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Analisi – Dopo aver attivamente partecipato alla sconfitta di IS sul territorio iracheno, l’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman non rinuncia al tentativo di stabilire relazioni amichevoli e collaborative con il confinante Iraq, con l’ambizioso obiettivo di acquisire un ruolo attivo e di vantaggio nella ricostruzione irachena e mitigare così l’influenza iraniana su Baghdad

LO SCACCHIERE MEDIORIENTALE: IRAN, ARABIA SAUDITA E IRAQ

Il Medio Oriente appare oggi spaccato in due aree di influenza tra loro ostili, facenti capo ai due giganti della regione: Arabia Saudita e Iran. Questa rivalità ha motivazioni storiche, geopolitiche e geostrategiche che vanno al di là della sola disputa dogmatica tra sunnismo e sciismo di cui è spesso semplicisticamente rivestita. Lo scontro tra le due potenze si manifesta prevalentemente attraverso numerose guerre per procura, dove i due attori si muovono con sapienza strategica utilizzando i loro proxies. Esempi recenti ne sono la guerra civile in Siria, in Yemen, la situazione in Bahrein e in Libano.

A livello geopolitico, l’Arabia Saudita si trova senza dubbio in un momento di difficoltà: la lunga ed estenuante guerra civile in Siria non è servita a cacciare Bashar al-Assad, alleato degli iraniani, dal suo posto alla guida del Paese; Hezbollah è sempre più radicato nella politica libanese, una dinamica che spaventa non poco il regno saudita, come dimostrato dall’episodio delle dimissioni di Hariri. La situazione in Yemen, dove Riyadh sostiene il governo centrale contro i ribelli Houthi, finanziati dall’Iran, è in stallo.

In questo quadro, come vedremo, Riyadh inizia a rivolgere il suo sguardo verso Baghdad, con cui la relazione si è qualificata storicamente come una serie di reazioni alterne del regno saudita ai cambi di rotta e alle iniziative irachene. Il sentimento di tensione e diffidenza creato dall’affermazione della Repubblica in Iraq e l’emergere del partito Ba‘ath lasciò posto al supporto saudita nello sforzo bellico degli anni 80 contro l’Iran. La successiva e sconsiderata invasione del Kuwait trasformò l’Iraq in un aggressore, contro cui i precedenti alleati si adoperarono per costituire una coalizione internazionale volta a fermarne l’avanzata. Ciò comportò un raggelamento totale dei rapporti con la monarchia saudita, con la conseguente chiusura delle ambasciate saudite in Iraq, dei confini e delle linee ferroviarie. Sentendosi nuovamente minacciata, Riyadh diventò uno dei grandi supporters della caduta di Hussayn: la sua detronizzazione in seguito all’intervento americano del 2003 rispose quindi agli auspici sauditi, ma la consegna del paese in mano agli sciiti e la conseguente e quasi immediata entrata nell’orbita iraniana giocarono a sfavore della monarchia dei Sa‘ud. In particolare, la salita al potere di al-Maliki nel 2008 e la sua politica spaccatamente filo-sciita hanno allontanato ulteriormente Baghdad e Riyadh.

L’avanzata di Da‘esh e la formazione del califfato sul territorio iracheno, nefasti avvenimenti per i quali l’amministrazione di Baghdad ostile alla minoranza sunnita ha avuto più che una responsabilità, hanno determinato una forte reazione del regno, chiamato implicitamente a dimostrare di non essere un supporter del terrore, e a cercare perlomeno di pareggiare lo sforzo compiuto contro IS dalle milizie filo-iraniane e iraniane. Membro dal 2014 della coalizione internazionale anti IS capitanata dagli USA, l’Arabia Saudita alla fine del 2015 si è inoltre posta alla guida di una coalizione anti terrorismo cui partecipano più di 30 Stati sunniti. Ora che il Paese è stato (almeno ufficialmente) liberato dal califfato, come si configureranno le relazioni del nuovo Iraq?

