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Chi vuol mettere le mani sul Turkestan?

In 3 sorsi – Situata nel mezzo del continente asiatico, la regione del Turkestan ha assistito nei secoli ad un forte sviluppo commerciale proprio grazie alla sua posizione di “Terra di Mezzo” sulla Via della Seta. Numerose sono infatti le città che ricordano questo passato glorioso e altrettanto numerosi sono gli imperi che si sono contesi il controllo di queste terre. Oggi l’area è al centro di una complessa partita geopolitica tra Russia, Cina e Turchia

1. DAL CROLLO DELL’URSS AL RITORNO DELLA RUSSIA

In epoca moderna l’area dell’Asia Centrale ha subito l’occupazione da parte della Russia prima e dell’Unione Sovietica poi. Questo periodo ha mutato completamente l’assetto della regione non solo per quanto riguarda, ad esempio, l’architettura e la struttura stessa delle città, con l’adozione di un sistema più “moderno”, ma anche l’ambiente umano. Si è cercato, insomma, di eliminare tutti quei riferimenti alla cultura islamica e autoctona che non rispecchiavano le linee guida del Partito Comunista.
Mentre oggi il carattere “sovietico” si sta lentamente dissolvendo, la Russia continua ad avere un legame privilegiato con i Paesi del Turkestan, anche grazie alle popolazioni di origine russa che vi si trasferirono in epoca sovietica e che tutt’oggi continuano a risiedere nella regione. La comunità russa presente in Kazakistan rappresenta il 23% della popolazione totale, mentre per gli altri Stati della zona la cifra diminuisce fino al solo 0,5% del Tajikistan. La presenza di cittadini di origine russa ha condizionato i rapporti tra la madrepatria e gli Stati asiatici, anche in termini economici e di investimenti. Aziende estrattive a partecipazione statale, inoltre, operano nei giacimenti di gas e petrolio dell’Asia Centrale, oltre a detenere la maggioranza delle società che gestiscono gli oleodotti e i gasdotti.

Fig. 1 – Il territorio storico del Turkestan (in giallo) e i confini odierni degli Stati locali | Autore mappa: Alessio Baccinelli
2. LA CORSA ALL’OVEST DELLA CINA

L’occupazione definitiva da parte delle truppe maoiste di Pechino dello Xinjiang 1949 non è altro che l’ultimo atto della conquista cinese dell’ovest. Il peso della Repubblica Popolare Cinese come prima potenza manifatturiera del mondo si fa sentire in modo particolare in tutta l’Asia Centrale: sebbene le esportazioni cinesi verso l’area rappresentino per l’economia di Pechino solo l’1% del totale, invertendo la prospettiva si scopre che per il mercato tagiko, ad esempio, le importazioni cinesi riguardano il 51% del totale, mentre in quello turkmeno rappresentano “solo” il 15%.
Gli obiettivi economici cinesi per il prossimo futuro sono tutti rivolti verso ovest. Con la Belt and Road Initiative (BRI), infatti, la Cina vuole riportare a sé il titolo di impero commerciale. Per ambire a questo il Governo di Pechino ha stanziato tutta una serie di finanziamenti (che secondo alcune stime si aggirerebbero sui 900 miliardi di dollari) per la realizzazione di infrastrutture volte a connettere in modo stabile e veloce la Cina ai mercati occidentali. Una buona parte di questi fondi dovranno necessariamente essere destinati a opere nei Paesi dell’Asia Centrale che, grazie a questa iniziativa potranno da un lato vedersi aprire nuove prospettive economiche, ma dall’altro si troverebbero ancora più dipendenti dalla volontà della vicina potenza cinese.

Fig. 2 – Una visione d’insieme delle infrastrutture energetiche e delle relazioni commerciali dei Paesi dell’Asia centrale  |  Fonte dati: The Observatory of Economic Complexity | Autore mappa: Alessio Baccinelli
3. IL PANTURCHISMO

Il ruolo che la Turchia si sta ritagliando come hub energetico, da qualche decennio a questa parte, a metà strada tra Oriente e Occidente, si inserisce in una nuova visione strategica. Ankara sta cercando di riattivare quel sentimento di appartenenza al macro-gruppo di etnia turco-altaica con tutti i popoli e le nazioni in cui questo ceppo rappresenta la maggioranza. Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, con la Turchia, rappresentano, infatti, i Paesi discendenti da popolazioni con la medesima origine, sia geografica che etnica. In questo senso sono da leggere i vari investimenti messi in atto dal Governo turco nella regione centro-asiatica. Primo fra tutti è il Turkish Stream, gasdotto frutto dell’accordo turco-russo dell’ottobre 2016, proveniente dalle coste russe del Mar Nero che passerà dalla parte europea della Turchia per poi giungere fino in Grecia. Un altro progetto per il trasporto di gas dal bacino caucasico, attraverso la penisola anatolica, fino all’Europa orientale doveva essere Nabucco. L’idea di questa pipeline nasce dal desiderio dell’Unione Europea, con supportato dagli Stati Uniti, di non voler dipendere troppo dai rifornimenti di gas russo. Il progetto originale, però, è entrato in una fase di stallo quando si è preferita una variante che, invece di passare attraverso i Balcani, verrà costruita nel Mar Tirreno.
Da parte dei Paesi centro-asiatici, d’altro canto, la Turchia potrebbe rappresentare anche un avvicinarsi a quel blocco occidentale che viene rappresentato dalla NATO, al quale ricordiamo che la Turchia appartiene dal 1952.

Alessio Baccinelli

Un chicco in più

Durante il XIX secolo, l’Asia Centrale divenne lo scacchiere di quello che Rudyard Kipling definì come il “Grande Gioco”. In questa partita a scacchi immaginaria, i contendenti furono il Regno Unito con i suoi possedimenti indiani e la Russia imperiale che premeva per espandersi verso sud. La conclusione ufficiale di questo scontro tra titani si ebbe solo nel 1895 con la decisione di fissare il confine tra il nascente Afghanistan e la Russia sul fiume Amu Darya (quello che i classici ricordano come Oxus), da sempre considerato un confine naturale dell’Asia Centrale. In ogni caso, cambiano i giocatori ma il Gioco non cambia mai. E continua ancora ai giorni nostri.

 

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