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Il recente viaggio di Trump in Estremo Oriente, che ha visto il tycoon confrontarsi con i leader di Cina, Corea del Sud, Giappone e Vietnam, ha sicuramente dimostrato l’importanza che quest’area geografica ha per gli Stati Uniti d’America. Ma l’obiettivo di dare nuovo vigore alle relazioni con questi Paesi, soprattutto con la Cina, sarà stato raggiunto dalla corposa delegazione americana?

LA “MEMORIA CORTA” DI TRUMP

Il Presidente Trump, che ha festeggiato a novembre il primo anno dall’elezione alla Casa Bianca, non sembra avere grande memoria delle parole spese in passato nei confronti dei Paesi dell’Estremo Oriente, in particolare nei confronti della Cina. Sebbene i numeri economici che dividono gli Stati Uniti dai Paesi dell’area dell’Oceano Pacifico (27 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Corea del Sud, 68.9 miliardi con il Giappone, 347 miliardi di dollari con la Cina, 32 miliardi di dollari invece con il Vietnam) siano molto chiari al Governo americano, il tycoon newyorkese, durante la campagna elettorale del 2016, non ha di certo limitato le sue dichiarazioni. Famosi sono i post su Twitter con cui la Cina è stata descritta come un “assalitore della ricchezza americana”. Ora, invece, con l’urgente questione nordcoreana e le imbarazzanti “indiscrezioni” sull’interferenza russa nelle elezioni americane, per gli USA la Cina è un Paese amico e con una “brava persona”, parole pronunciate dallo stesso Trump, come leader. C’è dunque spazio per un dibattito circa i reali interessi della potenza americana in Oriente, tenendo conto anche dei numerosi dirigenti di importanti aziende che hanno accompagnato il Presidente nel suo recente viaggio in Cina.

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Fig. 1 – Stretta di mano tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, 9 novembre 2017

PAZIENZA E DIALOGO

L’accoglienza che il Presidente Xi ha riservato a Donald Trump non è passata di certo inosservata. Una “state visit plus“, come molti la definiscono, per ricambiare l’ospitalità americana riservata a Xi durante la visita in aprile a Mar-a-Lago, residenza del Presidente Trump. Dopo i saluti ufficiali, si sono tenuti gli incontri tra i due leader per parlare fondamentalmente di due temi: la Corea del Nord e le questioni commerciali. Per quanto riguarda la Corea del Nord, le parole più utilizzate dai due Presidenti sono state dialogo e pazienza. Parole che potrebbero sembrare piuttosto strane, considerati i toni sempre molto accesi e minacciosi utilizzati da Trump nei confronti di Pyongyang e dei suoi test missilistici. Trump, però, sa che la Cina è il principale partner commerciale della Corea del Nord e, benché Pechino voglia certamente mantenere un equilibrio e una situazione “armoniosa” nell’area, sa perfettamente che non può pressare eccessivamente Xi per raggiungere l’obiettivo di fermare il regime nordcoreano. Quindi Trump si è reso, almeno ufficialmente, promotore insieme a Xi di una risoluzione diplomatica delle questione, con l’obiettivo di non forzare Pechino all’azione e di limitare possibili ripercussioni negative sui rapporti commerciali tra USA e Cina.

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Fig. 2 – L’incontro tra la delegazione cinese e quella americana durante la visita di Trump a Pechino, 9 novembre 2017

LA QUESTIONE DELLA BILANCIA COMMERCIALE

Altro tema all’ordine del giorno è stato il deficit commerciale esistente tra i due Paesi. Gli esperti americani hanno evidenziato come soltanto nel 2016 Pechino ha venduto a Washington 347 miliardi di dollari di merci in più rispetto a quante ne ha acquistate. Dunque una delle priorità dei rappresentanti delle multinazionali statunitensi arrivati in Cina è stata quella di concludere il maggior numero di contratti possibili per poter azzerare il dislivello economico tra i due Paesi. Tra gli accordi raggiunti più interessanti c’è la nascita di un fondo congiunto da 5 miliardi di dollari tra la China Investment Corporation(CIC) e la Goldman Sachs per promuovere lo sviluppo di industrie americane del settore manifatturiero che vogliono entrare nel mercato cinese. Come sostiene Marco Valsavia, giornalista de Il Sole24ore, “tale collaborazione potrebbe aiutare Goldman Sachs a ottenere in futuro aperture nella finanza cinese, oggi ancora protetta; mentre CIC, al fianco di Goldman, potrebbe avere accesso al comparto hi-tech americano a cui ambisce, settore chiuso per la resistenza di sicurezza nazionale”. La China Aviation Supplies Holding, invece, ha firmato un accordo da 37 miliardi di dollari per l’acquisto di 300 aerei, prodotti dalla Boeing, da destinare ad Air China e China Eastern Airlines. Tra i possibili accordi futuri, è stato anche predisposto un memorandum d’intesa tra la China Energy Investment Corp e lo Stato del West Virginia del valore di 83.7 miliardi di dollari. Se tale documento diventerà un contratto vincolante, la multinazionale cinese potrà avere accesso, per 20 anni, ai giacimenti di gas americani e realizzare progetti nel settore petrolchimico. Altro accordo, del valore di 43 miliardi di dollari, potrebbe essere firmato tra l’Alaska Gasline Development Corp (AGDC), la Sinopec, la Bank of China e la China Investment Corporation. L’accordo, che prevede diversi progetti per l’estrazione del gas dal suolo, dovrebbe creare circa 12mila posti di lavoro per gli abitanti dell’Alaska.