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Fig. 1 – Combattenti delle PMU durante la liberazione di Tal-Afar

UNA RELAZIONE IN NUMERI

  • La composizione religiosa dell’Iraq è la seguente: 62,5% musulmani sciiti, 34,5% musulmani sunniti, 3% altre religioni; in Arabia Saudita invece il sunnismo è l’unica religione ammessa;
  • 900 circa sono i km di frontiera condivisa tra i due Paesi;
  • 20 miliardi di dollari: a tanto ammonta la spesa dell’Arabia Saudita per il sostegno all’Iraq durante lo sforzo bellico contro l’Iran;
  • 36 miliardi di dollari: a tanto ammonta la spesa complessiva di Arabia Saudita, Kuwait e altri Stati del Golfo per contrastare Hussayn durante la Guerra del Golfo, dopo l’invasione del Kuwait;
  • 25 anni: il periodo intercorso senza che Iraq e Arabia Saudita intrattenessero relazioni diplomatiche dopo la Guerra del Golfo.
LA TELA SAUDITA IN IRAQ

Se riuscire a ‘accaparrarsi’ totalmente l’Iraq nascente dalle ceneri della battaglia contro Da‘esh appare alquanto utopistico, cercare perlomeno di contrastare e riequilibrare l’egemonia iraniana nel Paese, sostanziata nella stessa esistenza delle Popular Mobilization Units (PMU), rappresenta per l’Arabia Saudita un’occasione tanto complessa quanto ambita per riequilibrare il braccio di ferro con l’Iran nell’ ambito della lotta all’egemonia regionale. Nell’attuale scacchiere medio orientale, l’Iraq costituisce infatti una pedina troppo importante, soprattutto a livello di risorse energetiche e continuità territoriale (si veda a tal proposito il celeberrimo disegno di controllo regionale iraniano, la cosiddetta ‘mezzaluna sciita’), perché l’Arabia Saudita lasci che l’Iran se ne impadronisca totalmente senza provare ad affermarsi a sua volta. Riyadh vuole andare a colpire proprio nell’oliato rapporto tra Iran e Iraq, considerando che sarebbe difficile che Teheran continui ad affidarsi ciecamente a un alleato che abbia più che una simpatia per il suo acerrimo nemico.

Dimostrato il proprio impegno contro il califfato islamico e ‘conquistata’ una nuova posizione, il regno sta dunque provando ad acquisire un ruolo nella ricostruzione irachena, sfruttando ogni occasione per sviluppare nuove relazioni e porsi come riferimento politico-istituzionale ed economicocommerciale per Baghdad.

In questo senso, Riyadh gioca abilmente sul fatto che l’Iraq si trovi attualmente a un bivio, e conta che il Paese possa aver capito i rischi di ricadere nuovamente in una politica settaria, e voglia invece perseguire una politica nazionale che si affranchi dall’onnipresente ingerenza iraniana e giochi sulla comune appartenenza araba della propria popolazione. È per questo che le autorità saudite hanno interloquito, appunto, con personaggi politici quali Haider al-Abadi e Moqtada al-Sadr, che hanno proprio questi obiettivi per l’Iraq che verrà, post Da’esh e post elezioni. Questa nuova politica nazionale (e nazionalista?) irachena necessita di fondi, che il Paese accetterà dalle più diverse fonti. Ecco allora che il nuovo ruolo saudita in Iraq potrà essere sancito dai finanziamenti per la ricostruzione e per il sostegno agli sfollati interni, che il regno si è detto volenteroso ad erogare. Sono misure , queste, che possono ingentilire l’immagine saudita in Iraq, creando meccanismi clientelari e nuove dipendenze economiche dal gigante del Golfo. Inoltre, non dimentichiamo che l’Iraq è abitato da una grande percentuale di musulmani sunniti, che si sentono sottorappresentati e ostracizzati dalla maggioranza sciita al governo. Questa è sicuramente una leva che il regno saudita, da sempre massimo rappresentante del sunnismo, può giocare per acquisire punti presso la popolazione e i movimenti politici sunniti, oltre che nazionalisti e non settari.

Dal punto di vista politico-istituzionale nel 2015, e per la prima volta dal 1990, un’ambasciata saudita è stata riaperta a Baghdad: un segnale forte, che ha anticipato la volontà di re-intraprendere le relazioni, sul piano diplomatico così come economico. Questo progetto si è concretizzato nel 2017, nel corso del quale le autorità dei due Paesi sono tornate a scambiarsi visite reciproche, stabilendo un piano di cooperazione poi sfociato nella fondazione del Consiglio di cooperazione iracheno-saudita.

