Obama stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu
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Dal 20 al 22 Marzo il presidente Barack Obama ha visitato Israele e ha invitato nuovamente Israeliani e Palestinesi a sedersi al tavolo dei negoziati. In agenda anche i rapporti Israele-Turchia e la minaccia iraniana. Due settimane dopo, rivediamo il film della sua visita e le posizioni in campo, valutando la possibilità di una faticosa e complessa ripresa dei negoziati tra le parti.

 

LA VISITA – La visita di Obama è stata breve ma intensa, carica di significati. Poco dopo il suo arrivo Obama ha assistito alle dimostrazioni di operatività dei sistemi missilistici Iron Dome, Arrow e Magic Wand. Un modo per ribadire la consistenza dell’assistenza militare statunitense, uno dei punti cardine dell’amicizia storica con lo Stato di Israele. Il Presidente ha poi avuto modo di incontrare nei tre giorni di visita tutte le autorità israeliane, forze di maggioranza e opposizione, dando uno sguardo al completo panorama politico israeliano. Il programma ha previsto anche la visita a Ramallah e Betlemme, dove Obama ha incontrato i vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese.

 

C’E’ CHI DICE NO – Obama si è proposto ancora una volta come mediatore e promotore del processo di pace tra Israele e Palestina, dichiarando la volontà di perseguire obiettivi ambiziosi e decisivi. Ancora una volta però, la questione palestinese si mostra in tutta la sua complessità e difficoltà di gestione. Coloni ed estrema destra israeliana non risparmiano le critiche e accusano Obama di non capire a fondo i problemi di sicurezza che i cittadini dello Stato ebraico affrontano ogni giorno. Quasi ironicamente, le stesse istanze vengono esposte da parte palestinese per i propri cittadini. Le posizioni estreme non si mitigano in alcun modo e, nel secondo giorno di visita, cinque razzi Qassam sono stati lanciati da Gaza sulla città israeliana di Sderot, per la prima volta dopo l’operazione Pillar of Defense.

 

“STANDING OVATION” – Obama non si smentisce mai. Il discorso che tiene a Gerusalemme sul processo di pace è davvero ben costruito e politicamente molto significativo. Il programma che Obama propone è fresco, ambizioso, rivoluzionario. Il presidente chiede a gran voce un cambio di mentalità e di marcia. Chiede di mettere da parte la dietrologia e sedersi ad un tavolo in veste di politici realisti. Il tentativo di iniettare nuovi valori nel teatro israelo-palestinese è encomiabile. Molti analisti sono rimasti affascinati dalle parole del Presidente, che ha probabilmente superato il livello dello storico monologo tenuto all’Università del Cairo. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica. Nonostante i principi siano validi, a detta di molti Obama ha un programma troppo ambizioso e al tempo stesso poco supportato. La mentalità e le logiche di un conflitto lungo oltre 60 anni non si cambiano certo nel breve termine, e a Barack Obama rimangono meno di 4 anni. Inoltre le risorse e le energie statunitensi sono dirottate sempre di più verso Est.

 

IL SUCCO DEL DISCORSO – Nel medio termine il Medio Oriente potrebbe diventare un fronte secondario della diplomazia a stelle e strisce. Ma proprio per questo serve una soluzione permanente che calmi la regione, un ordine regionale che possa limitare l’intervento statunitense nei prossimi anni. Bisogna infatti ammettere che la crisi economica ha messo a dura prova il bilancio dei dipartimenti di punta della diplomazia americana (Department of State e Department of Defense). Gli Stati Uniti non possono più sostenere fronti multipli ad alta intensità. Questo sembra molto chiaro agli Israeliani, che temono un impegno insufficiente in caso di conflitto con l’Iran e che hanno già osservato con apprensione la poca voglia che gli USA hanno avuto di invischiarsi nel calderone siriano. Obama ha provato a tranquillizzare un pò tutti. Dopo le accuse di filo-arabismo, il Presidente ribadisce a gran voce la vicinanza tra gli Stati Uniti e Israele. Dichiara ufficialmente Israele il miglior amico e alleato americano e assicura la massima collaborazione per venire incontro alle esigenze dello Stato ebraico. Israele e Stati Uniti sono legati da un cordone ombelicale che non può e non deve essere sciolto. Parole che non piacciono molto alla dirigenza di Fatah, per non parlare di Hamas. Ma Obama mitiga la posizione e trova modo di scontentare anche una parte degli Israeliani. Infatti indica Abu Mazen come un interlocutore credibile e lo promuove come figura di riferimento per il nuovo corso che intende imprimere alle relazioni Israelo-Palestinesi. Relazioni che devono partire dal presupposto che lo Stato palestinese va riconosciuto e le sue istituzioni rinforzate. Le colonie israeliane più avanzate vanno rimosse per passare dalle parole ai fatti e incentivare in modo sostanziale i colloqui.

