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Sono sempre più numerosi gli attentati perpetrati da cittadini delle repubbliche dell’Asia Centrale e gli individui che da quest’area si spostano a combattere in Siria e in Iraq come foreign fighters. Mossi dal fervore religioso ma, più spesso, a causa della marginalizzazione politica e delle difficili condizioni economiche, questi soggetti costituiscono una sfida complessa sia per i Governi regionali che per il sistema internazionale. Comprendere le vere ragioni alla base delle loro azioni è fondamentale per contrastare la diffusione dell’estremismo

ENTITÀ E ORIGINI DEL FENOMENO

L’attentato perpetrato dall’uzbeko Sayfullo Saipov lo scorso 31 ottobre a New York ha riportato al centro della cronaca un fenomeno di lungo corso ma che solo recentemente ha attirato l’attenzione di giornalisti e studiosi: il terrorismo jihadista operato da cittadini delle repubbliche dell’Asia Centrale. È a questa regione infatti che sono legati gli autori di alcuni dei più sanguinosi attentati avvenuti nel corso degli ultimi due anni. Il 28 giugno 2016, tre kamikaze, di cui uno di nazionalità uzbeka, si sono fatti esplodere nella zona degli arrivi dell’aeroporto Atatürk di Istanbul. Ad agosto, l’ambasciata cinese a Bishek, in Kirghizistan, è stata presa di mira da un’autobomba e, pochi mesi dopo, anche le città di Aktobe e Almaty, in Kazakistan sono state teatro di attacchi terroristici. Sono di origine o cittadinanza centro-asiatica anche gli attentatori che hanno colpito in diverse occasioni nel 2017. Il 1 gennaio, armato di kalashnikov, Abdulkadir Masharipov, uzbeko, è entrato nella discoteca Reina di Istanbul e ha ucciso 39 persone. Il 3 aprile, Akbarjon Djalilov, kirighiso con passaporto russo, ha colpito nella metropolitana di San Pietroburgo, seguito, quattro giorni dopo, da Rakhmat Akilov, uzbeko, responsabile della morte di cinque persone, a Stoccolma.

La comune origine geografica degli attentatori, per quanto diverse fossero le cause alla base delle loro azioni, fa pensare a un fenomeno di grandi proporzioni. In effetti, tuttavia, la sua vera portata, così come le sue motivazioni e le sue implicazioni di breve e di lungo periodo, è ancora poco chiara. Gli attentati degli scorsi anni, inoltre, non sono che la punta dell’iceberg: ad essere oggetto della radicalizzazione infatti ci sono anche i numerosissimi uomini e donne – stimati tra i 2.000 e i 5.000 negli ultimi tre anni – che lasciano il loro Paese per andare a combattere in Siria e in Iraq. Questi, a loro volta, non sono che l’esito della più recente tra le varie ondate di radicalizzazione di matrice islamista che hanno attraversato le ex repubbliche sovietiche negli ultimi decenni.

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Fig. 1 – Foto segnaletica di Sayfullo Saipov, il cittadino uzbeko responsabile dell’attentato di New York dello scorso 31 ottobre

La storia del terrorismo islamico centro-asiatico, infatti, risale addirittura alla Prima Guerra Mondiale, quando militanti musulmani iniziarono a combattere contro i russi, ed è poi proseguita negli Anni Venti, periodo in cui il movimento Basmachi si ribellò all’avanzata bolscevica nella regione. Un’opposizione di matrice islamica si mobilitò anche nel 1979, a seguito della invasione sovietica in Afghanistan, fino a costituire il nucleo di quei gruppi che, dopo il 1989, si contesero il controllo di Kabul. Per quanto importanti, tuttavia, questi fenomeni hanno avuto sempre una dimensione locale. La radicalizzazione dell’ultimo periodoha invece delle conseguenze di portata globale e deve molto alle condizioni che si sono originate nella regione a seguito del collasso dell’Unione Sovietica. Il crollo dell’URSS portò con sé anche quello dell’ideologia comunista, che per molti anni aveva costituito il collante delle società dell’Asia Centrale, oltre che l’instaurazione di nuovi sistemi politici autoritari.

