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In 3 sorsi – La politica portata avanti dal Presidente Afewerki, volta a contrastare le istituzioni religiose del Paese, ha scatenato la reazione della gioventù eritrea che ha deciso di scendere in piazza il 31 ottobre

1. LA PROTESTA DEI GIOVANI MUSULMANI

Si riaccendono i riflettori dei mass media internazionali sull’Eritrea entrato in un cono d’ombra mediatico sin dal 1993, anno dell’indipendenza dell’Etiopia. L’episodio che ha riportato l’attenzione sull’ex colonia italiana, è stato la protesta scoppiata il 31 ottobre nel quartiere di Ak’riya della capitale Asmara quando diversi giovani, in maggioranza di fede musulmana, sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso di fronte alla decisioni del governo di chiudere la scuola islamica privata Diaa Islamic School e di arrestare il board dell’Istituto tra cui il direttore novantenne Hajji Muasa Mohamed Nur. Proprio quest’ultimo, poco prima di essere raggiunto dalla polizia con il mandato di cattura, aveva dichiarato ad una radio locale di aver rifiutato le disposizioni vincolanti emanate dal governo centrale nei confronti dell’Istituto scolastico. Esse prevedevano il divieto di insegnare i dettami della religione islamica nella scuola, il divieto per le ragazze di indossare l’hijab e il cambiamento di status della scuola da istituzione privata a pubblica. Secondo la Red Sea Afar Democratic Organization, una forza politica d’opposizione al regime eritreo, il 31 ottobre la situazione nel quartiere di Ak’riya sarebbe, quindi, degenerata in scontri con le forze di sicurezza le quali avrebbero esploso colpi di arma da fuoco contro i manifestanti uccidendo ventotto persone e ferendone almeno un centinaio. Il governo eritreo tramite il Ministro dell’Informazione Yemane Ghebre Meskel, si è affrettato a smentire le ricostruzioni di quanto accaduto negando l’uccisione di alcuni dimostranti, etichettando la notizia come una menzogna ideata dal nemico storico cioè l’Etiopia.

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Fig.1 – Fedeli in preghiera fuori da una chiesa nel centro di Asmara

2. LA POLITICA ERITREA CONTRO LE ISTITUZIONI RELIGIOSE

La chiusura della Diaa Islamic School è solo l’ennesimo atto della politica intrapresa dal governo eritreo, guidato dal Presidente Afewerki, in carica dal 1993, contro le varie rappresentanze religiose presenti nel Paese. Se infatti da un lato le autorità di Asmara dal 2002 dichiarano di riconoscere la libertà di culto per la comunità islamica sunnita e per quelle cristiane – i cristiani intesi complessivamente tra cattolici, protestanti e ortodossi rappresentano il 50 % della popolazione e i credenti di fede islamica il 48% – dall’altro esigono il pieno controllo delle organizzazioni di matrice religiosa quali le scuole private, le cliniche mediche e gli orfanotrofi, istituzioni che danno un innegabile sostegno alla popolazione eritrea. Con questa chiave di lettura va intesa quindi la chiusura avvenuta il 18 settembre della Catholic Medhane Alem Secondary School di Asmara e l’arresto dell’amministratore Sig. Abba Haile Paulos insieme a Suor Tinsae a capo dell’ufficio pastorale.

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Fig.2 – Due bambini nei pressi della Grande Moschea Al Khulafa Al Rashiudin ad Asmara

3. L’ULTIMO RAPPORTO DEL UN MONITORING GROUP

La protesta del 31 ottobre ha incentrato un dibattito mediatico che ha gettato nuove ombre sull’operato del governo eritreo, che ha cercato di contrastare l’immagine di regime oppressivo a livello internazionale “sventolando”, a suo favore, l’esito dell’ultimo rapporto redatto da “Somalia and Eritrea Monitoring Group (SEMG)”, organo sussidiario delle Nazioni Unite impegnato nel far rispettare il regime di sanzioni previsto dalla comunità internazionale nei confronti dei due paesi del Corno d’Africa. Nell’ultimo documento, infatti, rilasciato il 6 novembre, il SEMG ha confermato, per il quarto anno consecutivo, l’impossibilità di associare con prove certe il supporto del governo eritreo al gruppo terroristico somalo di Al-Shabaab, ragione per cui era stato imposto nel 2009 l’embargo sulle armi da fuoco allo Stato eritreo. Per questa ragione, alla fine del rapporto, il SEMG aveva quindi invitato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a rivedere il regime di sanzioni nei confronti dell’Eritrea differenziandolo da quello previsto per la Somalia con la creazione di due diversi organi di monitoraggio e di due distinti comitati.

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Fig. 3 – Il Presidente Isaias Afewerki insieme al Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi nel 2016

In conclusione, la protesta del 31 ottobre rappresenta un piccolo ma importante segnale che l’élite politica eritrea non dovrebbe sottovalutare: se quest’ultima intende insistere nel realizzare una politica volta a contrastare il credo e le rappresentanze religiose presenti nel Paese deturpando o svuotando, al tempo stesso, la fondamentale funzione sociale che tali organismi svolgono, la popolazione e in particolare i più giovani, potrebbero ricavarne una ragione in più, e forse decisiva, per ribellarsi all’attuale regime del Presidente Isayas Afewerki. Infine, le personalità di spicco della comunità musulmana eritrea potrebbero anche chiedere il sostegno degli Emirati Arabi Uniti affinché sostengano la causa della comunità sunnita nei confronti del regime di Afeworki, viste le strette relazioni economico-militari che intercorrono tra i due Paesi.

Giulio Giomi

Un chicco in più

Il rapporto del SMEG ha comunque certificato che l’Eritrea fornisce supporto a gruppi armati in Etiopia e Gibuti come il Benishangul People’s Liberation Movement, il Front for the Restoration of Unity and Democracy (FRUD-Armé), il Patriotic Ginbot Sebat (PG7) e il Tigray People’s Democratic Movement, per destabilizzare questi Paesi.

Foto di copertina di D-Stanley Licenza: Attribution License