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Yvan Sagnet, leader della lotta allo sfruttamento del lavoro nei campi cominciata a Nardò, in Puglia, nel 2011 racconta il percorso di presa di coscienza collettiva che ha portato a un primo risultato positivo: l’approvazione della legge anticaporalato

«Mentre nel mio Paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità».

Yvan Sagnet, il giovane camerunese leader dello sciopero dei braccianti di Nardò, ci spiega come sia possibile ricostruire forme di lotta collettiva che travalicano le divisioni etniche.  Il tema della migrazione, legato a quello dello sfruttamento del lavoro nero – non solo della popolazione africana ma della complessa categoria dei migranti viene affrontato da un altro punto di vista. La legislazione relativa all’immigrazione non è altro che uno degli elementi fondamentali della gestione del mercato del lavoro.

1. Sei nato in Camerun, classe 1985. Quali ragioni ti hanno spinto a raggiungere l’Italia? 

Sono arrivato in Italia nel 2007, con un regolare permesso di studio grazie a una collaborazione tra le università dei due Paesi. Un impegno che si è concluso nel 2013 con la Laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni conseguita presso il Politecnico di Torino.

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Fig. 1 – Yvan Sagnet, 31 anni, ingegnere camerunese protagonista della rivolta contro il fenomeno del caporalato, cominciata nelle campagne pugliesi nel 2011

2. Un percorso di studi distante dalle vicende che ti hanno visto coinvolto negli ultimi anni. Quando hai preso coscienza di questa problematica? E quando hai deciso di prendere parte attiva alla lotta a questo fenomeno?

Nell’estate del 2011, le campagne del basso Salento sono state lo scenario del più importante e lungo sciopero auto-organizzato di braccianti stranieri, tutti africani, impiegati nel settore agricolo. La protesta dei lavoratori si è intrecciata con le dinamiche dell’immigrazione e lo sfruttamento del lavoro: in una difficile fase economica e politica, è lodevole lo sforzo di quanti sono riusciti a prendere direttamente la parola e imporre una durissima lotta contro gli sfruttamenti. Ma in verità, io ho iniziato la lotta al caporalato per caso. Quell’estate avevo pochi soldi a Torino e sono andato, su indicazione di un amico, a raccogliere i pomodori in Puglia (a Nardò). Così ho scoperto – con mia grande sorpresa – la piaga del caporalato, lo schiavismo e i ghetti. Da quel momento, ho deciso di ribellarmi organizzando uno sciopero con gli altri ragazzi del campo. La storia della Masseria Boncuri la conoscono tutti. Negli anni, mi sono poi dedicato alla lotta contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo, con il sogno di liberare da quel sistema perverso e malvagio centinaia di migliaia di braccianti. Lo sciopero che ho organizzato insieme ad altri braccianti stranieri, nel bene e nel male, ha cambiato la mia vita. Si tratta di una vicenda che ha attirato i riflettori su un fenomeno taciuto, favorendo l’approvazione della legge anticaporalato (LEGGE 29 ottobre 2016, n. 199) e l’avvio del processo “SABR” che ha portato alla condanna di una decina di caporali e imprenditori agricoli per associazione a delinquere e riduzione in schiavitù di migranti impegnati nella raccolta di pomodori e angurie nelle campagne calabresi e pugliesi. Le difficoltà e i rischi per la sicurezza non sono mancati, ma alla fine ho scelto di non mollare e proseguire questa battaglia collettiva.

3. Due note multinazionali italiane sono state recentemente denunciate dalla procura di Lecce per aver comprato i pomodori dall’azienda agricola in cui è morto Muhamed Abdullah nel 2015. Cosa rappresenta per te questa vicenda?

Nel corso di questi anni, mi sono reso conto che il caporalato era soltanto l’anello debole di un sistema generalizzato di sfruttamento, nato dalla grande distribuzione organizzata e dalle grandi industrie dell’agroalimentare. Queste ultime dettano a monte i prezzi delle materie prime, creando condizioni di mercato inaccettabili e insostenibili per i prodotti agricoli. Gli imprenditori si sentono così legittimati a far ricorso alla manodopera schiavistica. Inoltre, il meccanismo di autocertificazione che le multinazionali fanno firmare ai loro fornitori, durante la consegna dei prodotti, non garantisce in alcun modo l’eticità della filiera. La denuncia della Procura di Lecce ha accesso i riflettori su quella che possiamo definire una responsabilità “morale” di queste multinazionali che portano spesso sul mercato e a milioni di consumatori prodotti che “odorano” di sfruttamento. Noi (Yvan parla ancora come se fosse un bracciante n.d.r.) continuiamo a chiedere alle istituzioni più controlli nei luoghi di lavoro e una legge sulla certificazione etica della filiera.

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Fig.2 –  NOCAP è un’associazione che promuove una filiera distributiva alternativa che possa contrastare lo sfruttamento dei braccianti 

4. Hai fondato l’associazione “NOCAP”… (Non mi lascia finire e prende la parola)

Si tratta di un’associazione no profit nata con l’obiettivo di creare una filiera alternativa alla grande distribuzione organizzata. Con il futuro bollino “NoCap” si intende garantire l’etica delle produzioni ma anche la filiera corta, la decarbonizzazione (politiche energetiche), certificazione di agricoltura biologica e rispetto degli animali. Tutto questo impegno verrà proposto a una rete internazionale di attivisti, i quali avranno il ruolo principale di controllare le aziende, affinché i principi del bollino sopra elencati vengano rispettati.

5. Quali pensi che siano le prospettive future dei lavoratori italiani e stranieri impiegati nelle filiere agricole?

Sono molto ottimista perché è una rivoluzione che può materializzarsi partendo dal basso, con il coinvolgimento di tutti, a partire dalla consapevolezza dei consumatori. Questi ultimi possono fare la differenza al momento dell’acquisto, scegliendo esclusivamente prodotti di qualità. Ciò avviene anche attraverso i prodotti “GAS”, “Altromercato”, la rete del commercio equo-solidale o le coperative come Libera e Slow food. Ora si tratta di rendere queste buone pratiche strutturali.

Fig. 3 – Yvan Sagnet nominato Cavaliere della Repubblica dal Presidente Mattarella

6. Al mondo, quasi il 13% della popolazione mondiale vive con meno di 1,90 dollari statunitensi al giorno. La percentuale può sembrare “bassa” ma il numero non deve trarre in inganno: in valori assoluti, 902 milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema. Per rendere l’idea, basti dire che si tratta di circa quindici volte la popolazione italiana.

Il vero problema è la disuguaglianza che ha generato questo sistema “ultraliberista”. La ricchezza si concentra nelle mani di pochi, mentre la maggior parte della popolazione mondiale non riesce a vivere in modo dignitoso. Basti pensare che i 2/3 del valore aggiunto prodotto dall’economia agricola restano alle multinazionali. Solo 1/3 viene redistribuito tra contadini e lavoratori. Una ripartizione della ricchezza più equa è necessaria.

7. Quali sono i tuoi futuri progetti?

Continuerò a lavorare per migliorare le condizioni di vita delle persone, promuovendo l’introduzione di un nuovo modello di sviluppo economico.

Ornella Ordituro

Il Caffè Geopolitico ringrazia Yvan Sagnet per la disponibilità e cortesia nell’averci concesso quest’intervista.

Un chicco in più

Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l’ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano.”  Uno stralcio del libro “Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento” di  Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano; Ed. Fandango Libri, 2015.