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Fig. 2 – Re Salman bin Abdulaziz Al Saud e il Premier Haider al-Abadi a Riyadh, durante una visita ufficiale dell’ottobre 2017

A livello economico-commerciale, una delle prime conseguenze di tale neonata partnership è la parziale riapertura del confine saudita iracheno per consentire il passaggio di persone e di beni tra i due Paesi, con l’obiettivo di ristabilire relazioni commerciali fruttuose per entrambi, ostacolando nello stesso momento l’ormai affermato ruolo dei prodotti iraniani sul mercato iracheno, che conduceva senza dubbio anche a un’egemonia culturale, nonché a una situazione di dipendenza in fase bellica. Allo stesso scopo, è partito in ottobre il primo volo commerciale tra Baghdad e Riyadh. L’apertura dei confini ha anche permesso la visita dei primi 1000 pellegrini iracheni in Arabia Saudita per svolgimento dello hajj, con l’intento di creare un’atmosfera di solidarietà a livello religioso tra i due stati confinanti.

Inoltre i due Paesi, con il benestare degli Stati Uniti, stanno stringendo accordi per creare una nuova partnernship energetica, la cui costituzione si basa ufficialmente su pilastri quali la vicinanza geografica, le risorse disponibili e la comune forza dell’ industria; tuttavia, è chiaro come questa collaborazione andrebbe a cozzare con i rapporti energetici tra Iran e Iraq, che peraltro condividono pozzi petroliferi e progetti in merito a petrolio e gas naturale.

Le citate misure economico-commerciali, tanto quanto quelle in campo energetico, mirano a un duplice scopo: esse rispondono all’esigenza di approfittare dei benefici economici che questa partnership può fornire al Paese, sfruttando il fatto che una tale dinamica non può che simultaneamente ledere gli interessi iraniani in Iraq.

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Fig. 3 L’Ambasciatore iracheno in Arabia Saudita Roshdi Alanni con il Direttore di Saudi Airlines Saleh Al-Jasser a Jeddah, in occasione del primo volo per Baghdad nell’ottobre 2017

DOVE PORTERÀ QUESTO DISGELO?

Nel caso dovesse andare a buon fine, l’impatto di questa graduale ma crescente strategia di (ri)avvicinamento saudita all’Iraq sarebbe molteplice.

Considerando che una maggiore presenza saudita in Iraq deriverebbe dalla prossima elezione di un candidato, primo fra tutti al-Abadi, che si prefissi un’agenda politica inclusiva e non settaria, in tale quadro l’influenza saudita in Iraq spingerebbe con probabilità per un ancor maggiore engagement della popolazione sunnita, diminuendo così il rischio di una rinascita dell’estremismo. È questo peraltro anche l’auspicio di Moqtada al-Sadr, politico e religioso sciita dall’ingente seguito popolare, che controvertendo i più semplicistici giochi delle parti ha appunto aperto il dialogo con i Sa’ud per risollevare l’Iraq dall’incubo settario. D’altra parte, un minore impatto dell’Iran in Iraq causerebbe innanzitutto un calo dell’importanza e delle funzioni delle PMU, se non un loro totale scioglimento, come auspicato da al-Abadi, Moqtada al-Sadr e dagli Stati Uniti. Ciò avrebbe senza dubbio delle gravi conseguenze sull’influenza regionale iraniana, che come è noto è disseminata in Medio Oriente grazie alla presenza di milizie fedeli a Teheran, se non da essa direttamente pilotate.

Dal punto di vista economico, una collaborazione tra Baghdad e Riyadh creerebbe innanzitutto un nuovo rivale sul mercato iracheno per l’Iran, la cui economia già non gode di ottima salute, sia a causa del suo stesso modello economico che delle sanzioni che ne hanno limtiato per anni lo sviluppo, e la cui quota sul mercato iracheno è già calata nell’ultimo anno a meno del 20%, a causa della maggiore competitività di altri attori. Potrebbe essere questa una delle molle utili per spingere il regime degli ayatollah a considerare una maggiore internazionalizzazione della propria economia, come sostegno alla propria strategia di egemonia regionale?

