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La vita in carcere nel continente africano

Storie  Il carcere, da sempre simboleggia il posto di raccolta dei cosiddetti “rifiuti della società” e spesso rappresenta in diverse realtà del mondo il luogo in cui i diritti umani fondamentali subiscono quotidiane e reiterate violazioni

IL CARCERE: CONTENITORE DI ESSERI UMANI E ANNULLAMENTO DELL’ IDENTITÀ UMANA

Quando viene pronunciata la parola “carcere”, inevitabilmente, la mente ci rimanda ad un luogo blindato, difficilmente permeabile, con notizie poco chiare o totalmente assenti, il posto peggiore in cui nessuno vorrebbe ritrovarsi. Un luogo spesso posto alla periferia delle città, al cui interno vengono raccolti coloro i quali, a vario titolo, si sono macchiati di reati più o meno gravi e che, per un periodo variabile, devono sostarvi in vista dell’espiazione della pena. Un luogo fisicamente e mentalmente troppo lontano dalla nostra quotidianità, cui nessuno di noi sente di appartenere, perché lì si trovano solo i delinquenti, i derelitti, i “rifiuti” della società. La prigione è a tutti gli effetti un’istituzione totale, cioè un luogo al cui interno si svolgono attività dettate da regole rigide, scandite dagli stessi orari, con gli stessi ritmi, negli stessi spazi. Impostazione ferrea che ripetuta per giorni, settimane, mesi o anni, comporta una standardizzazione delle singole vite e una perdita della propria soggettività: corpi disciplinati e istituzionalizzati, assuefatti alle regole della vita carceraria, perdono la capacità di assumersi delle responsabilità e sviluppare una nuova progettualità per il futuro, proprio e della propria famiglia.

LA SITUAZIONE DELLE PRIGIONI DEL CONTINENTE AFRICANO

Narrare e raccontare ciò che accade in realtà come le prigioni non è sempre semplice, ma anzi richiede un notevole sforzo di tipo descrittivo che possa aiutare chi legge a comprendere senza restarne turbato. La situazione in cui versano le prigioni africane e le conseguenti condizioni di detenzione sono a dir poco scandalose. Nonostante la presenza di importanti strumenti come la dichiarazione di Kampala sulle condizioni di detenzione in Africa o gli Standard minimi per il trattamento penitenziario dei detenuti, sono ormai innumerevoli i rapporti stilati dalle varie organizzazioni ed agenzie internazionali, come ICRC e Amnesty International, che spesso denunciano i trattamenti disumani e degradanti cui vengono sottoposti i detenuti, con reiterate violazioni dei diritti umani fondamentali.

 

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Fig. 1 – La sovrabbondanza di prigionieri nelle carcere africane porta i minori a condividere gli stessi spazi con gli adulti

Torture di vario genere, abusi, malnutrizione, condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie, mancanza di spazi adeguati alla permanenza in cella, carenza (se non assenza) di attività formative per il futuro reinserimento socio-professionale e di attività ricreative per adulti e minori, lentezza dei processi e di conseguenza tassi altissimi di sovraffollamento che superano anche il 300% rispetto alla capienza regolamentare degli istituti di pena. Il World Prison Brief riporta i dati concernenti le prigioni di tutto il mondo suddivisi per paesi: ad esempio, i detenuti presenti nelle prigioni camerunesi nel 2016 risultano essere 27.997 a fronte di una capienza degli istituti di 17.815 unità. Aspetto drammatico è che spesso i minori condividono gli stessi spazi detentivi con gli adulti, andando a compromettere quelle esigenze educative tanto declamate nelle Regole Minime per l’amministrazione della giustizia minorile (meglio note come Regole di Pechino).

TENTATIVI DI UMANIZZARE LE PRIGIONI E PROSPETTIVE DI REINSERIMENTO

Sia per gli adulti, sia per i minori in carcere sussiste una palese contraddizione, cioè proclamare l’intento di voler risocializzare e reinserire i detenuti isolandoli o permettendo che le loro giornate vengano spese in totale inutilità. Non possiamo pretendere che essi vengano sottoposti a torture, abusi, maltrattamenti, e non uscirne ancora più incattiviti. Dovrebbero quindi essere realizzati interventi a più livelli, provenienti cioè innanzitutto dall’amministrazione penitenziaria, la quale potrebbe e dovrebbe promuovere buone pratiche in termini di rispetto per i diritti umani fondamentali, intendendo con ciò la pulizia delle celle, materassi per dormire, acqua e cibo, assistenza sanitaria, divieto di tortura; formazione socio-professionale, soprattutto per i detenuti in uscita, poiché il ritorno in libertà rappresenta il momento con più alta probabilità di recidiva, in particolare per tutte quelle persone che non sono supportate da una rete sociale e che non possiedono conoscenze spendibili nel mondo del lavoro; accelerazione dei processi in modo da decongestionare gli istituti afflitti da sovraffollamento cronico; optare per approcci di mediazione penale che prevede il coinvolgimento della vittima e dell’ autore che si confrontano sul reato e sulle reciproche reazioni. Lo strumento della giustizia riparativa risulta particolarmente adatto proprio nella gran parte dei casi che si ritrovano nelle prigioni in Africa, trattandosi di “reati bagatellari”, cioè di minima rilevanza e gravità (furto di polli, saponette, pane ecc).

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Fig. 2 – Prigionieri all’interno del centro di detenzione di Bouar nella Repubblica Centrafricana, ottobre 2017

Nel caso dei minori, prioritaria è l’applicazione del principio della separazione dagli adulti: tale principio è infatti di capitale importanza, poiché i minori dovrebbero essere sottoposti a misure e trattamenti speciali, che ledano il meno possibile il loro percorso di crescita. Fondamentale è la promozione di percorsi alternativi alla detenzione pensati e studiati per la loro condizione di soggetti vulnerabili, alternative che prendono il nome di messa alla prova, detenzione domiciliare, liberazione anticipata. Accanto agli interventi di tipo statale altrettanto rilevante è certamente il contributo che proviene dalla comunità esterna e dall’associazionismo: la presenza di esterni permette ai detenuti di mantenere i contatti con la realtà e non perdere definitivamente i riferimenti attinenti al rispetto delle norme sociali. Il reinserimento di un prigioniero, così come il trattamento che egli riceve in carcere dovrebbe essere un impegno di tutti, proprio perché tutti possono trarre beneficio dal ritorno nella comunità di un individuo pienamente risocializzato, invece di uno che ne esce incattivito. Se è certo che il reato non possa restare impunito e che a riparare al danno dovrebbe essere il medesimo autore, il reo, egli non dovrebbe essere lasciato a trascorrere le sue giornate nella totalità inutilità, ma posto nelle condizioni di apportare un concreto contributo per tutta la comunità.

Sara Moscogiuri

Un chicco in più

Nonostante non si tratti di uno strumento giuridico vincolante, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) rappresenta ad oggi il primo e più importante riferimento in materia di rispetto dei diritti umani. È proprio l’articolo 5 della citata Dichiarazione che vieta la tortura: “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”. Eppure, molteplici sono le tipologie di tortura cui i detenuti vengono sottoposti nelle prigioni africane: percosse con vari oggetti (bastoni di legno e ferro, cavi elettrici), posizioni dolorose e stressanti per ore o giorni, sospensione dei corpi con corde, tentativi di annegamento, celle senza luce, scosse elettriche, bruciature. L’obiettivo delle torture e dei maltrattamenti è punire, incutere paura e terrore, spesso estorcere confessioni.