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L’ex comandante croato-bosniaco Slobodan Praljak ha reagito alla condanna per crimini contro l’umanità avvelenandosi in aula: per il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è solo l’ultimo di una serie ventennale di colpi di scena e tragici epiloghi

PRALJAK: LA SENTENZA, OLTRE LA TRAGEDIA

Le immagini del gesto estremo dell’ex generale dell’HVO (Consiglio di sicurezza croato, l’esercito croato-bosniaco attivo tra il 1992 e il 1995) Slobodan Praljak non potevano non fare il giro del mondo. Un epilogo sconvolgente e dall’indubbia forza simbolica che ha messo nuovamente le vicende del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia sotto i riflettori, appena una settimana dopo la sentenza di condanna all’ergastolo inflitta a Ratko Mladic.
Parimenti di pubblico dominio, ormai, è anche la cronaca immediatamente precedente il misfatto: la Corte dell’Aia aveva appena espresso il proprio verdetto, condannando in appello l’ex comandante a 20 anni di reclusione per crimini contro l’umanità, quando questi, alzatosi in piedi, aveva affermato platealmente la propria innocenza, bevendo poi da una fiala contenente veleno. Interrotta immediatamente la seduta, Praljak veniva portato nell’ospedale più vicino, morendo poco dopo.

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Fig.1 – Ufficiali croati in pensione assistono ad una commemorazione in onore di Slobodan Praljak, 11 dicembre 2017

LE ALTRE CONDANNE

Meno noto al grande pubblico, è il fatto che ad attendere il giudizio di secondo grado del Tribunale penale ci fossero altri cinque esponenti politici e militari facenti parte della Repubblica Croata di Herceg-Bosna, l’entità non riconosciuta dalla comunità internazionale nata de facto nell’agosto del 1993 nel cuore dei Balcani occidentali, all’indomani dello strappo tra croati e bosgnacchi. La rottura fece terminare l’alleanza militare in chiave anti-serba e scatenò un ulteriore conflitto nel conflitto, risolto solo grazie alla mediazione statunitense e ai conseguenti accordi di Washington del 1994.
In primo grado, nel 2013, Jadranko Prlic, ex Primo Ministro della Repubblica di Herzeg-Bosna, era stato condannato a 25 anni di prigione, mentre 20 anni erano stati inflitti all’ex Ministro della Giustizia Bruno Stojic e a Milivoj Petkovic, vice dello stesso Praljak nell’HVO. Infine, Valentin Coric, ex comandante della polizia militare croato-bosniaca aveva ricevuto 16 anni, e Berislav Pusic, ex responsabile dei campi di prigionia dell’autoproclamata Repubblica, 10 anni.
Tutte le condanne sono state confermate in appello, così come è stata assodata nuovamente la responsabilità dell’allora Governo legittimo della Croazia per le azioni dell’Herceg-Bosna e del suo braccio armato HVO: la sentenza del 2013 aveva definito l’ex Presidente Franjo Tudjman (scomparso nel 1999) quale il mandante politico di tali iniziative criminali, assieme a Gojko Susak (Ministro della Difesa croato dal 1991 al 1998, anno della sua morte) e all’ex Capo di Stato Maggiore, scomparso nel 2003, Janko Bobetko.

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Fig.2 – Da sinistra a destra: Jadranko Prlic, Bruno Stojic e Slobodan Praljak prima della sentenza all’Aia, 29 novembre 2017

PRALJAK E LA JUGOSLAVIA: IL MEMORIALE

Sembra scontato sottolinearlo, ma ovviamente un simile epilogo fa sì che, per le frange oltranziste dell’opinione pubblica croata, Praljak possa venire considerato non solo un eroe della lotta di liberazione, ma anche un martire per la causa nazionale. Un carisma sinistro che, ad ogni modo, aveva ammantato la figura dell’ex generale già da tempo: in particolare dopo la pubblicazione di un memoriale di circa 800 pagine, avvenuta nel marzo di quest’anno e tradotto anche in inglese, diffuso tramite un sito internet a lui dedicato. Un documento volto non solamente a fornire una lettura autobiografica degli eventi degli anni ’90 – Praljak si autodefinisce un “normale nazionalista croato” ingiustamente dipinto come un criminale di guerra dal Tribunale dell’Aia – ma anche a sviluppare una contro-storia della Jugoslavia socialista, descritta come un regime accentratore non dissimile dagli Stati nazifascisti e persecutorio, in particolare, nei confronti dei cittadini croati.

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Fig. 3 – La conferenza stampa di Kolinda Grabar Kitarovic all’indomani del suicidio di Praljak, 30 novembre 2017

CROAZIA CONTRO SERBIA… ED ENTRAMBE CONTRO L’AIA

Zagabria, alla vigilia della sentenza, aveva ribadito con fermezza l’estraneità dell’allora classe dirigente del Paese rispetto alle accuse formulate ai sei imputati bosniaco-croati: il Ministro dell’Interno Davor Bozinovic si era augurato la loro assoluzione, ma soprattutto in virtù del fatto che la medesima avrebbe causato la decadenza della fattispecie del legame criminale (“joint criminal enterprise”, quale definita  dalla giurisprudenza dell’Aia) con gli ex vertici croati. E all’indomani del suicidio di Praljak, la Presidente della Croazia Kolinda Grabar Kitarovic, pur ammettendo l’esistenza di croato-bosniaci macchiatisi di crimini di guerra – a suo dire puniti più severamente rispetto agli omologhi serbi e bosgnacchi – ha dichiarato pubblicamente come l’avvelenamento in diretta sia stato il gesto estremo di un innocente che ha subito un’ingiusta condanna e che “resterà nel cuore del popolo croato”.
Reazioni di sentimento opposto si sono avute a Belgrado dove il Presidente Aleksandar Vucic, pur concedendo una sorta di onore delle armi all’ex generale nemico, ha indirizzato il proprio disappunto verso i Governi dell’Unione Europea, rei, a suo dire, di non avere espresso sufficientemente enfasi per le sentenze nei confronti degli ex leader croato-bosniaci e di non aver stigmatizzato a dovere la posizione ufficiale della Croazia sulla vicenda.

