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Trump’s National Security Strategy – Parte I: i quattro pilastri

L’amministrazione Trump ha svelato la nuova National Security Strategy degli Stati Uniti d’America. La analizziamo in tre parti: la prima è dedicata ai quattro pilastri fondamentali della NSS, la seconda alla trasposizione della dottrina nei vari scenari regionali e la terza al confronto della NSS 2017 con i documenti precedenti per individuare continuità e discontinuità rilevanti

PARTE I

LA PRESENTAZIONE DI THE DONALD

Il marchio che il 45° Presidente degli Stati Uniti appone sul suo operato è, oramai, abbastanza riconoscibile. Anche nell’evento di presentazione della nuova strategia – tenutosi lunedì 18 dicembre al Ronald Reagan Building and International Trade Center (Washington DC) – e nella lettera di introduzione al documento si avverte la stessa retorica che ha convinto gli statunitensi a votarlo l’8 novembre dell’anno scorso. Sempre diretto, spesso poco diplomatico o irriverente, focalizzato – anche a livello di lessico usato – sul popolo più che sulle élite. Allo stesso tempo, però, sia il discorso che la lettera mostrano un altro lato di Trump, usualmente rimasto in sordina: quello riflessivo, calcolatore, negoziatore. Il lato di chi nasconde, dietro una o più maschere, una visione strategica chiara e gli strumenti per raggiungerla. Il tono dei suoi interventi, per cominciare, è apparso molto più moderato del solito, quasi a indicare la volontà di parlare non solo alla sua folk community ma anche – e, forse, soprattutto – a esperti nazionali e Paesi stranieri. Il mantra della campagna elettorale, America First, non è venuto meno ma si è colorato di una serie di contenuti interessanti, presenti fin dal principio, ma emersi in una forma più definita proprio grazie all’occasione offerta dalla NSS. Come chiarito sia a voce che su carta, rifare l’America grande è un concetto bivalente: vale indubbiamente verso l’esterno, con Washington intenzionata a «difendere la propria sovranità senza dover chiedere scusa» a qualcuno, non disposta ad accettare accordi ritenuti dannosi o a cedere prerogative a «lontani burocrati» e pronta a proteggere i propri confini. Vale, però, anche verso l’interno. Vale primariamente verso l’interno. La strategia di sicurezza nazionale, infatti, si apre ricordando che l’obiettivo è quello di «rivitalizzare l’economia americana, ricostruire le forze armate, difendere i confini, proteggere la nostra sovranità e promuovere i nostri valori». Nonostante ciò abbia una ricaduta esterna, si tratta, nel complesso, di obiettivi da raggiungere innanzitutto internamente. L’NSS volta a mettere gli Stati Uniti al primo posto, dunque, è animata dall’intento di ripartire dalle fondamenta: «Throughout our history, the American people have always been the true source of American greatness». Tale focus, però, deve necessariamente fondersi con le dinamiche che muovono la realtà internazionale. Il risultato è una dottrina fondata su quattro pilastri.

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Fig. 1 – Trump parla al Ronald Reagan Building

I – «PROTEGGERE POPOLO, TERRITORIO E WAY OF LIFE AMERICANI»

Il primo pilastro della National Security Strategy è incentrato proprio sull’aspetto interno, sul mettere la sicurezza degli statunitensi «first», e si articola in quattro sottosezioni:

  1. Rendere sicuri i confini e il territorio statunitensi contrastando le minacce provenienti da armi di distruzione di massa, pandemie e immigrazione incontrollata;
  2. Perseguire le minacce direttamente alla fonte, restando sull’offensiva per smantellare i network jihadisti e le organizzazioni criminali transazionali;
  3. Mantenere sicuri gli Stati Uniti nell’era cyber, modernizzando il sistema informatico federale e creando una deterrenza efficace;
  4. Promuovere la resilienza nella società civile, con la consapevolezza dell’impossibilità di prevenire ogni minaccia ma con la certezza che una maggiore resilienza sia fondamentale per affrontare e superare eventi nefasti.

Interessante notare, però, che tutto questo focus interno non riflette, automaticamente, una postura isolazionista. Al contrario, nell’introduzione del primo capitolo si esprime con chiarezza la volontà di rimanere ingaggiati nel mondo, poiché l’interconnessione è benefica in primis proprio per gli Stati Uniti. Al contempo, però, viene rimarcata la volontà di preservare i propri diritti e doveri come nazione sovrana, volta primariamente alla propria sicurezza – anche preventivamente, richiamando un aspetto cardine della Dottrina Bush.

II – «FAVORIRE LA PROSPERITÀ AMERICANA»

Anche il secondo pilastro è interessante. Delinea, infatti, la visione strategica trumpiana: «La sicurezza economica è sicurezza nazionale». Tutta l’enfasi di Trump sulla necessità di un commercio più giusto, sulla riduzione del deficit commerciale, sulla volontà di proteggere le innovazioni da pratiche scorrette di altri Paesi e via dicendo è connessa strettamente alla sua – e dei suoi advisor – idea di sicurezza nazionale. Per permettere agli Stati Uniti di pesare nel mondo, dunque, non basta stringere accordi commerciali capaci di legare altri Paesi a sé ma bisogna prima pensare a costruire una nazione forte internamente. Tale nazione sarà, poi, in grado di proiettarsi con più efficacia all’esterno. Ecco la ragione principale dell’uscita dal TPP, spesso vista in contraddizione con la volontà trumpiana di contenere la Cina. Infatti, un accordo incapace di tutelare l’economia USA, secondo le idee dell’amministrazione in merito, avrebbe ottenuto un effetto negativo sulla capacità statunitense di confrontarsi con il gigante asiatico, risultando controproducente anche rispetto all’obiettivo di partenza. Il “capitolo” si suddivide in cinque aree prioritarie:

