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Due appuntamenti importanti: le elezioni provinciali ad aprile e quelle generali del 2014. A dieci anni dalla caduta di Saddam in Iraq si parla di elezioni. Ma non è semplice come sembra. Spinte centrifughe e l’interessamento dei Paesi vicini complicano di molto la vita politica irachena.

 

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI (2003-2011) – L’invasione americana del 2003 creò un vuoto di potere sia in termini politici sia di sicurezza in tutto l’Iraq. Il Governo d’occupazione non riuscì, infatti, a prevenire lo scoppio di una guerra civile a carattere settario. Dal 2006 ci fu un radicale aumento delle operazioni speciali degli USA su territorio iracheno, sotto la guida del Generale McChrystal, che portò all’uccisione dei vertici di Al-Qaida in Iraq (AQI). Dal 2007 il dispiegamento di ulteriori 20.000 uomini, inviati dall’amministrazione Bush, e il cambiamento di strategia, riportarono il Paese a un livello di sicurezza tale da permettere la riorganizzazione della vita politica. Il biennio 2008-2010 è considerato dalla maggioranza degli osservatori il momento in cui l’Iraq si avvicina di più a una democrazia. Le elezioni provinciali del 2009 e quelle generali del 2010 avrebbero dovuto coronare i sacrifici degli ultimi sette anni. In realtà due decisioni dell’amministrazione Obama hanno compromesso il processo di normalizzazione dell’Iraq: la prima fu che, a seguito delle elezioni del 2010, gli Stati Uniti non appoggiarono il leader del partito che ricevette più voti (l’ex primo ministro Allawi, a capo di un partito laico a grande maggioranza sunnita), portando le istituzioni irachene a una paralisi. Per sbloccarla gli USA si affidarono a Nouri al-Maliki (leader del secondo partito iracheno in termini di voti). La seconda decisione, a sua volta cruciale, fu il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, terminato nel dicembre 2011, lasciando in eredità un Governo debole ed istituzioni ancora vacillanti.

 

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Il Presidente Nouri al-Maliki

IRAQ MACHIAVELLICO –   Dal ritiro delle truppe statunitensi si è tornati in uno stato di profonda confusione e incertezza. Maliki, che nel 2008 aveva lanciato l’operazione “Charge of the knights” per mettere sotto controllo le città del sud in mano alla milizia Jaish al-Mahdi (vicina a Teheran), cerca ora di non perdere l’appoggio della componente sciita. Al nord il dialogo con i Curdi è altalenante. Infine i sunniti si sentono esclusi dalla lotta politica, pensando di aver subito un torto nelle precedenti elezioni. Tutto ciò a due settimane dalle elezioni provinciali, senza contare che nel 2014 sono previste le elezioni generali. Ma procediamo con ordine.

 

LOTTA IN FAMIGLIA – Il rapporto del presidente al-Maliki con gli sciiti non è così semplice come sembra. Come già accennato, durante lo scorso mandato aveva preso le distanze dal vicino iraniano, cercando poi di consolidare il proprio potere soprattutto nel centro dell’Iraq, intorno a Baghdad. La componente sciita irachena non è appiattita sulle medesime posizioni. Nella città di Najaf, meta di pellegrinaggio sciita tra le più importanti, si incontrano idee molto differenti sulla gestione del potere e sulle relazioni che il capo dello Stato iracheno dovrebbe intrattenere con l’Iran. Il principale avversario di Maliki è Muqtada al-Sadr, capo della milizia al-Mahdi, che causò numerose perdite sia agli americani sia ai sunniti, e si rifugiò in Iran per sfuggire alla cattura. Tornato in Iraq all’inizio del 2012 sembra aver completamente cambiato la propria politica, cercando in diverse occasioni il dialogo anche con la componente sunnita, al fine di presentare una valida alternativa a Maliki. L’esempio più eclatante, nel dicembre 2012, ha portato il proprio supporto alle popolazioni sunnite delle province attraversate da grandi dimostrazioni di piazza contro l’attuale governo.

