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Il Sahel è una delle regioni in cui il cambiamento climatico ha i suoi effetti più evidenti e dove esso, in un contesto politico fragile, risulta essere un “moltiplicatore di minacce”. La presenza di istituzioni deboli insieme alla desertificazione e al mancato accesso alle risorse spingono alla migrazione forzata e creano le condizioni ideali per la proliferazione di movimenti terroristici

GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTI CLIMATICO

Si definisce Sahel (dall’arabo Sahil “bordo del deserto”) quella regione africana compresa tra il 12° e il 20° parallelo che include 12 stati, dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso: Mauritania, Senegal, Gambia, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Etiopia, Eritrea e Gibuti. Il progetto dell’OECD (The Organisation for Economic Co-operation and Development), Security implications of climate change in the Sahel, mira a comprendere l’impatto del cambiamento climatico sulla sicurezza della regione. Secondo questo studio esso ha, in primis, un impatto diretto sul modo di vivere delle popolazioni sahaliane, le quali sono fortemente dipendenti dall’agricoltura e dalla pastorizia e non possiedono un’attività di guadagno alternativa. Il clima della regione era caratterizzato da 4 mesi di pioggia all’anno (maggio-giugno, ottobre-novembre) ma, a partire dal 1970, con l’innalzamento della temperatura della superficie del mare, si è registrata una riduzione delle piogge e un aumento dei periodi di siccità. Nel 1968 il Sahel ha assistito alla prima grande carestia (tra il 1968 e il 1974), durante la quale si registrarono 100.000 morti e una completa dipendenza della popolazione dagli aiuti umanitari. Oltre al cambiamento climatico anche altri fattori hanno portato ad un aumento della desertificazione e a un impoverimento della terra. Con la colonizzazione, molte terre vennero destinate alle monocolture per l’esportazione e ciò ha ridotto la fertilità del terreno; il suolo, inoltre, ha perso la sua struttura diventando incapace di assorbire l’acqua. L’aumento delle terre coltivate ha ridotto i pascoli, provocando danni anche alla pastorizia. Si può dedurre come la rottura degli equilibri tradizionali abbia inciso notevolmente sul fragile equilibrio ambientale e sociale del Sahel. A partire dagli anni Settanta si assiste ad un altro importante fenomeno: la riduzione del bacino del lago Ciad. Si tratta di un lago che bagnava il Ciad, il Camerun, il Niger e la Nigeria e costituiva la principale fonte di sostentamento per la pesca e l’agricoltura. La sua superficie si è ridotta di 10 volte, da 25.000 kilometri quadrati a 2.500, dagli anni Sessanta ad oggi. L’aumento della popolazione in questa regione (da 10 milioni nel 1963 a 30 milioni nel 2006) è coinciso con la diminuzione delle precipitazioni e il conseguente aumento della siccità. Questo ha portato ad una crescente scarsità di risorse naturali e un aumento della competizione per il loro controllo. Si assiste infatti, a conflitti legati ai confini territoriali, come quella tra Nigeria e Camerun (1987-2004), tra Nigeria e Chad, tra Niger e Nigeria, tutti accomunati da un’unica necessità: affermare la sovranità su quelle porzioni di territorio ancora bagnate dal lago. Questo non ha fatto altro che aumentare l’instabilità nella regione, proprio lì, in quelle terre dove nasce Boko Haram.

Fig. 1 – Security Implications of Climate Change in the Sahel Region © SWAC 2010 (OECD)

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO: UN “MOLTIPLICATORE DI MINACCE”

