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In 3 sorsi Il confronto tra Arabia Saudita e Iran, appendice della millenaria contrapposizione tra sunniti e sciiti, è al centro di un nuovo arco di tensione che vede il Libano come protagonista. Il Paese dei cedri, secondo numerosi analisti e commentatori, rappresenta il nuovo ‘fronte caldo’ della guerra che Riyad e Teheran si combattono da anni

1. HARIRI FA IL GIOCO DI SALMAN

Lo scorso 4 novembre in visita nella capitale saudita il primo ministro libanese Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni. Una scelta dettata, secondo quanto da lui dichiarato, dal pericolo per la sua vita costituito dal movimento sciita di Hezbollah, il famigerato ‘partito di Dio’ che costituisce, ormai, il cardine attorno cui ruota tutta la vita politica libanese. Nel corso del suo intervento alla tv ‘Al Arabiya’ Hariri ha puntato esplicitamente il dito contro Teheran considerato lo ‘sponsor’ del gruppo di Hassan Nasrallah. La visita del primo ministro libanese non era in sé programmata e questo dato ha fatto storcere il naso a molti che hanno visto nel frettoloso viaggio in terra saudita una sorta di richiamo all’ordine da parte del principe Salman desideroso più che mai di rinsaldare il suo potere. Ecco dunque che la ‘carta libanese’ giocherebbe a tutto vantaggio degli interessi sauditi per almeno due motivi: in primo luogo destabilizzando la situazione interna del Paese dei cedri Riyad punta a creare problemi a Hezbollah (tra i veri vincitori del conflitto in Siria) e indirettamente all’Iran specie ora che la situazione in Yemen si è complicata. La situazione per il momento si è cristallizzata dato che Hariri ha poi ritirato le dimissioni ribadendo che la sua decisione è stata presa dopo che tutte le componenti del governo da lui presieduto hanno accettato di dissociarsi dai conflitti in corso nella regione, come richiesto dal premier durante il suo discorso televisivo di novembre. Restano comunque sullo sfondo le complicazioni che potrebbero sorgere nell’intricato scacchiere mediorientale: la destabilizzazione di Beirut potrebbe far rientrare nei giochi Israele preoccupato dalla presenza di forze siriane e milizie sciite ai suoi confini, con le alture del Golan ancora una volta teatro degli scontri di frontiera tra Tsahal (l’esercito della stella di Davide) e gli alleati del presidente siriano Bashar al Assad.

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Fig. 1 –  Il primo ministro Rafiq Hariri affacciato al balcone della sua abitazione dopo il viaggio in Arabia Saudita

2. ISRAELE COSA FA?

A sei mesi dall’embargo decretato contro il Qatar anche il Libano (fin qui relativamente immune dagli strascichi della guerra civile-mondiale siriana) rischia di essere la classica leva per raggiungere ben altri scopi. È qui che Salman sembra mostrare tutta la sua spregiudicatezza: creare le condizioni in Libano per isolare la componente sciita creando al contempo le condizioni per una guerra che vedrebbe Israele in prima linea. Una realpolitik già denunciata in diverse occasioni da Hassan Nasrallah, leader politico e spirituale di Hezbollah, che ha mobilitato le milizie ma dall’altro lato ha iniziato a chiamare a raccolta tutti i suoi alleati all’interno dell’arco politico libanese a partire dal presidente Michel Aoun. Israele non è stato da meno e infatti, poche ore dopo l’annuncio di Hariri, il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che le dimissioni di Hariri sono un preoccupante campanello d’allarme per tutto il Medio oriente minacciato, a suo dire, dalla regia occulta degli ayatollah iraniani, i veri nemici della stabilità della regione. Il Paese della stella di Davide appare comunque diviso al suo interno non tanto sulla percezione di chi sia il reale nemico per la sua sopravvivenza fisica e politica (l’Iran) quanto per i modi attraverso cui gestire questa delicata fase. Stessa considerazione può essere fatta anche sul fronte USA. Neanche a dirlo Dan Shapiro (fino a pochi mesi fa ambasciatore americano a Tel Aviv) ha invitato il governo israeliano con un intervento su Haaretz: «Non si lasci manovrare dai sauditi in un conflitto prematuro, la decisione va presa al momento più giusto per iniziare a combattere». Una parte della stampa israeliana inoltre sostiene la tesi che l’esercito non sarebbe pronto, nonostante le recenti simulazioni di guerra, a un confronto contro il movimento sciita libanese.

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Fig. 2 – Sostenitori del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah 

3. PER BEIRUT C’E’ IL RISCHIO DELL’IMPLOSIONE

Il clima generale non fa certamente bene al piccolo Paese stretto in una morsa tra medie potenze. I sauditi,  a causa della loro voglia di rivalsa dopo la catastrofe (per loro) in Siria e la mancanza di progressi in Yemen, sembrano non considerare che la delegittimazione politica del Paese dei cedri potrebbe causarne l’implosione con inevitabili conseguenze per la strategia del principe Salman. Soltanto un paio di mesi fa il governo libanese era riuscito, tra mille difficoltà, ad approvare il bilancio relativo all’anno 2017. Non accadeva dal 2005, da quando fu assassinato Rafiq Hariri, padre di Saad. Come ricordato da Roberto Bongiorni sul Sole 24 ore «[…] l’approvazione del bilancio è un passo vitale per riformare la fragile economia libanese, impedire che l’ingombrante debito del Paese vada fuori controllo, e agevoli i prestiti sovvenzionati dalla Banca mondiale o da altri investitori». Il crack finanziario di Beirut anzi potrebbe rafforzare la posizione di coloro che, al momento, hanno più presa sulla popolazione facendo fallire così ogni sogno di rivalsa proveniente dalla penisola arabica.

Stefano di Bitonto

Un chicco in più

I giornalisti di Politico nelle ultime ore hanno pubblicato un’inchiesta svelando il retroscena di una lunga opera di ostruzione del lavoro dell’intelligence, e in particolare della DEA e dell’FBI da parte dell’amministrazione Obama. Al centro dell’inchiesta il presunto stop del presidente democratico alle indagini sui traffici illeciti del gruppo sciita.

Foto di copertina di krnjn Licenza: Attribution-ShareAlike License

Stefano Di Bitonto

Sono Stefano e ho 34 anni. Giornalista pubblicista da cinque anni, vanto esperienza decennale in diversi quotidiani e portali della mia Napoli dove mi sono occupato prevalentemente di cronaca e politica. Appassionato da sempre di relazioni internazionali e di geopolitica sono laureato in relazioni e politiche internazionali all’Università orientale. Vanto inoltre due master in economia e in studi diplomatici. Il mio interesse principale è per la Russia e per l’America latina anche se negli ultimi anni mi sono letteralmente appassionato di Medio Oriente. Ho deciso di scrivere per ‘Il caffè geopolitico’ perché ha un approccio alla realtà internazionale innovativo. Napoletano verace, amo la pizza ma non so suonare il mandolino.