Una nuova partnership energetica tra Iraq e Arabia Saudita, ora ancora agli albori, potrebbe una volta avviatasi condurre fino alla riapertura dell’oleodotto che collega i due Paesi, la IPSA, ‘confiscato’ dal regno al deteriorasi delle relazioni con l’Iraq nel 1990. L’Arabia Saudita dispone peraltro di tutte le necessarie risorse per finanziare quell’importante politica energetica che Baghdad vorrebbe realizzare; trattandosi dei due maggiori produttori di petrolio in seno all’OPEC, una cooperazione in tal senso potrebbe rivelarsi ben fruttifera e capace di influenzare il mercato petrolifero mondiale. Se è vero che questa relazione contrasterebbe non poco con gli esistenti piani di cooperazione Baghdad-Teheran, trattandosi di fatto di rapporti vantaggiosi per tutti gli attori coinvolti, ed essendo fondamentale per Teheran dopo l’era delle sanzioni stringere partnership energetiche, è probabile che l’Iraq possa trovarsi a  intessere accordi e cooperare in materia con l’Arabia Saudita e con l’Iran. Tuttavia, sarà interessante seguire l’evoluzione dei rapporti della triade in seno all’OPEC.

Considerando questo provocatorio gioco di potere sul territorio iracheno, in cui l’Arabia Saudita ha molto da guadagnare e l’Iran molto da perdere, è naturale chiedersi se la situazione possa evolvere fino a portare allo scontro diretto tra le due potenze. Ciò appare però alquanto improbabile, soprattutto considerando che situazioni di aperto conflitto, che Iran e Arabia Saudita hanno gestito come guerre per procura, non hanno condotto a uno scontro faccia a faccia. L’Iraq sembra quindi rappresentare a oggi la plancia di un delicato gioco di società, i cui giocatori muovono sì pedine scomode, ma mantengono la calma senza ribaltare il tavolo. Toccherà al nuovo governo iracheno, dopo le prossime e imminenti elezioni, trasformarsi in un player attivo e giocare il prossimo turno, scegliendo una direzione per la propria politica estera; nel farlo, sarà fondamentale per il nuovo PM tenere presente le potenzialità saudite (e statunitensi) in materia di assistenza finanziaria, nonché la forte popolarità dell’Iran e l’ancor scarsa simpatia di gran parte degli iracheni per il gigante sunnita.