È in questo contesto che, tra il 1990 e il 2000, nuovi gruppi islamici radicali, come il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (MIU), iniziarono ad agire con lo scopo di iniziare una rivoluzione islamica nella regione. Con il fallire di queste azioni, i militanti del MIU si spostarono nel nord dell’Afghanistan, dove furono uno degli alleati fondamentali dei talebani fino all’invasione statunitense del 2001. Dopo tale data alcuni membri del MIU si trasferirono in Pakistan e crearono l’Unione Islamica del Jihad (UIJ), cominciando ad agire, sia in Afghanistan che in Europa, come lunga mano di Al Qaeda. È in questo periodo che, anche grazie agli sviluppi delle tecnologie della comunicazione, MIU e UIJ hanno iniziato a giocare un ruolo importante nel reclutamento e nella radicalizzazione di giovani musulmani sia in Europa che nelle repubbliche dell’Asia Centrale. Gli eventi che più degli altri hanno però influenzato la crescita e la diffusione delle ideologie radicali nella regione sono stati la guerra in Siria e la successiva ascesa dello Stato Islamico. Un gran numero degli stessi militanti del MIU (che dal 2015 divenne parte ufficiale dell’IS) e dell’UIJ, insieme ai numerosi individui reclutati online o nelle moschee in tutta l’Asia Centrale, si sono recati a combattere nel teatro siriano, complice la facilità con cui era possibile raggiungere il paese dalla Turchia. Questo fatto ha comportato una sostanziale diminuzione del numero di soggetti radicalizzati nella regione ma, allo stesso tempo, ha significato anche una massificazione del fenomeno e una sua espansione in termini geografici.

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Fig. 2 – Manhattan: fiori e lumini segnalano l’area in cui è avvenuto l’attentato condotto da Saipov. L’uomo ha usato un furgone per investire volutamente diversi pedoni e ciclisti, uccidendone otto e ferendone circa una dozzina 

LE MOTIVAZIONI

Dato il grande numero di individui che hanno lasciato il loro Paese di origine per combattere in Siria e che hanno condotto i diversi attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni, è necessario chiedersi come mai le repubbliche centro-asiatiche offrano un terreno così fertile per la presa del radicalismo islamico. La sola attrattiva esercitata della religione non è infatti sufficiente per spiegare il fenomeno. In effetti, se è vero che l’Islam costituisce la cornice ideologica entro cui si muovono i fondamentalisti, è altrettanto chiaro che la sua diffusione è avvenuta secondo modalità differenti rispetto a quanto accaduto in Medio Oriente o in Pakistan e Afghanistan. Fino all’inizio degli Anni Novanta, infatti, l’Islam era qui diffuso nella sua versione “culturale”, ovvero come fattore strettamente connesso a una particolare etnia più che alla professione religiosa. Con il crollo dell’URSS, e in conseguenza del successivo vuoto ideologico che ne derivò, esso iniziò ad essere praticato con più assiduità. A causa della lunga occupazione sovietica, tuttavia, le nuove generazioni – che costituiscono la maggioranza della popolazione – non avevano un modello precedente a cui fare riferimento e si rivolsero a delle versioni dell’Islam considerate davvero “autentiche”, primo fra tutti, il salafismo, la cui carica ideologica è senz’altro maggiore delle altre correnti. I Governi dell’Asia Centrale hanno variamente tentato di porre un freno alla diffusione dell’Islam, o quanto meno, a delle sue versioni radicalizzate, portando però, tramite la repressione, al peggioramento della situazione.

Anche se il legame tra il terrorismo e l’estremismo religioso è innegabile, sono le politiche attuate o non realizzate dai Governi a costituire il vero motivo della radicalizzazione. In effetti, è proprio nelle azioni dei governi che vanno rintracciate le cause reali e profonde della diffusione di queste forme di estremismo. La mancanza di trasparenza e di politiche di lungo periodo volte a migliorare le condizioni socio-economiche della popolazione, l’inefficienza delle strutture statali e la repressione messa in atto dai Governi per contrastare le versioni non “ufficiali” di Islam stanno gradualmente conducendo a forme di estremismo sempre più rilevanti. Sono quindi la scarsità di possibilità economiche, gli elevati tassi di disoccupazione giovanile, l’impossibilità di libera espressione e partecipazione politica e forme di Governo repressive gli elementi che rendono gli “-stan” così vulnerabili. Non è un caso, infatti, che i Paesi della regione da cui provengono la maggioranza di foreign fighters e attentatori siano Uzbekistan, Kazakistan e Kirghizistan. Questi sono infatti i Paesi in cui la disoccupazione raggiunge i livelli più alti e in cui la repressione verso qualunque forma di pluralismo (politico o religioso) o manifestazione di dissenso è attuata in maniera più estesa. Rilevante è anche il fatto che gli attentati perpetrati all’interno della regione – come quelli di Bishek, Almaty o Aktobe nel 2016 – siano stati compiuti contro obiettivi politici e non civili. Più che al fanatismo religioso, questi atti sono dovuti quindi all’insoddisfazione di fronte alla situazione politica corrente.

