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Elezioni in Catalogna: la sconfitta di Rajoy e la “vittoria mutilata” degli indipendentisti

In 3 Sorsi – Gli indipendentisti conquistano una risicata maggioranza assoluta alle elezioni regionali in Catalogna, scongiurando la vittoria di Rajoy e la rimonta unionista. Ma la strada per la secessione rimane in salita. L’UE deve cambiare rotta e accantonare il legalismo se vuole provare a risolvere la crisi.

1 – IL VOTO

Giovedì 21 dicembre si sono tenute in Catalogna le elezioni regionali. Il voto ha avuto un valore particolare, poiché segue la dichiarazione di indipendenza effettuata dal Parlamento catalano il 27 ottobre scorso, che aveva preso atto dei risultati del contestato referendum del 1° ottobre. Subito dopo la dichiarazione di indipendenza, il Governo di Madrid, guidato da Mariano Rajoy, aveva sciolto gli organi politici della Comunità Autonoma e convocato nuove elezioni nella regione. Il voto di giovedì si è quindi trasformato in una sorta di secondo e mascherato referendum sull’indipendenza. Basti pensare all’alta affluenza alle urne, che ha battuto tutti i record attestandosi all’82% degli aventi diritto. I risultati hanno premiato gli indipendentisti che conservano, pur con una leggera flessione, la maggioranza assoluta dei seggi, e l’unionista Ciutadans (costola catalana del movimento di centrodestra Ciudadanos), che diventa il primo partito della Catalogna. La coalizione secessionista ha conquistato 70 deputati su un totale di 135 seggi, così distribuiti: i moderati di JxCat 34, la sinistra repubblicana di ERC 32 e la sinistra rivoluzionaria della CUP 4. Nel campo unionista invece svetta Ciutadans (37 seggi), seguito dai socialisti (17 seggi) e i popolari di Rajoy (3 seggi). In mezzo ai due schieramenti si pone, con 8 seggi, la costola catalana di Podemos, che ha posizioni ambigue sull’indipendenza (no alla secessione, ma sì al referendum e a un atteggiamento conciliante verso gli indipendentisti). In totale la coalizione secessionista ha conquistato il 48% dei voti, mentre il blocco unionista arriva al 43,5% dei consensi. In sostanza, si tratta di una riconferma dei rapporti di forza delle precedenti elezioni del 2015, ma con importanti riconfigurazioni degli assetti interni dei blocchi.

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Fig.1 – L’affluenza alle elezioni regionali catalane del 21 dicembre è stata molto alta

2 – E ADESSO? Gli indubbi vincitori sono il variegato fronte indipendentista, che ha mantenuto la maggioranza (nonostante le turbolenze post-referendarie, le fughe e gli arresti), e Ciudadanos, che si candida a diventare il vero punto di riferimento degli unionisti catalani e, forse, spagnoli. Il grande sconfitto della tornata elettorale è invece il premier Mariano Rajoy. Non tanto perché il suo Partito Popolare sia crollato (era ampiamente previsto e, del resto, il PP non ha mai avuto nella Catalogna la sua roccaforte elettorale, per usare un eufemismo), quanto perché gli indipendentisti hanno mantenuto la maggioranza assoluta, vanificando la tanto contestata applicazione dell’art.155 della Costituzione spagnola (vedi il chicco in più). Tuttavia, a ben vedere, la strada degli indipendentisti è tutt’altro che in discesa. Innanzitutto, il caos seguito al referendum ha diviso i partiti che sognano la secessione dalla Spagna e l’alleanza deve quindi essere ricostruita. Inoltre i nazionalisti catalani devono inventarsi una nuova strategia: la maggioranza assoluta dei catalani non li ha votati, la minoranza unionista rimane ragguardevole e Rajoy probabilmente ricorrerebbe nuovamente all’art.155 nel caso di una seconda dichiarazione di indipendenza o nel caso in cui il nuovo Parlamento catalano tentasse di dare seguito alla prima. Il problema è che trovare una “terza via” non sarà facile: anche presumendo che i due grandi partiti indipendentisti siano disposti a mettere da parte il perseguimento immediato dell’indipendenza (assunto su cui è lecito avere qualche dubbio), gli oltranzisti della CUP, movimento anticapitalista di estrema sinistra decisivo per mantenere la maggioranza parlamentare indipendentista, difficilmente si adatteranno a un cambio di rotta all’insegna del moderatismo. E un’alleanza dei secessionisti moderati con l’ala catalana di Podemos rischierebbe di frantumare la coalizione indipendentista, rimandando la nascita della Repubblica catalana a data da destinarsi. Insomma, il successo secessionista nega la vittoria a Rajoy, scongiura la remuntada unionista, e ravviva il sogno (o l’incubo, dipende dai punti di vista) di una Catalogna indipendente, ma non basta per realizzare l’addio alla Spagna. Il secondo tempo della partita tra indipendentisti e unionisti è quindi tutto da giocare.

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Fig.2 – Il premier spagnolo Mariano Rajoy

3 – LE CONSEGUENZE PER L’EUROPA

Dal voto di ieri non sono usciti sconfitti solo Mariano Rajoy e il suo Governo, ma anche, sebbene in modo meno vistoso, l’Unione Europea e quasi tutti i suoi Stati membri, che, in nome della conservazione dello status quo, avevano scommesso sulle capacità del premier spagnolo per riportare all’ordine la Catalogna e impedire un effetto domino che potrebbe finire per travolgere gli Stati del vecchio continente e le stesse istituzioni comunitarie. La Commissione Europea, la Germania, la Francia, l’Italia e molti altri Stati e istituzioni avevano sostenuto, con sfumature diverse, il Governo di Madrid, pur avendo molte riserve sull’efficacia della sua linea intransigente. Ora appare chiaro che la rigida politica di Rajoy non è riuscita a ottenere l’effetto dichiaratamente voluto: provocare il crollo degli indipendentisti catalani e schiacciare la prospettiva di una Catalogna indipendente. Nonostante la crisi sia un affare interno spagnolo, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero accantonare rapidamente gli alibi legalisti (giuridicamente inattaccabili, ma politicamente miopi) e sforzarsi di trovare altre, più creative, soluzioni. La speranza che il desiderio di indipendenza di una larga fetta della popolazione catalana si sciogliesse come neve al sole adottando una politica intransigente e repressiva si è infatti rivelata un’illusione pericolosa, che ha fatto perdere tempo prezioso e acutizzato la crisi, precludendo la via a una soluzione politica.

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Il primo comma dell’articolo 155 della Costituzione spagnola recita: “Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi”.

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