l’intenzione di supportare le aziende canadesi nel mondo, anche al fine di accrescere l’occupazione. Inoltre, unificando alcuni dipartimenti, veniva fondato il Department of Foreign Affairs, Trade and Development: altro segnale inequivocabile del legame tra politica estera e commerciale per Ottawa. 

Non per niente, tale strategia ha portato alla stipulazione di ben sette trattati commerciali, molti dei quali multilaterali e di contenuti molto ampi, tra cui spiccano il CETA (con l’Unione Europea) e il TPP (con diversi Stati del Pacifico) – e con tali trattati il governo liberale, insediatosi nel 2015, continua a interfacciarsi, sebbene i negoziati sul TPP abbiano subito una frenata. Questo “attivismo commerciale” del governo conservatore, insieme a tagli alle tasse sulle imprese e al sostegno dato al settore dell’energia, ha contribuito a raggiungere risultati significativi: come considera in un articolo “Foreign Policy”, il Canada è tra i membri del G7 quello che forse ha realizzato la migliore performance economica durante e dopo la recessione; secondo la classifica di Bloomberg del 2014, Ottawa aveva conquistato la seconda posizione come miglior Paese in cui fare affari; infine, nel 2015 il Canada risultava il Paese più ammirato al mondo.

3. LA “PROGRESSIVE TRADE AGENDA” DI TRUDEAU (E LA QUESTIONE CINA) 

Il Governo Trudeau è dunque in sostanziale continuità con il predecessore, sebbene la sua strategia venga definita “progressive trade agenda”, che può essere ben sintetizzata dalle parole del ministro degli Affari Esteri Chrystia Freeland: “Cercheremo attivamente nuovi accordi commerciali che promuovano gli interessi economici canadesi e riflettano i nostri valori”. L’intento è quello di promuovere, insieme ai commerci, il rispetto dei diritti umani, di tutela dei lavoratori e dell’uguaglianza di genere tra i Paesi partner – sebbene neanche la politica estera di Harper fosse priva di considerazione umanitarie. Questo approccio è maggiormente in linea con le idee del Partito Liberale di Trudeau, che in patria pone spesso l’accento su temi di progressismo sociale e ha idee più “centriste” sul piano economico rispetto ai conservatori. C’è però anche l’intento di evitare che gli umori anti-globalizzazione, già presenti in Occidente, si possano diffondere anche in patria. L’idea è quindi di inserire in questi accordi commerciali alcuni elementi di protezione per i lavoratori e l’ambiente del Canada, rispetto a Stati che hanno standard più bassi e che possono rappresentare una forte concorrenza.

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Fig. 2 – Trudeau, premier dal 2015 e leader del Partito Liberale. Sarà importante vedere come saranno impostati i rapporti con Pechino

Tuttavia, la “progressive agendanon manca di problematicità, specie con riferimento ai rapporti con la Cina. Con il gigante asiatico ci sono dialoghi in corso, ma Pechino ovviamente non vede di buon occhio certi elementi in un trattato commerciale, perciò la strada verso un accordo sembra ancora accidentata. D’altronde, come spesso accade, la politica domestica non equivale alla politica internazionale e non è ad essa assimilabile; formule, strategie, meccanismi, che si usano per l’una non si adattano facilmente all’altra. A ogni modo, durante il governo di Trudeau proseguono e si rafforzano i trend positivi dell’economia: la crescita del PIL è a un invidiabile 3% annuo, la disoccupazione è al 5,9% – ai minimi dai dieci anni – e il bilancio pubblico è in salute. 

Trudeau dovrà dunque bilanciare l’intento di tutelare alcuni settori dell’economia nazionale e l’enfasi sui diritti con la consapevolezza dei vantaggi che deriverebbero da un rafforzamento dell’interscambio con Pechino. La volontà di rendere più “etici” e graditi all’opinione pubblica certi trattati commerciali si scontra con la richiesta di maggior pragmatismo nel gestire i rapporti con la Cina. Trovare nuovi partner è di notevole importanza per consolidare l’economia canadese, anche perché l’industria del petrolio e quella delle auto – suoi punti di forza – potrebbero in futuro affrontare problematiche: il petrolio dell’Alberta è costoso da produrre rispetto alla concorrenza e il settore delle auto potrebbe essere messo in difficoltà dalle minacce protezionistiche di Trump – ancora non effettivamente attuate, però è sicuramente bene cautelarsi

Nel 2017 c’è stato il centocinquantesimo anniversario della nascita del Paese e uno degli slogan impiegati per questa ricorrenza era “the world needs more Canada”. Vedremo se questo bisogno verrà soddisfatto. Intanto, quello di cui il Canada ha bisogno (e che vuole) è ben chiaro.

Antonio Pilati

Un chicco in più

L’”Index of Economic Freedom” assegna al Canada 88 punti su 100 nel valore “trade freedom”, piazzandolo al decimo posto per questo valore della classifica. La Cina è un interlocutore rilevante anche perché, dopo gli irraggiungibili Stati Uniti, è il principale esportatore e importatore di merci per il Canada.