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Un anno dopo, in Israele si ritorna prepotentemente a parlare di attacco preventivo all’Iran, un lancio di missili (strike, appunto) per impedire lo sviluppo del nucleare

QUALE SPETTACOLO?                     La miglior difesa è l’attacco, dicono i tecnici di calcio con spiccate propensioni allo spettacolo. Un tale motto ben si addice anche al ritorno di fiamma che in questi giorni si respira in Israele relativamente alla minaccia nucleare iraniana. Lo spettacolo, però, in questo caso sarebbe devastante. Catastrofico, per l’esattezza: questa la definizione di ieri del premier francese Sarkozy.

UN ANNO FA                    Facciamo qualche passo indietro, per capire meglio. Da quando Ahmadinejad agita lo spauracchio nucleare, confessando contemporaneamente il desiderio di cancellare Israele dalle cartine geografiche, nel Paese israeliano la preoccupazione è andata sempre più crescendo, e sovente si è pensato, appunto, che il miglior modo per difendersi da tali minacce sia renderle impraticabili, attaccando preventivamente l’Iran per impedirgli di raggiungere l’agognato nucleare. Il fatto che poi, anche con il nucleare tra le mani, appare poco probabile che Teheran attacchi Israele (una gaffe del 2007 dell’ex Presidente francese Chirac a proposito nascondeva una grande verità: “Non mi preoccupa il nucleare iraniano. L’Iran sa fin troppo bene che se lanciasse qualsiasi cosa contro Israele, mezz’ora dopo Teheran sarebbe rasa al suolo”), conta assai poco.In particolare, proprio un anno fa di questi tempi si discutevano animatamente e pubblicamente in Israele i piani di attacco all’Iran: uno strike di trenta giorni, un lancio continuo di missili contro gli obiettivi prefissati. Già si parlava delle date: il tutto sarebbe avvenuto tra Novembre 2008 e Gennaio 2009. Un periodo a caso? Tutt’altro. Quei due mesi segnavano l’interregno tra Presidente uscente ed entrante degli Stati Uniti. In assenza di una guida nella pienezza dei suoi poteri a Washington, gli Israeliani si sentivano legittimati ad attaccare. Il gatto non c’è, i topi ballano, tanto per capirsi. Tutto è poi saltato, sia per una comunque forte opposizione interna a tali piani, anche tra i più alti vertici militari (il Ramatkal, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gabi Ashkenazi, dichiarò in proposito poco meno di un anno fa: “Se attacchiamo l’Iran, la pagheremo per i prossimi 100 anni”, frase significativa per un Paese che di anni ne ha solo 60), sia per la debolezza del Governo, con un premier dimissionario come Olmert che non poteva certo permettersi un conflitto con l’Iran. Se è vero che un Governo già segnato ha combattuto un conflitto a Gaza tra dicembre e gennaio, questo non è paragonabile per portata e conseguenze a uno scontro con il nemico iraniano.

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PARLA IL MOSSAD            Perché, un anno dopo, Israele ha ripreso a parlare di attacco all’Iran? La questione che allarma non è quella relativa alle proteste post-elettorali, che a parere del Mossad (l’intelligence israeliana) avranno vita breve, dato che il Leader supremo Khamenei appoggia Ahmadinejad. Il punto centrale è sempre lo sviluppo del nucleare. Il 16 giugno scorso, il capo del Mossad Meir Dagan ha riferito alla Commissione Affari Esteri della Knesset, il Parlamento israeliano, che l’Iran entro il 2014 avrà una bomba nucleare pronta per essere lanciata, definita “una grave minaccia all’esistenza dello Stato di Israele, che deve essere allontanata”. Da allora, la questione Iran è ritornata prepotentemente al centro della scena israeliana, e con essa l’idea dell’attacco come miglior difesa (anche perché il Governo attuale non è solido, ma neanche cronicamente debole come quello di Olmert). 

BIDEN, CHE GAFFE          Una frase effettivamente ambigua del Vicepresidente Usa Joe Biden ha inoltre scatenato un putiferio. “Israele è uno Stato sovrano, anche se gli Stati Uniti non fossero d’accordo non potrebbero impedire un attacco contro l’Iran”. Apriti cielo. Quello che è stato per tutti, israeliani in primis, un via libera a qualsiasi azione che il Governo Netanyahu (foto) avesse ritenuto opportuna, è stato prontamente smentito da Obama, (“Via libera? Assolutamente no”), con una posizione avvallata dal Capo degli Stati Maggiori riuniti statunitense, ammiraglio Mike Mullen (“Un attacco all’Iran è all’ordine del giorno, ma avrebbe conseguenze gravi e imprevedibili. La risposta di un paese attaccato mi preoccupa. Una strada da non imboccare, da evitare con tutti i mezzi possibili”) e dal Presidente francese Sarkozy (“Israele deve sapere che non è solo, e deve considerare la situazione con calma”). 

ASCOLTATE ASHKENAZI             Scenari futuri? L’attacco all’Iran pare veramente improbabile allo stato attuale delle cose. Il fronte interno israeliano è tutt’altro che compatto, diversamente dalle potenze occidentali, per una volta completamente concordi, che bocciano senza appello una simile eventualità. La nostra impressione è che chi ha visto giusto è Ashkenazi, Capo di Stato Maggiore israeliano. Se Israele attaccasse, la pagherebbe davvero per un’eternità, e davvero rischierebbe di mettere gravemente a repentaglio la sua  stessa esistenza.  La miglior difesa è l’attacco è un concetto che può funzionare (forse) al Real Madrid, non certo in un caso come questo, dove le conseguenze potrebbero essere talmente nefaste da non riuscire nemmeno ad immaginarle sino in fondo.  

Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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