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Niente Sweet Home per Trump in Alabama

In 3 sorsiAlle elezioni per il seggio vacante dell’Alabama al Senato USA ha vinto un candidato democratico dopo circa 25 anni. Doug Jones ha sconfitto il repubblicano Roy Moore e offerto spunti di riflessione

1. INIZIO DELLA FINE PER IL METODO BANNON?

Il primo punto è che per la prima volta da quando Trump è stato eletto, il “metodo Bannon” è stato sconfitto. Di cosa si tratta? È noto che Steve Bannon, ex consigliere del Presidente e principale deus ex machina della campagna del 2016, è schierato su posizioni ultraconservatrici con derive che spesso sfiorano (o entrano) nell’ultra-destra xenofoba. Inoltre, l’essere anti-establishment è una delle sue bandiere. Per queste ragioni, è difficile per lui schierarsi con il partito repubblicano tradizionale. Dopo Trump, Roy Moore era il candidato perfetto per Bannon, il quale infatti non si è risparmiato nel fare campagna elettorale sia alle primarie (con successo) sia alle elezioni vere e proprie. Questo nonostante Moore fosse un candidato che definire controverso è un eufemismo, al di là delle accuse circostanziate di molestie su minori venute a galla di recente. Neanche il sospetto fondato che l’aspirante senatore fosse stato (o sia tutt’ora) un pedofilo ha fermato la macchina propagandistica che indirizzava i suoi messaggi a quella parte dell’elettorato conservatore ormai polarizzata a tal punto da far suo il motto “meglio morto che democratico”. Le urne, questa volta, hanno dato torto a Bannon complice anche una rivolta interna (semi-aperta) dello stesso partito repubblicano. Numerosi esponenti infatti hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero sostenuto Moore, tra questi l’altro senatore dell’Alabama, Richard Shelby. Altri hanno addirittura ammesso un supporto, anche economico, al candidato democratico Jones. L’elettorato dello stato ha iniziato a cambiare rotta sin dalla venuta a galla dello scandalo molestie, ma in pochi si aspettavano il ribaltone.

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Fig. 1 – Il candidato repubblicano Roy Moore

2. COLPO PER TRUMP

La sconfitta in Alabama è un colpo importante a Donald Trump. Il Presidente si è speso in prima persona per Moore fino a un roboante tweet alla vigilia delle elezioni.

 

Ora si trova a dover fare i conti con il fatto che in uno degli stati più conservatori degli USA uno dei due senatori è democratico. Il tycoon ne ha preso atto in un altro tweet in cui però insinua che la sconfitta sia stata dovuta al cosiddetto write in, ossia alla possibilità per gli elettori statunitensi di aggiungere un altro candidato alla scheda direttamente in fase di voto senza la sanzione di nullità.

 

Si sa però che il Presidente cade sempre in piedi, perciò si è affrettato a twittare che lui alle primarie aveva sostenuto l’altro candidato repubblicano, Luther Strange, perciò ha avuto di nuovo ragione (!).

 

Numericamente parlando, Trump aveva sbaragliato Clinton nel 2016 in Alabama con un 62,1% a 34,4% e un differenziale di approssimativamente 600.000 voti. Ora Jones ha battuto Moore 49,9% a 48,4% con un distacco di 20.000 voti circa. I numeri vanno presi con le pinze essendo due elezioni ben diverse, tuttavia i dati mostrano due situazioni diametralmente opposte a circa un anno di distanza l’una dall’altra. La vittoria di Jones è anche, da un certo punto di vista, una piccola rivincita del GOP che ora spera che i candidati modello Trump/Moore diminuiscano in vista delle mid-term del prossimo anno.

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Fig. 2 – Il candidato democratico Doug Jones festeggia la vittoria

3. SENATO IN BILICO

La conseguenza immediata del voto in Alabama è che ora al Senato i repubblicani (e Trump) vedono assottigliarsi la maggioranza a un traballante 51 a 49. A questo, va aggiunto che alcuni senatori in aperta rottura con il Presidente (e che non si ricandideranno nel 2018, quindi hanno mano libera) si sono dimostrati pronti a votare contro le leggi presentate dal GOP e caldeggiate da Trump (si veda cosa è successo al tentativo di abolizione dell’Obamacare ad esempio, o le sette camicie sudate per far passare la riforma fiscale). Il palcoscenico è pronto per un altro anno imprevedibile per la politica statunitense, da concludere con le elezioni di mid-term in cui si rinnoveranno l’intera Camera e un terzo del Senato.

Emiliano Battisti

Un chicco in più

In base all’analisi dei dati, gli elettori delle minoranze, specialmente quella afroamericana, hanno votato in massa per Jones, così come le classi meno abbienti. La classe media ha invece preferito Moore in larga maggioranza. Se si guarda all’istruzione, quelli con il grado più alto hanno votato in maggioranza per Jones, ma il distacco con Moore non è ampio. Interessante il dato delle donne bianche istruite. Hanno ancora votato repubblicano in maggioranza, ma la percentuale è scesa molti rispetto alle presidenziali del 2016.

Potete trovare i dati qui e qui

 

Foto di copertina di ShanMcG213 Licenza: Attribution-ShareAlike License