OPPORTUNITÀ E OSTACOLI SULLA STRADA PER BAGHDAD
  • L’eccessiva ingerenza iraniana – L’influenza iraniana in Iraq è ultimamente considerata eccessiva, oltre che da vari attori statali quali Francia e USA, dagli stessi iracheni, in primis dai sunniti che si sentono minacciati dalle milizie armate filo-iraniane che pattugliano il territorio iracheno, ma in secondo battuta persino dalla popolazione sciita. Un esempio di ciò è costituito dagli appelli del leader sciita Moqtada al-Sadr per lo smantellamento delle PMU.
  • Le elezioni in Iraq nel 2018 – Le elezioni di maggio 2018 decideranno senza dubbio il futuro dell’Iraq, per lo meno a breve termine. A una vittoria del fronte sciita di al-Maliki, spalleggiato da alcune delle milizie costituenti le PMU, corrisponderebbe un quasi certo collasso delle relazioni iracheno-saudite. Sarebbe importante, per l’Arabia Saudita nonché per la sicurezza del Paese in generale e della popolazione sunnita in particolar modo, che le milizie armate sciite rispettassero quella legge irachena, ultimamente spesso citata dal premier al-Abadi, che vieta la partecipazione alle elezioni a qualsiasi partito avente un braccio armato. Un secondo mandato di al-Abadi, auspicato anche dagli Stati Uniti, potrebbe permettere alla monarchia saudita di continuare sulla via del disgelo sopra descritto. A deporre a favore di una sua rielezione, il fatto di essere stato Presidente durante la sconfitta di Da‘esh, ed essere così considerato ‘salvatore della patria’ da numerosi iracheni, indipendentemente dalla loro appartenenza settaria. In questo quadro, le elezioni costituiscono un’opportunità così come un ostacolo per entrambi i Paesi; tuttavia, se la vittoria del fronte di al-Maliki porterebbe la situazione nettamente a favore dell’Iran, l’elezione di al-Abadi non determinerebbe tout-court uno sviluppo positivo delle relazioni con Riyadh.
  • Le proteste popolari in Iran – I movimenti popolari di protesta verificatesi in Iran negli ultimi giorni del 2017 hanno riguardato anche l’altissimo budget destinato alla politica estera, ovvero al finanziamento dei numerosi proxies iraniani in Medio Oriente, i cui dettagli sono peraltro stati resi pubblici dal Presidente Rouhani, e il cui impiego va fortemente a discapito del budget statale interno e degli eventuali sussidi alle classi più svantaggiate. Nonostante le proteste siano state già silenziate,è altamente probabile che tale tematica possa tornare a galla in Iran, e che il crescente malcontento popolare costringa il governo a rivedere le proprie spese di politica estera, e conseguentemente a dover ridimensionare la propria statura regionale.
  • Il ruolo statunitense – Donald Trump sta gettando sempre più fango sull’ Iran per screditarlo a livello internazionale, mettendo addiritura in discussione l’accordo sul nucleare firmato durante la presidenza Obama. Rilevante seppur poco sponsorizzata è stata lo scorso novembre la presentazione davanti alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti di un progetto di legge di un deputato repubblicano, che ha proposto di sanzionare per terrorismo due tra le più importanti milizie irachene, Harakat Hezbollah al-Nujaba and Asaib Ahl al-Haq, in quanto proxies iraniani. Converrà alla classe politica e alla popolazione irachena, nella speranza di riacquisire il peso regionale un tempo detenuto dal Paese, continuare ad accompagnarsi con un alleato così scomodo? Inoltre, il Segretario di Stato Statunitense Rex Tillerson ha più volte lodato e incoraggiato un avvicinamento iracheno-saudita.
    D’altra parte,  l’eventuale e ulteriore evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Iraq condurrebbe inevitabilmente a un avvicinamento iracheno all’orbita statunitense, con un conseguente ulteriore distacco da quella iraniana.

RISCHI

  • La possibile polarizzazione settaria del nuovo Iraq post elezioni del 2018 condurrebbe alla ripetizione delle vecchie dinamiche e al risorgere della radicalizzatasi opposizione sunnita
  • La nuova leadership potrebbe mandare in fumo gli accordi già presi dalle autorità saudite con le attuali autorità irachene
  • La parziale riapertura dei confini iracheno sauditi potrebbe rappresentare un pericolo per la sicurezza saudita a causa dei combattenti di Da‘esh in fuga

VARIABILI

  • Il risultato delle elezioni in Iraq
  • La guerra per procura contro l’Iran in Siria e Yemen e la situazione in Libano
  • Il potenziale disgregamento dell’Iraq dato dall’indipendenza del Kurdistan Regional Government (KRG)
  • La timida ma costante apertura saudita verso Israele in chiave anti-iraniana

 

Lorena Stella Martini

Un chicco in più

L’asse Riyadh-Baghdad stabilitosi negli anni 80 durante la guerra contro l’Iran si tradusse anche nella fine della disputa territoriale tra i due Stati, con la stesura nel 1981 e la firma nel 1983 di un trattato che definì la spartizione ufficiale della zona neutrale tra Iraq e Arabia Saudita. Si trattava un’area di oltre 7.000 km2 la cui divisione era stata lasciata in sospeso al momento delle definizione dei confini iracheno-sauditi nel 1922.

Lorena Stella Martini

Sono nata a Milano nel 1993. Da sempre appassionata di lingue straniere, un viaggio in Tunisia da ragazzina ha acceso in me una prima curiosità verso il mondo arabo. Quando ho scelto di intraprendere un corso di laurea triennale in Scienze Linguistiche applicate alle Relazioni Internazionali, lo studio della lingua araba mi è subito sembrato l’opzione più in linea con i miei interessi. A distanza di cinque anni, non posso che confermare questa mia scelta, ambiziosa ma appagante. Ho proseguito i miei studi con un Master in Middle Eastern Studies, conseguito con una tesi sull’Iraq contemporaneo e la tentata transizione democratica post 2003. Ho lasciato il mio cuore da qualche parte a Rabat, tra la Kasbah des Oudaias e l’oceano, dove conto un giorno di ritrovarlo.