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Fig. 3 – La preghiera del venerdì alla moschea del Centro Culturale Eyup, a New York, che raccoglie la maggioranza dei fedeli musulmani provenienti da Turchia e Uzbekistan

IL CONTRASTO DELLA MINACCIA

Di fronte a un fenomeno dalle proporzioni crescenti, le repubbliche dell’Asia Centrale hanno agito in modi diversi, introducendo diverse leggi e modifiche costituzionali volte a condannare gli estremismi, a limitare il finanziamento del terrorismo e a contrastare i flussi transfrontalieri di persone, armi e droghe. In questo senso, dagli Anni Duemila, gli Stati della regione, supportati dalla comunità internazionale, hanno iniziato a cooperare. Gli interventi vanno dalla gestione congiunta delle frontiere tramite il Border Management Programme in Central Asia (BOMCA), allo scambio di informazioni sui sospetti che si spostano da uno stato all’altro, fino alla collaborazione per rimuovere contenuti che incitano al terrorismo presenti sul web.

Le misure intraprese fino ad ora, comunque, sono tutte volte a mantenere lo status quo e a diminuire l’impatto della minaccia estremista, piuttosto che a risolverne le cause profonde. Fino a questo momento, infatti, i Governi degli “-stan” hanno approfittato – e, in qualche caso, favorito – i gruppi di estremisti che lasciavano il loro Paese alla volta della Siria e dell’Iraq, cercando così di trasferire la minaccia all’esterno. Inoltre, con le politiche repressive nei confronti delle forme non ufficiali dell’Islam – come quelle attuate da Karimov in Uzbekistan  o quelle attuate dal 2012 in Kazakistan nei confronti dei gruppi salafiti – si è cercato di soffocarne ogni versione ritenuta “deviante”. Nel lungo periodo, queste strategie si sono rivelati inefficaci e controproducenti: la discriminazione e la repressione religiosa attuate spesso arbitrariamente rendono legittime agli occhi di una popolazione oppressa le azioni radicali dei militanti islamici. Quelli che, a seguito delle recenti sconfitte dello Stato Islamico, stanno facendo ritorno in patria – addestrati e ora parte di un network internazionale – diventano quindi dei modelli e dei moltiplicatori del fenomeno della radicalizzazione. Quanto fatto fino a questo momento ha, in realtà, peggiorato la situazione. Oltre che ad aumentare l’attrattiva esercitata dal fondamentalismo, le politiche di repressione e di controllo hanno portato a sempre maggiori violazioni dei diritti umani. L’eccessivo controllo governativo ha portato alla persecuzione di gruppi religiosi minoritari e all’incarcerazione di oppositori politici, accusati ingiustamente di fanatismo religioso.

Per contrastare efficacemente la diffusione dell’estremismo è necessario sradicare le cause che ne stanno alla base. In particolare, occorre attuare delle riforme sostanziali in campo politico, legale, economico e sociale. Limitare la presa delle ideologie fondamentaliste è possibile solo permettendo iniziali forme di libera espressione, garantendo il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini, attuando politiche volte risolvere le carenze del sistema economico e quindi promuovendo uno sviluppo inclusivo della società. Fino a quando non saranno attuate politiche di questa portata, l’estremismo troverà un terreno fertile in Asia Centrale.

Martina Faldi

Un chicco in più

Sia le Nazioni Unite che l’Unione Europea hanno messo a punto dei meccanismi volti a contrastare le minacce connesse alla sicurezza in Asia Centrale. In particolare, l’ONU ha sviluppato il Counter-Terrorism Implementation Task Force (CTITF) per elaborare un piano di azione regionale di contrasto al terrorismo. Il progetto, finanziato dall’UE e dal Governo norvegese, è coordinato dallo UN Regional Centre for Preventive Diplomacy for Central Asia (UNRCCA) e ha la sua sede ad Ashgabat in Turkmenistan. Grazie agli incontri del gruppo di lavoro, gli stati della regione possono scambiarsi conoscenze e best practices per contrastare il terrorismo e cooperare per ostacolare la diffusione del fondamentalismo. L’UE, a sua volta, assiste la regione con i programmi per la gestione delle frontiere (BOMCA) e, tramite i dialoghi per la Politica e la Sicurezza in Asia Centrale – la cui quarta e ultima edizione si è svolta a Bishek lo scorso 8 giugno – si pone come facilitatore per la diffusione di pratiche di cooperazione interstatale e di gestione delle cause profonde della radicalizzazione. 

Foto di copertina di D-Stanley Licenza: Attribution License

 

Martina Faldi

Nata nel 1992, ho conseguito la Laurea Triennale in Scienze Linguistiche (2014) e la Magistrale in Politiche Europee e Internazionali (2016) presso l’Università Cattolica di Milano. Le numerose esperienze di studio all’estero mi hanno consentito di approfondire alcune delle mie grandi passioni: l’arabo, il Medio Oriente, la ricostruzione post conflict e l’institution building.

Dopo un tirocinio presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attualmente lavoro in una compagnia di consulenza per la quale elaboro proposte tecniche e seguo l’implementazione sul campo di progetti di sviluppo finanziati dalla Commissione Europea sui temi a me cari. Parallelamente sto conseguendo il diploma in “Emergenze e Interventi Umanitari” presso l’ISPI di Milano.