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Qual è il peso della dimensione geografica sulla politica estera statunitense? Come ne orienta le scelte? Gli Stati Uniti sono una potenza geopolitica? Come collocare Donald Trump? Abbiamo provato a rispondere a queste domande con l’aiuto del professor Corrado Stefanachi, autore di un recente libro sul tema

1. Recentemente è uscito un suo libro, America invulnerabile e insicura, che ha l’obiettivo di analizzare la politica estera americana attraverso una lente geopolitica. Cosa significa? Quali variabili vengono prese in considerazione? Perché sono rilevanti?

Solitamente quando si pensa agli Stati Uniti si considerano altre dimensioni: ideologica, personalità dei leader, storica… ma raramente quella spaziale. Alcune delle dimensioni appena citate, tra l’altro, contano anche a livello geopolitico. Ad esempio, c’è spesso una commistione tra ideologia e geografia (con un immaginario geografico che si carica di contenuti ideologici) fondamentale nelle considerazioni geopolitiche che ne seguono. La chiave di lettura spaziale, però, è spesso stata negletta nella discussione sulla politica estera americana. In realtà, tale dimensione è cruciale per ogni attore internazionale, Stati Uniti compresi. Lo spazio geografico è un vincolo che orienta le politiche degli attori e, inoltre, fare politica estera significa anche organizzare lo spazio. La globalizzazione, ad esempio, è una grande forma di riorganizzazione dello spazio geografico e non è un concetto in antagonismo con quello di geopolitica: equilibri, comunicazioni, confini, accesso alle risorse naturali… tutto questo è geopolitica ed ecco perché è una dinamica che non si può prescindere anche quando si parla di America.

2. Il gioco di contrasti nel titolo è evidente. Perché l’America è, allo stesso tempo, invulnerabile e insicura?

È, in effetti, un ossimoro. Gli Stati Uniti sono invulnerabili perché la geografia li rende tali. Non hanno mai avuto le stesse preoccupazioni che attanagliano e hanno attanagliato, ad esempio, Francia e Russia. Sono, al contrario, una fortezza inespugnabile, un’isola continentale ricca di materie prime e risorse, distante dai principali focolai di minaccia. Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, però, gli americani iniziano a ritenere che alcune trasformazioni dello spazio in corso, se non controllate, avrebbero potuto mettere in pericolo la loro “way of life”, la specificità americana – una definizione, tra l’altro, molto lasca e ambigua di interesse nazionale poiché non è qualcosa di facilmente delimitabile con un confine fisico. Ed ecco emergere l’elemento di insicurezza.

3. Quali sono i tratti peculiari che contraddistinguono la lettura dello spazio geografico da parte degli statunitensi? Quali implicazioni pratiche hanno?

Possono essere racchiusi in due filoni principali che si intrecciano. Il primo è legato al mutamento dello spazio interno americano e la chiusura della frontiera a Ovest, verso la fine dell’800. L’idea che la terra delle grandi e infinite opportunità, la grande cornucopia, venisse meno. Il secondo è collegato alla contemporanea chiusura degli spazi nel mondo che rende lo stesso più minaccioso; elemento presente in tutta la riflessione geopolitica di quegli anni. Uno spazio che si trasforma, trasformandosi si chiude e chiudendosi diventa molto più minaccioso di quanto era in precedenza. Per gli statunitensi, dunque, diviene imperativo provare a guidare questi mutamenti dello spazio per non essere schiacciati dagli stessi.

4. Gli Stati Uniti sono stati definiti come «Superpotenza non geopolitica»; tale giudizio è veritiero? In che misura?

In parte è così. Gli Stati Uniti sono in uno spazio che permette di pensare all’isolamento dal mondo e di ignorare quanto avviene al di fuori dei confini nazionali. Soprattutto in principio ciò appare marcato dato che non emerge una forte sensibilità geopolitica e, di conseguenza, viene posta poca enfasi su quelle dinamiche. Tuttavia, come detto poco fa, gli statunitensi, verso la fine dell’800, si rendono sempre più conto della necessità di considerare il mondo circostante nella loro equazione e la dimensione spaziale guadagna importanza, rendendo gli Stati Uniti un Paese più normale sotto questo punto di vista.

5. La fine della Guerra Fredda ha coinciso con la perdita di importanza delle considerazioni geopolitiche a favore di governance globale e convinzione nella fine dei vecchi schemi nelle relazioni tra attori del sistema internazionale. Gli eventi degli ultimi anni, però, sembrano aver invertito tale tendenza. Nella sfida tra i sostenitori del “ritorno della geopolitica” e chi, invece, continua a ritenere illusoria la prospettiva geopolitica lei dove si colloca? Perché?