Come evidenziato nel report dell’Unione Europea del 2008 intitolato Climate Change and International Security, il cambiamento climatico costituisce un moltiplicatore di minacce. Esso produce una serie di conseguenze come: danni all’economia di un Paese, perdita di territori e dispute legate ai confini territoriali, migrazioni indotte dal mancato accesso alle risorse, aumento dell’instabilità in contesti istituzionali fragili. L’incapacità dei governi dei Paesi interessati di fornire un supporto e una protezione dalle violenze, dalla disoccupazione o dall’insicurezza alimentare e quindi, in sostanza, di provvedere all’aiuto delle comunità ad adattarsi al cambiamento climatico, mina la legittimità delle istituzioni stesse. In tutto ciò rimane fondamentale soffermarsi proprio sulla definizione di moltiplicatore di minacce o acceleratore di instabilità: ci si riferisce al fatto di come esso non sia problematico solo in quanto tale, ma anche e soprattutto perché si accoppia ad altre dinamiche (cattiva governance, demografia, depressione economica,…) con effetto sinergico. In contesti caratterizzati da istituzioni e governi deboli, esso innesca conflitti etnici o tensioni tra gruppi sociali come quelle tra pastori e agricoltori in competizione per le stesse aree fertili in diminuzione, e spinge coloro che non hanno più accesso alle loro fonti di reddito alla migrazione o ad abbracciare movimenti estremisti. E’ perciò sia una delle dinamiche alla base dei flussi migratori verso l’Europa, sia dello sviluppo di gruppi terroristi.

Fig. 2 – Foto di Ilvy NjIokktjien scattata ad una famiglia di profughi in Sud Sudan. Il 20 febbraio del 2017 le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme di una grave carestia nel Paese. La guerra, l’aumento delle temperature e la diminuzione delle piogge hanno provocato una grave siccità e una migrazione forzata di persone alla ricerca di cibo e sicurezza. (A photo exhibition by the VII Foundation)

 

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Fig. 3 – Pastore Tuareg in Mali

IL GREAT GREEN WALL

E’ altrettanto importante notare come anche la risposta a tali sfide: debba essere necessariamente sinergica e non limitarsi a considerare queste dinamiche come isolate. Tra le possibili soluzioni, le Nazioni Unite, insieme alla Banca Mondiale, hanno poi deciso di finanziare un progetto per arrestare la desertificazione della regione. Si tratta del Great Green Wall, proposto nel 2005 durante il summit del CEN-SAD (Community of Sahel-Saharan State) e che prevede la creazione di una muraglia di alberi lunga ottomila kilometri in undici paesi coinvolti (Senegal, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Sudan, Ciad, Niger, Nigeria, Mali, Burkina Faso e Mauritania). Il progetto, finanziato per un periodo di sei anni (dal 2013-2019), prevede una serie di attività, sia a livello nazionale che regionale, volte a rendere il Sahel capace di affrontare e adattarsi al cambiamento climatico.

Altea Pericoli

Un chicco in più

Per un approfondimento dei progetti in Sahel da parte delle Nazioni Unite riguardo i cambiamenti climatici si rimanda al documento dell’UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification) a proposito Great Green Wall e al sito dell’UNDP che il 12 dicembre ha lanciato un progetto a sostegno delle comunità rurali nei paesi del G5 (i cui beneficiari sono in particolare donne e giovani), con l’obiettivo di sviluppare un alto grado di resilienza e di creare un’agricoltura sostenibile eliminando pratiche agricole dannose per il territorio.

Foto in copertina: Gary Knight. A photo exhibition by the VII Foundation.

“Darfuris moving from place to place in search of safety during the Sudan civil war. Declining and highly irregular patterns of rainfall in parts of the country — particularly in the Darfur region — provide mounting evidence of long-term regional climate change. In Northern Darfur, precipitation has fallen by a third in the past 80 years. Reports from UN Environment argue that severe environmental degradation is a root cause of the continued conflict affecting local communities.”

Altea Pericoli

Nata a Bari nel 1992, all’età di 18 anni mi sono trasferita a Milano dove ho cominciato il mio percorso universitario. Dopo una laurea triennale in Lingue per le Relazioni Internazionali, ho proseguito con una laurea specialistica in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo presso l’Università Cattolica e sto conseguendo il Diploma in “Sviluppo e cooperazione internazionale” presso l’ISPI di Milano. Prima della passione per le Relazioni Internazionali c’è il mio amore per il mondo arabo. Questo amore mi ha portato a vivere per qualche tempo in Marocco, dove ho scritto la mia tesi di laurea e tra i suoi mari e i suoi deserti ho trovato la mia seconda casa.