L’ESPERIENZA DEL TRIBUNALE PENALE E IL FUTURO DELL’EX JUGOSLAVIA

Le opinioni espresse da Belgrado e Zagabria non sono le uniche dei Balcani, ma riassumono piuttosto efficacemente le identità politiche dell’ex Jugoslavia e le rispettive relazioni regionali e internazionali a fronte dell’operato pluriventennale del Tribunale penale per la ex Jugoslavia.
Istituita nel maggio del 1993, infatti, la Corte dell’Aia, è stata la prima giurisdizione ad hoc costituita dalle Nazioni Unite dopo le esperienze storiche di Tokyo e Norimberga. La sua attività copre quasi un quarto di secolo: un lasso di tempo che, certamente, non permette ancora una lettura storiografica delle vicende di tale Istituzione ma che, nella sua continuità, inizia a far assumere alle medesime dei contorni maggiormente marcati, rispetto alla cronaca contemporanea.
Una continuità fatta anche di vicende più o meno misteriose e di colpi di scena altrettanto controversi, come il suicidio in carcere dell’ex Presidente della Repubblica serba di Krajina (altra entità mai riconosciuta internazionalmente) Milan Babic, morto nonostante si trovasse in una cella costantemente videosorvegliata, o l’assoluzione di Ramush Haradinaj, dopo gli omicidi di almeno una decina di individui che avrebbero dovuto testimoniare a suo sfavore.

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Fig.4 – Il procuratore del Tribunale dell’Aia, Serge Brammertz, 22 novembre 2017

Il Tribunale ha chiuso le proprie attività il 31 dicembre scorso ma, qualunque possa essere l’opinione tecnico-giuridica nei confronti della corte, è innegabile come questo restituisca una mappa politica che, al di là di ogni cessate il fuoco tra gli Stati ex jugoslavi, ha visto ben pochi avvicinamenti o conciliazioni: le classi dirigenti serbe, croate, bosniache e kosovare adottano, al riguardo, il medesimo atteggiamento. Le autorità di Zagabria, ad esempio, si sono espresse in difesa di Praljak descrivendolo come un uomo innocente vittima di un tribunale ingiusto, ma quando nel 2012 i generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac erano stati assolti in appello, il Governo si era lodato con L’Aia per l’opera di ristabilimento della verità. L’assoluzione aveva però causato le energiche rimostranze di Belgrado, tuttavia meno incline a dipingere la Corte come parziale e ingiusta nel caso della condanna di Praljak e degli altri cinque croato-bosniaci.
Le posizioni dei Paesi della penisola balcanica, quindi, nella totalità dei casi, subordinano il riconoscimento dell’autorità e dell’imparzialità dell’istituzione e della sua imparzialità alle decisioni da essa prese di volta in volta: narrative politiche inconciliabili, ormai prossime a sedimentarsi quali impostazioni storico-nazionali di una regione al momento irrimediabilmente fratturata, nonostante il comune (e spesso accidentato) percorso verso l’Unione Europea.

 

Riccardo Monaco

Un chicco in più

Il Presidente del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, il maltese Carmel Agius, ha tracciato un bilancio dei ventiquattro anni di attività della Corte, descrivendo la sua fondazione come “uno dei momenti di maggiore orgoglio della comunità internazionale” e affermando che, nonostante critiche, scetticismo o aperta ostilità, la missione svolta possa dichiararsi come pienamente conclusa con successo.

Il giudizio è condiviso solo parzialmente dal Procuratore Serge Brammertz, che ha descritto come credibili e rispettabili i risultati raggiunti a L’Aia. Il magistrato ha però sottolineato come molte questioni rimangano dolorosamente aperte, come molte delle vittime ancora non abbiamo ricevuto la giustizia che meriterebbero e che i Paesi della regione hanno ancora bisogno di sostegno, per giungere ad una completa riconciliazione, dato che le rispettive opinioni pubbliche tendono ancora a dare pieno credito ad individui condannati per crimini di guerra.

Foto di copertina di ictyphotos Licenza: Attribution License

Riccardo Monaco

Nato e cresciuto a Roma, ho conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso La Sapienza. Dopo un periodo trascorso a Belgrado, ho iniziato un dottorato in Storia dell’Europa, con un progetto di ricerca dedicato alla politica estera della Jugoslavia dagli anni ’70 alla morte di Tito. Inoltre, ho conseguito un diploma in Sviluppo e Cooperazione Internazionale presso la Summer School dell’ISPI e un Master di specializzazione dedicato alla progettazione europea e all’internazionalizzazione d’impresa presso la SIOI.

A distanza di diversi anni dagli studi, rimango ancora convinto del ruolo centrale delle scienze politiche per la comprensione delle dinamiche attuali, ragion per cui sono tutt’ora un appassionato di geografia politica e di storia delle relazioni internazionali, con particolare riguardo per il periodo della guerra fredda e per un’area nevralgica quale quella dei Balcani occidentali.

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