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Messico, la compagnia petrolifera Pemex tra declino e progetti di riforma

Le vicende della compagnia petrolifera Pemex si intrecciano profondamente con quelle del Messico. Il suo attuale dissesto economico getta lunghe ombre sulla salute del Paese ed è diventato uno dei temi caldi della campagna elettorale

NASCITA E APOGEO DI PEMEX

Le origini dell’industria petrolifera in Messico risalgono agli ultimi anni del XIX secolo, quando iniziò lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi posizionati lungo il Golfo del Messico e venne creata la prima compagnia El Aguila. Nel primo periodo la produzione e l’esportazione di petrolio erano controllate da compagnie straniere, principalmente inglesi e statunitensi, incoraggiate dallo stesso governo messicano all’epoca guidato dal generale Porfirio Diaz. Grazie agli investimenti e alla crescente richiesta del mercato internazionale, soprattutto statunitense, il Messico iniziò le esportazioni di petrolio già nel 1911 e in pochi anni divenne uno dei principali Paesi esportatori al mondo. La situazione cambiò con la rivoluzione messicana e con il varo della nuova Costituzione del 1917, che assegnava allo Stato messicano il completo possesso delle risorse del sottosuolo allo Paese. Nonostante ciò, i governi nati dalla Rivoluzione, impegnati nella ricostruzione del Paese e nel combattere vari sussulti rivoluzionari e reazionari, furono troppo deboli per mettere in pratica questa misura. Fu soltanto nel 1938 che il presidente Lázaro Cárdenas, con una decisione immensamente popolare, ordinò la nazionalizzazione e l’espropriazione di tutti i giacimenti petroliferi e delle compagnie straniere operanti nel Paese, oleodotti, navi e macchinari compresi. Poco dopo il governo creò la Pemex (Petróleos Mexicanos). A causa di questa decisione, e soprattutto della successiva mobilitazione popolare in risposta al boicottaggio attuato dalle compagnie espropriate, il controllo pubblico della produzione di petrolio uscì dalla sfera puramente economica e divenne per la stragrande maggioranza dei Messicani una questione di orgoglio nazionale.

Negli anni seguenti Pemex espanse grandemente la propria produzione, grazie all’aumento della domanda mondiale e alla scoperta di nuovi giacimenti nella zona di Veracrux e al largo delle coste dello Yucatán, che permisero alla società di diventare la più grande compagnia petrolifera dell’America latina, seconda solo a Petrobras.

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Fig.1 – Il presidente Cárdenas, sotto la cui presidenza nacque Pemex.

PEMEX, DECLINO E PRIVATIZZAZIONE

L’aumento della produzione della Pemex continuò per tutti gli anni ’70 e ’80 grazie anche alla scoperta di nuovi giacimenti, tra i quali i giganteschi Ku-Maloob-Zaap e Cantarell, ancor oggi i più produttivi di tutto il Messico, e la compagnia si trasformò nella principale fonte di introiti dello Stato messicano. Nonostante ciò, la produttività della compagnia fu in costante calo, fiaccata da una gestione interessata più a massimizzare la produzione che a rendere efficiente il processo produttivo e appesantita dall’enorme fardello delle tasse, arrivate fino al 69% dei proventi. Negli stessi anni il sindacato dei lavoratori di Pemex, chiamato Sindicato de Trabajadores Petroleros de la República Mexicana, sfruttò la capitale importanza economica e politica della compagnia per strappare al governo privilegi sempre più ampi, prima per i lavoratori (che godevano di un regime pensionistico e sanitario migliore rispetto agli altri lavoratori messicani) e poi anche politici, arrivando ad avere un notevole peso sulle decisioni della politica aziendale. Quando anche la produzione di Pemex iniziò a ridursi, a causa anche del calo del prezzo degli idrocarburi e dell’esaurimento di alcuni giacimenti, i vari governi messicani a partire da quello di Carlos Salinas (1988 – 1994) intervennero per migliorare la situazione interna di Pemex, cercando di ridurre il numero dei lavoratori e di riformare l’organizzazione interna. La situazione continuò tuttavia a peggiorare e nel 2005  alcune fonti interne ammisero che la compagnia aveva raggiunto il Picco di Hubbert (ovvero il punto in cui la produzione di una fonte fossile esauribile, come appunto il petrolio, raggiunge il suo livello massimo e inizia inesorabilmente a declinare). Il governo del presidente Felipe Calderón (2006 – 2012) introdusse ampi cambiamenti, riducendo il potere del sindacato e incentivando compagnie private straniere a operare in sinergia con Pemex. Di fronte al persistente calo della produzione, tuttavia, sotto il presidente Peña Nieto il Congresso messicano varò una serie di leggi ed emendamenti alla Costituzione che riformarono l’organizzazione interna di Pemex e liberalizzarono il mercato degli idrocarburi, permettendo a compagnie straniere di svolgere attività di ricerca ed estrazione sul suolo messicano in collaborazione o anche in concorrenza con Pemex stessa.