  1. Ringiovanire l’economia domestica, eliminando l’eccessiva regolamentazione, promuovendo una riforma fiscale volta alla crescita e migliorando le infrastrutture;
  2. Promuovere libere, giuste e reciproche relazioni economiche, contrastando pratiche commerciali scorrette, siglando nuovi accordi commerciali e migliorando quelli esistenti;
  3. Essere leader in ricerca, tecnologia, invenzioni e innovazioni, rimuovendo barriere in tali settori e sviluppando un nuovo approccio al processo di ricerca e sviluppo;
  4. Promuovere e proteggere la base innovativa nazionale, impedendo che competitori – come la Cina – possano sottrarre proprietà intellettuale acquisita con grande dispendio di risorse;
  5. Abbracciare la dominanza energetica, diventando una nazione intenzionata a sfruttare il suo potenziale in termini di risorse per crescere, aiutare gli alleati bisognosi ad affrancarsi da dipendenze pericolose – come quella di alcuni Paesi europei verso la Russia – e, pur aspirando a rimanere leader in tematiche ambientali e di riduzione dell’inquinamento, promuovere una agenda di crescita mondiale.

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Fig. 2 – Trump e Pence alla cerimonia di presentazione della National Security Strategy

III – «PRESERVARE LA PACE ATTRAVERSO LA FORZA»

Il terzo pilastro è fondato sulla convinzione che la lotta per il potere sia centrale in tutta la storia e il momento attuale – segnato dall’ascesa di «revisionist powers» come Cina e Russia e dalla minaccia di «rogue states», Iran e Corea del Nord – non fa differenza. Viene evidenziato uno dei principali fallimenti della politica estera statunitense negli anni passati: la convinzione di poter integrare i possibili competitor nell’ordine liberale internazionale fondato sui valori occidentali. Tale prospetto è venuto meno e la nuova strategia deve tenerne conto. In particolare, si indica come cruciale il mantenimento della potenza USA, strumento primario per deterrere gli avversari e poter permettere la ricerca di aree dove cooperare. I punti essenziali del terzo “capitolo” sono:

  1. Ripristinare il vantaggio competitivo degli Stati Uniti sui rivali, abbandonando la «strategia del compiacimento» adottata dalla fine della Guerra Fredda – ossia la convinzione che l’allargamento del sistema liberal-democratico e l’inclusione di nuovi Paesi nello stesso avrebbero alterato la natura delle relazioni internazionali. La realtà alla quale approcciarsi è segnata dal ritorno della competizione tra grandi potenze desiderose di sfidare l’egemone, spesso utilizzando metodi capaci di «ottenere il massimo effetto senza provocare una risposta militare»;
  2. Rinnovare la capacità delle forze armate statunitensi, mantenendo la superiorità netta in tale ambito al fine di impedire a qualsiasi rivale di poter sperare di ottenere un successo tramite una guerra convenzionale. Inoltre, si sostiene il rafforzamento della capacità industriale nel campo della difesa, l’ammodernamento dell’arsenale nucleare e investimenti per mantenere un’ampia capacità d’azione nello spazio, nel cyberspazio e a livello di intelligence;
  3. Preservare in salute e migliorare il corpo diplomatico statunitense, impiegando anche strumenti di diplomazia economica o azioni nel campo dell’informazione per contrastare le attività dannose messe in campo da potenze rivali – Russia sopra tutte.
IV – «FAR PROGREDIRE L’INFLUENZA AMERICANA»

L’ultimo pilastro si focalizza sulla volontà di incrementare l’influenza statunitense nel mondo, abbandonando la convinzione che il sistema liberal-democratico possa prevalere senza un’adeguata politica a sostegno dello stesso. Viene enunciata, allo stesso tempo, la volontà di promuovere i propri valori astenendosi dall’imporli agli altri Stati. Nonostante questo, nessuna ambivalenza morale deve essere, secondo il documento, fatta propria dagli Stati Uniti. Tre sono le sottosezioni facenti parte del quarto “capitolo”:

  1. Incoraggiare aspiranti partner, sostenendoli nel loro percorso verso la liberal-democrazia e contrastando i tentativi russo-cinesi di insinuarsi nei Paesi in via di sviluppo grazie alle loro politiche di investimento. Queste ultime, tra l’altro, spesso provocano dipendenza e corruzione. Gli Stati Uniti, al contrario, devono spingere tali Paesi a riformare il loro sistema e renderlo capace di attrarre capitali privati e sprigionare tutte le proprie potenzialità. Inoltre, si annuncia la volontà di non ostacolare le aziende intenzionate a condurre affari nei Paesi in via di sviluppo;
  2. Raggiungere risultati migliori nei forum multilaterali, prioritarizzando le istituzioni più utili al raggiungimento degli interessi statunitensi e promuovendo la riforma di alcune di esse – Nazioni Unite sopra tutte;
  3. Difendere i valori statunitensi, vera forza capace di rendere gli Stati Uniti superpotenza mondiale. In particolare, il fatto che i propri cittadini siano nati liberi, uguali sotto la legge e titolari di diritti inalienabili. Per questa ragione, si annuncia di essere pronti ad aiutare chiunque si faccia promotore di tali valori per rimanere «a beacon of liberty and opportunity around the world». Tutto ciò andrà fatto, però, bilanciando mezzi e obiettivi.

Fine prima parte

Simone Zuccarelli

Un chicco in più

  • Qui è disponibile il video della cerimonia di inaugurazione.
  • La Russia non ha reagito con favore alla nuova National Security Strategy statunitense e l’ha bollata come “imperialista“.