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Cina e Taiwan: verso un nuovo inasprimento delle relazioni?

A fine ottobre si è concluso il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) che ha stabilito le direttive che il Paese seguirà su vari fronti nei prossimi cinque anni. In particolare, il discorso inaugurale del Presidente Xi Jinping ha messo in luce quelli che saranno importanti aspetti di cambiamento nell’immediato futuro della Cina. Uno di questi riguarda l’annosa e controversa questione di Taiwan

SETTANT’ANNI DI TENSIONI

Sono passati quasi settant’anni da quando Chiang Kai-Shek e i seguaci del Kuomintang fuggirono sull’isola di Formosa a seguito della vittoria in Cina del Partito Comunista di Mao Zedong. L’isola, che aveva subìto cinquant’anni di Governo giapponese, fu poi governata dalla Repubblica di Cina (RDC), che resta l’attuale nome ufficiale di questo Stato de facto. Il Governo dittatoriale che era stato imposto sull’isola portò ad un forte risentimento tra i locali, che non mancarono di dimostrarlo in varie occasioni, una su tutte quella del cosiddetto “incidente” del 28 febbraio 1947. Per questo, anche a fronte di un crescente movimento democratico, il figlio di Chiang, Chiang Ching-Kuo, iniziò ad essere molto più aperto, soprattutto verso la popolazione che già abitava l’isola, dando a questa anche posizioni di potere e spingendo sempre più verso un periodo di riforme. E’ proprio grazie a questa fase che nel 2000 si è arrivati all’elezione di un Presidente non proveniente dal Kuomintang, ma dal Partito Democratico Progressista (DPP), Chen Shui-Bian. Da allora si può sostenere che le relazioni tra la Cina continentale e Taiwan siano migliorate, pur restando ancora molto complicate. Uno degli avvenimenti più significativi riguarda il Consensus del 1992. Questo consenso riguarda la famosa One-China policy, secondo la quale esiste una sola Cina, della quale sia Taiwan (Repubblica di Cina) ché la Cina continentale (Repubblica Popolare Cinese – RPC) fanno parte. Entrambe le fazioni, quindi, sostengono che Taiwan faccia parte della Cina ma sono in completo disaccordo su quale sia il Governo che debba legittimamente governarle. In questo consenso, tacito e solo verbale, si sottolinea soprattutto che la RDC non cercherà mai l’indipendenza dalla Cina continentale. All’epoca i rappresentanti del Kuomintang accettarono l’accordo come punto di partenza per futuri negoziati ma, con l’arrivo dei rappresentanti del Partito Democratico al potere, i timori di una potenziale instabilità tra le parti sono diventati sempre più fondati.

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Fig.1 – Chiang Kai-Shek, ritenuto il padre della RDC, con alle spalle il ritratto di Sun Yat-Sen, fondatore del partito Kuomintang

IL TEMA TAIWAN NEL XIX CONGRESSO DEL PCC

Durante il XIX Congresso del PCC molti si aspettavano che il Presidente Xi avrebbe parlato anche della questione di Taiwan. Quello che ha sorpreso non è quindi che l’abbia fatto, ma l’entità delle parole usate. Per capire quello di cui parliamo vale la pena citare parte del discorso del Presidente, che ha dichiarato che: [la RPC] salvaguarderà fermamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e non tollererà la tragedia di una divisione del Paese. Ogni attività che miri a dividere la madrepatria sarà risolutamente contrastata da tutto il popolo cinese. Abbiamo forte volontà, sufficiente fiducia e adeguata capacità di abbattere qualsiasi intenzione volta all’“indipendenza di Taiwan” in qualsiasi forma. Non permetteremo mai a nessun individuo, organizzazione o partito politico, in nessun momento e in nessuna forma, di separare un pezzo di territorio cinese dalla Cina”. Come si può ben capire leggendo queste poche righe, il Presidente ha voluto utilizzare una sorta di ripetitività semantica per sottolineare chiaramente il messaggio fondamentale che qualsiasi tentativo di minaccia indipendentista verrà stroncato sul nascere. Non sono parole che esprimono nulla di nuovo in realtà, basti pensare alla Legge Anti-Secessione del 2005, dove si sosteneva che la RPC avrebbe utilizzato la forza per prevenire tentativi d’indipendenza, o ai due Libri Bianchi emanati nel 1993 e nel 2000. Tutto questo trova poi una continuità con un altro obiettivo emerso nel discorso del Presidente, ovvero quello di creare una potenza militare di livello mondiale. Lo scopo è quello di migliorare l’informazione tecnologica, la meccanizzazione militare e la capacità strategica del Paese entro il 2020, con l’obiettivo a lungo termine (2050) di avere capacità militari globali. Xi Jinping ha anche ripreso l’emblematico Consensus del 1992, sostenendo che questo incarni la natura delle relazioni nello Stretto di Formosa. Il Presidente ha anche fatto cenno alla dipendenza economica e formativa dell’isola nei confronti della Cina continentale. La RPC solo due anni fa ha ospitato circa 10mila studenti taiwanesi che, pur non avendo gli stessi identici diritti dei connazionali continentali, avevano in realtà pochi limiti nel Paese. L’unico modo per avere pari diritti sarebbe l’unificazione, ma le statistiche dimostrano sempre più come la popolazione della RDC sia molto più a favore dell’indipendenza di Taiwan.

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Fig.2 – Da sinistra: Hu Jintao, Xi Jinping e Jiang Zemin al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese

TSAI ING-WEN E IL PROBLEMA DEL CONSENSUS

L’elezione della Presidente taiwanese Tsai Ing-Wen nel 2016 ha subito portato una ventata di timore nella RPC. Nel suo discorso d’insediamento Tsai non ha infatti mai fatto riferimento al Consensus del ’92, sostituendo il termine “consenso” con “negoziati”, e ha invece ribadito che lo sviluppo delle relazioni nello Stretto sarebbero dipeso dal principio democratico e dalla libertà di scelta della popolazione taiwanese. Un anno dopo, poco dopo il discorso al XIX Congresso del PCC di Xi Jinping, la Presidente taiwanese ha tenuto un altro discorso nel quale molto diplomaticamente ha parlato di quanto fosse importante mettere da parte le ostilità e avere una collaborazione tra le parti per migliorare la cooperazione fra le due Cine, facendo ancora una volta riferimento ai “negoziati” del ’92 e non al Consensus. Questa scelta semantica, apparentemente banale, nasconde invece un grande significato: Taiwan non riconosce il principio di una sola Cina come la RPC vorrebbe e non vede, né probabilmente vedrà mai, il consenso come legittimazione dello Stato continentale rispetto a quello taiwanese. Per quanto Xi Jinping sia stato chiaro sull’utilizzo della forza in caso di tentativi di secessione, è anche importante tenere a mente che le posizioni dei connazionali isolani difficilmente tenderanno verso l’unificazione, quanto più sulla forte preservazione dello status democratico raggiunto. Un punto che la Presidente Tsai continuerà a ribadire anche in futuro, lasciando poco spazio a equivoche interpretazioni.

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Fig.3 – La Presidente taiwanese Tsai Ing-Wen

Giulia Quarta

Un chicco in più

L’incidente di Taiwan del 28 febbraio 1947 fu scatenato da un alterco tra una venditrice di sigarette locale e un ufficiale anti-contrabbando della RDC, da poco insediatasi sull’isola. Diede il via a quello che fu definito “il periodo del terrore bianco”, durante il quale molti abitanti storici dell’isola vennero imprigionati o uccisi dal Governo del Kuomintang. 

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