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Il Bangladesh è un piccolo stato a maggioranza islamica dell’Asia Sud-Orientale, con condizioni economiche piuttosto arretrate, che però ha il vantaggio di trovarsi nell’area più densamente popolata del pianeta e con la crescita economica più vivace. Gode inoltre di un notevole affaccio sull’Oceano Indiano, elemento di una certa rilevanza in un periodo in cui si stanno ridisegnando gli equilibri strategici della regione. Tuttavia, alcuni elementi economici, ma soprattutto sociali e geografici, ne limitano lo sviluppo, impedendone lo sfruttamento del momento favorevole che l’area sta attraversando.

 

FLUERE LUTULENTUS – Ovvero scorrere lento, fangoso. Il termine che Orazio usava per definire la prosa di Lucilio potrebbe benissimo essere applicato anche alla situazione interna del Bagladesh. Nessun governo, dall’indipendenza dal Bangladesh, ha mai intrapreso una seria opera di riforme o di rinnovamento delle infrastrutture, anche le più basilari, come strade e ferrovie. Per esempio il Bangladesh, essendo situato come sacca territoriale tra due province indiane, ha concesso a Nuova Delhi il libero transito sul proprio territorio, da cui potrebbe trarre notevole profitto, se non fosse che lo stesso è reso praticamente nullo dall’assenza di decenti vie di comunicazione. Anche un sistema di porti che possa sfruttare la sua posizione privilegiata sia sull’Oceano Indiano, che sul fertile delta del Gange e del Brahmaputra, ne favorirebbe notevolmente lo sviluppo. Tuttavia, questo genere d’infrastrutture sono ben lungi dall’essere realizzate, e non solo per la propria situazione interna, ma anche per l’isolamento politico e geografico.

 

VASO DI COCCIO TRA VASI DI FERRO – Il Bangladesh è situato in una posizione che definire infelice sarebbe un eufemismo. E’ praticamente circondato dall’India, Paese con cui condivide 4.100 km di frontiera ed una storia piuttosto conflittuale, tanto che praticamente tutti i 4000km sono marcati da barriere e steccati per prevenire considerevoli ondate emigratorie, già avvenute in passato. I restanti 200km, condivisi con il Myanmar, altra realtà politica emergente, sono addirittura se possibile ancora più fortificati. Questo lo rende uno dei paesi più “recintati” al mondo, con migliaia di guardie armate su entrambi i confini, disposte a fare fuoco su chiunque si avvicini.

 

Il Bangladesh è stretto in una “morsa” quasi asfissiante dall’India, con cui condivide la maggior parte dei propri confini

OLTRE L’ISOLAMENTO – Si potrebbe pensare quindi che, vista la presenza “avvolgente” dell’India, a Dhaka si cerchi in ogni modo di superare questo l’isolamento, in primis attraverso il confronto con l’ingombrante vicino. Non è così: l’India, sia per motivi storici che religiosi, non è molto ben vista, e questo sentimento frena la collaborazione tra i due Stati, che potrebbe invece portare ad un fruttuoso utilizzo delle risorse bengalesi. Il piano B, ovvero quello di rivolgersi alla Cina, seppur caratterizzato da alcuni elementi suggestivi è però di difficile attuazione. Pechino ha promosso un progetto importante per collegare le due sponde del bacino del Pansa e la costruzione di un porto commerciale sul delta dello stesso; questi progetti, però, sono complicati dalla lontananza dalla Cina, che dovrebbe arrivare in Bangladesh passando dal Myanmar, e questo rischia di limitare l’importanza delle relazioni bilaterali col Dragone. Le élites politiche bengalesi sono ben consapevoli, infatti, che un serio processo di sviluppo futuro debba passare attraverso i rapporti con i detestati vicini; tuttavia la situazione storica ed etnica è molto complicata, rendendo questo messaggio difficile da vendere all’elettorato.

 

LA SCINTILLA NAZIONALISTA – La strada è resa ancora più in salita dai disordini scoppiati un paio di settimane fa e appoggiati dal Bangladesh Nationalist Party, principale partito d’opposizione. Tali manifestazioni hanno come punti cardine un Bangladesh più “puro”, l’espulsione della minoranza indù, e la riunificazione con gli antichi fratelli pachistani, oltre che l’abolizione dei tribunali speciali per i crimini commessi durante la guerra d’indipendenza. In poco più di due settimane sono già stati registrati circa un centinaio di morti, perlopiù poliziotti o attivisti politici. Queste richieste sono ovviamente utopistiche e non tengono conto della storia corrente bengalese; tuttavia non si vede, in uno scenario del genere, come possano esserci spiragli per un dialogo sereno con i propri vicini, e per permettere a Dhaka di capitalizzare quelle risorse naturali e geografiche che ha a propria disposizione. Forse il tempo per il Bangladesh di sedersi al tavolo con le altre potenze regionali non è ancora maturo.

 

Marco Lucchin

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