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Fig.2 – Il giacimento di Ku-Maloob-Zaap, al largo del Golfo di Campeche.

PEMEX NELLA BUFERA ELETTORALE

Dalla liberalizzazione del mercato degli idrocarburi a oggi, Pemex ha registrato risultati ambigui. Da un lato, negli ultimi anni si sono registrate numerose scoperte di nuovi e vasti giacimenti di petrolio, che bilanciano almeno in parte il progressivo esaurimento dei vecchi pozzi. Dall’altro lato tuttavia la produzione sia di petrolio che di gas naturale ha continuato a peggiorare e in quest’ultimo anno è scesa sotto la soglia dei due milioni di barili al giorno, il dato peggiore da 22 anni. Allo stesso tempo, la liberalizzazione del mercato ha causato all’inizio di questo anno un brusco aumento dei prezzi del carburante, denominato gasolinazo, che ha innescato numerose proteste e mobilitazioni contro la riforma e contro il governo stesso.

A causa dell’importanza della compagnia, i risultati della riforma e il futuro di Pemex sono diventati questioni cruciali nel dibattito politico che anima il Messico in vista delle prossime elezioni presidenziali, previste per luglio 2018, con i vari candidati che sottolineano gli aspetti a loro più congeniali. Da un lato infatti il presidente uscente Peña Nieto difende la bontà della sua riforma, definita  necessaria sia per migliorare l’economia messicana sia per evitare il fallimento di Pemex, adducendo come prove la scoperta dei nuovi giacimenti e un’eredità di 100 miliardi di dollari in investimenti nel settore degli idrocarburi. Lo strettissimo legame tra il governo Peña Nieto e la nuova gestione di Pemex è stato confermato anche da due avvenimenti di questi ultimi giorni. Il primo è la nomina alla carica di Ministro dell’Economia di José Gonzáles, ex direttore generale di Pemex dal 2016 a novembre 2017. Il secondo invece, ancora più importante, è la scelta di José Antonio Meade, appena dimessosi dalla carica di ministro dell’economia, come candidato del PRI alla presidenza. Quando era ministro dell’economia, infatti, l’aspirante presidente aveva difeso la riforma energetica, negando, inoltre, che fosse la causa del gasolinazo. Il partito dell’opposizione PAN, a sua volta,  rivendica il progetto di liberalizzazione del mercato degli idrocarburi ma attacca Peña Nieto e il PRI per non aver applicato la riforma fino a fondo, mentre si mostra contrario alla possibilità di coprire l’enorme deficit di Pemex con fondi pubblici.

Su posizioni nettamente antitetiche è invece l’ex governatore del Distretto di Città del Messico Andrés Manuel López Obrador (popolarmente conosciuto come AMLO), leader del partito MORENA. Facendo leva sul nazionalismo dei Messicani, la maggioranza dei quali è contraria alla riforma, e sui recenti scandali finanziari che hanno minato la direzione della compagnia, il candidato “populista” ha parlato ampiamente della questione Pemex criticando la liberalizzazione del mercato degli idrocarburi, colpevole di aver “svenduto” le ricchezze del Paese a compagnie straniere e di aver fatto aumentare la corruzione e i danni all’ambiente e al turismo. Qualora fosse eletto, AMLO promette  che rivedrà tutti i contratti di concessione e ri-nazionalizzerà tutte le attività estrattive e produttive in mano a compagnie straniere. In altre occasioni tuttavia AMLO ha moderato la sua posizione, ammettendo che manterrà alcuni dei suoi aspetti.

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Fig. 3 – Andrés López Obrador durante un comizio.

Al momento, a causa dell’impopolarità del governo di Peña Nieto e delle provocazioni del presidente USA Trump, che hanno indignato i Messicani spingendo molti di loro su posizioni nazionalistiche, AMLO domina nei sondaggi per le intenzioni di voto e ha ottime possibilità di diventare presidente del Messico. Qualora questo avvenisse, il leader di MORENA probabilmente cancellerà o perlomeno modificherà la riforma energetica, aprendo così una nuova fase estremamente incerta per Pemex e in definitiva per tutta l’economia messicana.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più 

Per maggiori informazioni sulla riforma energetica messicana si rimanda a questo documento. 

Foto di copertina di rutlo Licenza: Attribution License