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Fig. 3 – Il vento di Pechino scompiglia la chioma del Presidente americano, 10 novembre 2017

DUELLO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Gli USA sono il Paese tecnologicamente più avanzato e che dispone di strumentazioni e software più all’avanguardia. Questo primato strenuamente difeso da Washington potrebbe essere seriamente minato dai passi avanti che Pechino sta compiendo nel settore, specialmente nel campo dell’intelligenza artificiale per scopi militari o di sicurezza. Se da una parte Trump sta cercando di limitare le infiltrazioni cinesi nel settore della sicurezza nazionale, in particolare ribadendo lo stop all’operazione di acquisizione della Aixtron (azienda americana leader nella produzione di semiconduttori) per un valore complessivo di 1.3 miliardi, Pechino ha iniziato ad inserire delle clausole nei contratti inerenti all’ingresso di società americane, ma anche straniere, sul suo suolo nazionale: se tali aziende vogliono lavorare in Cina, i loro esperti e scienziati devono trasmettere il proprio know how ai loro partner cinesi. In questo modo la relazione, soprattutto per la Cina, è “win-win”. Inoltre, un recente studio del Center for a New American Security ha dimostrato che il dislivello militare tra USA e Cina non è più cosi ampio; anzi, lo studio afferma che in cinque anni le forza armate della Cina, grazie agli sviluppi nel settore dell’intelligenza artificiale, potrebbero eguagliare e superare quelle degli Stati Uniti. Se gli USA sono riusciti a mantenere il primato tecnologico grazie agli investimenti passati, Pechino sta creando, entro il 2030, un’industria di settore da 150miliardi di dollari, grazie soprattutto alla dinamica attività di “BAT”: il motore di ricerca Baidu, il sito di e-commerce Alibaba e TenCent, gestore del social network WeChat.

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Fig. 4 – Trump e il Segretario di Stato Rex Tillerson durante i loro colloqui con la dirigenza politica cinese, 9 novembre 2017

LA CINA (E GLI STATI UNITI) PRIMA DI TUTTO

A margine dei contratti economici e delle rispettive “promesse diplomatiche” la Cina non si è certo lasciata sfuggire l’occasione di rafforzare la propria leadership regionale. Infatti in cambio di accordi economici e della definizione di una linea d’azione nei confronti della Corea del Nord, Xi Jinping ha sottoposto all’attenzione di Trump una dichiarazione amichevole per una maggiore cooperazione tra i due Paesi e per rafforzare il principio dell’unica Cina. Tra le righe Xi ha voluto ribadire la sua posizione di leader nel mantenimento dello status quo, da intendersi soprattutto come una richiesta di non interferenza esterna negli “interessi” cinesi nell’area del Mar Cinese Meridionale. Inoltre, pur di non scalfire l’apparente ritrovata intesa tra i due leader, non sono stati affrontati temi spinosi come il rispetto dei diritti umani, soprattutto da parte della Cina, o la salvaguardia dell’ambiente.

Isabel Pepe

Un chicco in più

Il Presidente Trump ha ritirato quest’anno gli USA dagli accordi di Parigi sul clima. La preoccupazione degli altri Paesi firmatari è alta, considerati anche i numerosi disastri ambientali che hanno colpito il pianeta negli ultimi anni. Trump ha confermato la propria volontà di uscire dagli accordi e le numerose voci che si rincorrono circa la volontà di ritrattare i termini, a vantaggio degli USA, non sembrano ancora oggi trovare conferma dagli aggiornamenti che arrivano dai corridoi della Casa Bianca.

Foto di copertina di Michael Vadon Licenza: Attribution License

Isabel Pepe

Sono nata in un piccolo paesino della Basilicata. Dopo la maturità scientifica mi sono trasferita a Venezia per studiare lingua cinese alla Ca’ Foscari e specializzarmi in Relazioni Internazionali Comparate. Quest’ultimo percorso di studi e il lavoro di tesi magistrale, “La geostrategia marittima della Repubblica Popolare Cinese: dalla Via della Seta al Filo di Perle”, mi hanno spinta a trasferirmi a Roma per coltivare questi due interessi. Ho frequentato un Master in Geopolitica e Sicurezza Globale, e dopo aver frequentato dei corsi sull’Energia, sono approdata alla Business School del Sole 24 ore per un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Quando non mi occupo di questi temi, cerco di coltivare le mie passioni tra cui ci sono libri e vini.