Le problematiche geopolitiche non sono mai venute meno; non se ne è parlato, per varie ragioni – e soprattutto a livello accademico. Ad esempio, si riteneva che la globalizzazione, il nuovo mondo, fosse in contrapposizione con la geopolitica, il vecchio mondo, e che la prima annullasse la seconda. Ma, in ultima istanza, cos’è la globalizzazione se non una riorganizzazione dello spazio? E cos’è, se non geopolitica, il fatto che gli Stati Uniti l’hanno consentita assicurando gli equilibri globali, mantenendo aperte le rotte marittime, i trasporti globali, impedendo all’Iraq di conquistare il Kuwait… Tutto questo è geopolitica, dunque non ci si può collocare in un campo poiché tale dicotomia non esiste nella pratica. Comunque, la politica americana è rimasta consapevole di questa dimensione anche all’acme degli entusiasmi clintoniani per la globalizzazione – basti pensare ai lavori di autori come Brzezinski. Anche nelle grand strategy di Clinton si continua a parlare di mantenere il controllo su certe aree, capacità di proiettare potenza, accesso alle risorse…

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Fig. 1 – Trump lascia la Casa Bianca diretto a Camp David

6. Attualmente quali sono le principali trasformazioni geopolitiche che preoccupano Washington?

Innanzitutto, l’ascesa della Cina, grande ossessione di questi anni, che ora si salda con la rinascita della Russia. Anche l’area del Golfo è tornata con forza nei calcoli americani. Con la guerra in Iraq si sono fatti male, spalancando le porte all’influenza iraniana nella regione. Il pericolo di vedere l’arma nucleare negli arsenali dell’Iran, poi, allarma ulteriormente gli Stati Uniti. Tale evento, infatti, sarebbe un game changer rilevante…

7. … interessante che non abbia menzionato l’Europa. Non è più nei radar di Washington?

Ma no, l’Europa conta… strategicamente – per delegare alcune responsabilità, soprattutto in Africa e nei Balcani – e come grande partner economico, indubbiamente, ha un peso notevole. Con la nascita dell’Euro c’erano stati timori in America per il possibile emergere di un Europa politica capace di essere un peer competitor. Negli ultimi anni, però, la paura è passata grazie alla crisi dell’Euro e il riaffiorare dei nazionalismi. Paradossalmente, a pochi anni di distanza, preoccupa molto più l’instabilità e la fragilità del Vecchio Continente.  La “camicia di forza” della moneta unica, poi, sta rischiando di distruggere quei livelli di cooperazione e integrazione che erano stati raggiunti in precedenza, con il grande progetto del mercato comune e dell’Unione Europea.

8. La lettura geopolitica aiuta a spiegare anche la politica di Donald Trump?

Indubbiamente. L’internazionalismo è soggetto sempre più a pressioni. Molti negli Stati Uniti non credono più al fatto che l’economia, il commercio e così via siano dei toccasana per la loro condizione anzi, vengono percepiti come una minaccia da vari settori. Questo, che era stato uno dei capisaldi dell’internazionalismo americano è in difficoltà. Gli assunti basilari, però, non cambiano. Con il nuovo Presidente non siamo di fronte a una completa cesura: la necessità di preservare taluni equilibri di potenza in Eurasia – quindi la capacità di manovra americana nell’area – resta elemento rilevante. Molte politiche adottate dal predecessore sull’area, dunque, rimarranno. Anche per quanto riguarda la Russia, per ora, non si è visto nulla di estremamente differente rispetto agli anni precedenti. In questo momento, però, c’è molta ambiguità in merito… Resta il fatto che la politica estera di una grande potenza difficilmente cambia radicalmente per le posizioni di un singolo, e Trump lo sta dimostrando.

9. … dunque, non si può considerare Trump come una discontinuità forte nella politica americana…

Mah, direi di no. Siamo di fronte a un’espressione del nazionalismo americano, attento a una dimensione identitaria ma che rimane comunque ancorata ai valori propri della propria esperienza. E c’è sempre stata questa componente nel DNA ideologico degli Stati Uniti. Indubbiamente, però, oggi il mondo viene guardato con molto più sospetto e l’esperienza dei Tea Party rappresenta bene tutto ciò. Non si tratta, però, di isolazionismo. Il nazionalismo jacksoniano, infatti, è disposto a rimanere impegnato nel mondo e farsi valere nello stesso. L’amministrazione Reagan aveva già questo tratto. Trump non riflette una posizione neoisolazionista – e quanto sta facendo in Medio Oriente o con riguardo alla Corea del Nord lo dimostra – ma è indubbiamente più nazionalista, unilateralista, attento a preservare la sovranità americana rispetto alle istituzioni multinazionali e a rimanere impegnato nel mondo mostrando dì più i muscoli.

…America First, in sostanza! Ringraziamo il professor Corrado Stefanachi per averci concesso questa intervista.

Simone Zuccarelli

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

America invulnerabile e insicura è l’ultimo libro di Corrado Stefanachi, professore di Relazioni internazionali, Studi strategici e Geopolitica nel Dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici dell’Università degli Studi di Milano. Nel volume l’autore si sofferma sulla dimensione geografico-spaziale e l’impatto che essa ha e ha avuto sulla politica estera americana, svelando alcune ragioni sottostanti l’impegno statunitense nel mondo.

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Simone Zuccarelli

Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche. 

A ciò si è aggiunta la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO che sfociata nella fondazione di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Executive Vice President di YATA International e Coordinatore Nazionale del Comitato Atlantico Italiano.

Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Qui al Caffè scrivo su area MENA, relazioni transatlantiche e politica estera americana. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!