 

INDIPENDENZA SUNNITA? – La questione sunnita è scoppiata fragorosamente nel dicembre 2012, quando Maliki fece arrestare Rafi al-Issawi, Ministro delle Finanze e uno dei maggiori leader sunniti in Iraq. In tutte le province sunnite vi sono state  dimostrazioni di piazza che corrisposero a nuovi arresti, non allentando certo la tensione politica. Era però diverso tempo che i sunniti si trovavano in posizione di minoranza, aiutati in questo proprio dalla condotta di Maliki che, già nel 2011, aveva fatto arrestare il Vice-Presidente al-Hashimi, anch’egli sunnita. Ancora nel 2010, alle elezioni generali, non fu riconosciuta la vittoria al partito che prese più voti, a maggioranza sunnita. Tutte queste situazioni hanno portato a una frattura, quasi insanabile, tra il governo centrale e gli esponenti locali delle istanze sunnite. A ciò si aggiunga da un lato la situazione siriana che porta instabilità e sempre più miliziani nelle file di AQI (Al Qaeda in Iraq), e dall’altro Turchia, Arabia Saudita e Qatar che riconoscono il vantaggio di avere, nei prossimi anni, una Siria sunnita confinante con una vasta regione autonoma guidata dai leader sunniti in Iraq.

 

Carta dell’Iraq con le città principali

MAMMA LI CURDI – L’ultimo aspetto da considerare, ma non il meno importante, è la situazione e il destino del Kurdistan. Le relazioni tra il Governo centrale di Baghdad e il governo regionale curdo, il quale gode di ampia autonomia, non sono tra le più semplici. La questione principale è la gestione delle immense ricchezze del sottosuolo curdo, in particolare il diritto di firmare accordi per l’esportazione e per la costruzione di oleodotti. Nel 2007 il governo curdo sviluppò il proprio settore energetico, firmando contratti con compagnie petrolifere occidentali. Il problema era l’utilizzo di oleodotti già esistenti che passavano per la città di Kirkuk, una delle città situate nel territorio ancora conteso da curdi e iracheni. L’accordo si trovò nel 2009 ma è stato sospeso da Maliki, unilateralmente, nell’aprile 2012, provocando nuove tensioni tra Erbil e Baghdad (lo stesso Maliki ha avviato l’insediamento di una nuova base militare proprio a Kirkuk). In questa partita molto complessa è la Turchia a giocare un ruolo fondamentale. Se prima era piuttosto spaventata dall’idea che un Kurdistan indipendente avrebbe potuto minacciare la sovranità turca in alcune sue regioni, ora ha cambiato parzialmente prospettiva. La costruzione di un oleodotto che porti il petrolio dal Kurdistan alla Turchia è già in cantiere, con la promessa del governo curdo di rifornire quello turco di un milione di barili al giorno. Il governo Erdogan se da un lato rischia di peggiorare l’instabilità nell’area dall’altro potrebbe creare una zona a prevalente influenza turca che comprenda la Siria e il nord dell’Iraq, risolvendo anche parte del problema di approvvigionamento energetico dell’industria turca.

Le spinte autonomiste e le lotte settarie saranno cruciali nel definire il futuro dell’Iraq. Un ruolo altrettanto importante lo avranno i Paesi confinanti nella gestione di un territorio così poco stabile. E poi ci sono le elezioni, che potrebbero incendiare o, al contrario, bagnare le polveri.

 

Davide Colombo

1 commento

  1. Oggi, nel bene e nel male, i popoli dell’Iraq sono contenti del cambiamento, della rinata possibilità di libertà. Nonostante le autobombe ed i kamikaze, in questi dieci anni sono nati settanta nuovi partiti, la libertà di stampa ha prodotto un fiorire di giornali e di Tv locali e satellitari. Tutto questo con Saddam non c’era e non era possibile. Anche dal punto di vista economico qualche cosa è cambiato: prima non si poteva pianificare nulla, adesso si possono fare progetti, pur piccoli per il futuro. E’ stato avviato un processo politico, pur lento, verso la democratizzazione  del Paese, è stata scritta, con la partecipazione di tutti i rappresentanti, la nuova Costituzione che si può definire unica sia nel mondo Arabo che nel mondo Islamico. La nuova costituzione garantisce il diritto di tutte le etnie e tutte le confessioni religiose sebbene l’attuale governo di Al Malki abbia disatteso le aspettative per i propri interessi politici.
    Shorsh Surme

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