 

ATTENTI A QUEI DUE – Obama e Netanyahu non si piacciono. Nonostante entrambi siano costretti dal loro ruolo istituzionale a parlarsi e interagire, i dissapori tra i due leader sono ormai ampiamente noti. Netanyahu prova a dipingere Obama come un filo-arabo e in parte ci riesce, sebbene l’opinione pubblica non abbia mai dubitato della lealtà reciproca tra i due Paesi. Dal canto suo, Obama non riscuote l’empatia e il consenso popolare che Bill Clinton e George W. Bush erano riusciti a strappare al popolo israeliano. L’atteggiamento di Netanyahu è stato così sufficiente a creare un piccolo strappo nelle relazioni con gli Stati Uniti. Strappo prontamente ricucito in questa occasione. Obama non smentisce le voci in merito, e sembra preferire il presidente Peres come interlocutore. Tuttavia la visita di Obama potrebbe aver cambiato l’atteggiamento reciproco. Pochi giorni dopo la visita ufficiale, Netanyahu ha sbloccato un fondo da 100 milioni di dollari, sequestrato qualche mese fa all’Autorità Nazionale Palestinese come ritorsione al processo di riconoscimento della Palestina presso le Nazioni Unite (29 Novembre 2012). E’ difficile valutare il gesto. Reale volontà di apertura o tentativo di accattivarsi un elettorato sempre più critico nei propri confronti? Certo, dopo l’intervento di Obama non far nulla sarebbe stato un rischioso autogol. Ma il fine giustifica i mezzi, qualunque sia la motivazione di fondo è un ottimo inizio che qualcosa si muova in modo positivo.

 

Il presidente americano Obama e il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) a Ramallah

DIETRO LE QUINTE (TIT FOR TAT)Piccolo tecnicismo: al di là dei grandi discorsi programmatici, doverosi durante gli eventi ufficiali, la politica di Obama in Medio Oriente si espleta nel quotidiano mediante un sistema di dichiarazioni ufficiali, cui fanno seguito aiuti economici o favori diplomatici direttamente proporzionali alla volontà degli attori di adeguarsi alle strategie proposte. Rispetto all’amministrazione Bush, la politica di Obama è più macchinosa ma forse più adeguata per arrivare, “passo dopo passo”, all’avvicinamento reciproco tra Israeliani e Palestinesi. Quando qualcuno sbaglia viene redarguito e “punito” con una piccola ritorsione. Troppo piccola per creare una debacle, ma grande abbastanza da convincere le parti che è molto più conveniente per entrambi venirsi incontro. Il meccanismo di base è  “il bastone e la carota”, ma il cosiddetto tit for tat è più complesso e prevede l’instaurazione di una serie di interdipendenze basate sul principio di azione e reazione. Funziona in Medio Oriente?  Fino ad oggi no, perchè gli attori sono tanti e spesso si arroccano su posizioni inconciliabili. Perchè allora l’amministrazione Obama ci prova? I vantaggi di una strategia del genere sono prevalentemente economici. Facciamo un esempio storico: gli accordi di Camp David sono costati agli Stati Uniti oltre 4 miliardi di dollari per spingere Israele ed Egitto a sedersi al tavolo della pace. Gli Stati Uniti, oggi, non possono permettersi di spendere somme ingenti su un teatro dimensionalmente piccolo. Trattandosi poi un di un tema complesso come la questione palestinese, una storia ricca di fallimenti e abbandoni delle trattative, si rischia di spendere molti soldi per risultati scarni. L’attuale amministrazione americana sta quindi provando una strada tortuosa e i cui frutti sono visibili solo nel lungo termine. Una strada però a basso rischio e a basso costo, anche se poco gratificante dal punto di vista del ritorno di immagine. A questo prova a porre rimedio il Presidente Usa, mettendosi in gioco personalmente e cercando di sfruttare il proprio carisma personale e il richiamo a valori universali difficili da oppugnare. Riuscirà Obama nell’impresa?

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