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Il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), costellato da problematiche e passi avanti, è un progetto di cooperazione regionale importante non solo per la diversificazione degli approvvigionamenti degli idrocarburi ma anche per la stabilità di Afghanistan e Pakistan, un tempo culle della Via della Seta e oggi vittime del terrorismo fondamentalista

LA LUNGA ROAD MAP DEL PROGETTO TAPI

Gli avvenimenti più importanti hanno il passo lento. Devono averlo pensato anche i Paesi partner del progetto del gasdotto TAPI, corridoio energetico del gas naturale che coinvolge il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Questo gasdotto trans-afgano è stato pensato e progettato negli anni ’80 ma il suo lungo iter di pianificazione è iniziato soltanto nel 1995 con la firma del contratto da parte del Turkmenistan, della società Unocal e della saudita Delta Oil Co. Nel 1997, ad Ashgabat, venne istituito un consorzio internazionale chiamato Central Asia Gas Pipeline, Ltd. (CentGas) in cui si associavano ufficialmente il Turkmenistan, il Pakistan, Unocal, Inpex, Itocho Oil Exploration Co., Ltd. e Hyundai Engineering & Construction Co., Ltd. Nel 1998 i leader dei talebani proposero di garantire la sicurezza nei cantieri nel quadrante afgano e ai confini con Islamabad, ma le relazioni tra il Governo americano e il movimento islamista vivevano in quel momento una stagione aspra e quindi Washington bloccò l’accordo della società Unocal con il Governo turkmeno, rimandando il progetto a tempi migliori. Qualche anno dopo, nel 2002, l’invasione e occupazione militare americana dell’Afghanistan portò ad una nuova possibilità per il progetto. In quell’anno, il Presidente ad interim afgano Hamid Karzai, quello pakistano Pervez Musharraf e quello turkmeno Saparmurat Niyazov firmarono ad Islamabad un accordo per la costruzione del gasdotto, ma la situazione geopolitica afgana si deteriorò rapidamente bloccando di nuovo i lavori necessari alla realizzazione del progetto. Nel 2005 l’Asian Development Bank (ADB) assunse la responsabilità del TAPI, finanziando le relazioni di fattibilità tecnica e lo sviluppo pratico del gasdotto, ma i risultati degli studi parlarono chiaro: il progetto sarebbe stato poco conveniente e ad alto rischio a causa del percorso stesso.

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Fig. 1 – Foto di gruppo dei Ministri dell’Energia dei Paesi aderenti al progetto TAPI durante un vertice del 2008

Far terminare il gasdotto in Pakistan avrebbe determinato il fallimento del progetto poiché anche Islamabad doveva combattere contro numerosi gruppi di jihadisti e separatisti, rendendo quindi necessario il coinvolgimento di Nuova Delhi affinché potesse rendere sicuro l’ultimo tratto del gasdotto a ridosso dei confini indo-pakistani. La presenza di gruppi islamisti radicalizzati e ben addestrati in tale area, specialmente nel Balochistan, richiedeva infatti una maggiore cooperazione tra India e Pakistan per garantire la sicurezza della parte finale del TAPI. Nel 2007 il leader turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov promosse un progetto multidirezionale delle risorse energetiche di Ashgabat, coprendo tutti i punti cardinali (a Nord verso la Russia, a Sud verso Iran e India, a Est verso la Cina, a Ovest verso l’Europa). Lo scopo principale di questo programma era di mettere pressione ai partner del TAPI  e conseguentemente promuovere una cooperazione multidirezionale regionale. Nel 2010 Ashgabat fu teatro di un vertice dei capi di Stato partner del progetto, con relativa firma di un nuovo accordo intergovernativo sull’attuazione del TAPI con i relativi tempi di inaugurazione previsti per il 2015. Tuttavia le intenzioni e la realtà a volte non coincidono, poiché i diversi ostacoli sopra menzionati hanno finito per dilatare ulteriormente i tempi di realizzazione del progetto. Ad oggi, anno 2017, sono state infatti concluse solo quattro fasi su cinque del progetto (che si concluderà ormai ufficialmente nel 2019), che riguardano aspetti prettamente burocratici tra cui la nomina della società capo del consorzio, la Turkmengas, che ha il compito, insieme alla controllante ADB, di guidare i lavori di costruzione e di stabilire gli accordi finanziari necessari alla stessa.

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Fig. 2 – Il Presidente afgano Karzai e il suo omologo turkmeno Berdymukhamedov firmano alcuni accordi di cooperazione per la realizzazione del progetto TAPI, aprile 2008

UN PROGETTO TRA BENEFICI E NODI DIFFICILI DA SCIOGLIERE

Il percorso del TAPI, noto anche come Trans-Afghanistan Pipeline, si estende da Galkynysh, in Turkmenistan, a Fazilka, in India, passando per Herat e Kandahr in territorio afgano e per Quetta e Dera Ghazi Khan in territorio pakistano. La struttura finale sarà composta da sei stazioni di 1420 millimetri di diametro con una pressione di 100 atmosfere standard (equivalenti a 10000 kPa). La capacità calcolata di fornitura sarà di 33 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, di cui 5 miliardi di metri cubi saranno indirizzati verso l’Afghanistan e 14 miliardi di metri cubi in Pakistan e India. Il progetto del gasdotto può essere considerato più di un corridoio energetico; è infatti un progetto di cooperazione regionale che si attua, in linea con gli obiettivi dei Paesi membri della Central Asia Regional Economic Cooperation (CAREC), per garantire la sicurezza energetica, uno sviluppo equilibrato delle infrastrutture e delle istituzioni regionali, una più forte integrazione dei mercati ed una maggiore crescita economica. Lo scopo principale del TAPI è quindi quello di alleviare la forte carenza di energia dei Paesi partner e sostenerne la stabilità interna. L’Afghanistan, ad esempio, ha bisogno di una fonte energetica sicura per aumentare sia la sua capacità di generare elettricità che il funzionamento dell’attuale rete elettrica, passando cosi’ dal 20 al 33% di effettiva fruibilità. Per il Pakistan la carenza di energia, cosi’ come per l’India, significa immobilità economica per l’intero Paese, aggravata dal fatto che mancano fonti alternative di energia accessibili e affidabili. In India, poi, l’aumento dell’uso del gas naturale per generare elettricità ridurrà anche i danni all’ambiente  poichè il gas naturale emette il 43% in meno di emissioni di carbonio rispetto al carbone, comunemente usato per ogni tipo di energia erogata nel Paese. Oltre i benefici, il progetto però presenta anche due nodi fondamentali e interconnessi per la piena riuscita dello stesso: il nodo dei finanziamenti e quello della sicurezza. La ricerca dei finanziamenti per implementare il progetto è estremamente complicata, nonostante il consenso della comunità internazionale, per via dell’instabilità geopolitica di Afghanistan e Pakistan. La presenza di gruppi armati in entrambi i Paesi comporta infatti un alto rischio di attacchi terroristici e sabotaggi notturni a danno dei cantieri del gasdotto. I potenziali investitori, considerate tali premesse, vedrebbero quindi aumentare a dismisura i costi per la continua ricostruzione della struttura dopo eventuali attentati e per far fronte alla corruzione dei militari messi a protezione dei cantieri stessi. Sulla base di tali fattori, si stanno valutando diverse alternative tra cui il coinvolgimento dell’Iran nel TAPI: il gasdotto passerebbe infatti in territorio iraniano, bypassando il Pakistan, per poi rivendere il gas naturale tramite rotte alternative sia a Delhi che Islamabad secondo l’idea originale del progetto. Tale possibilità però potrebbe causare un potenziale deterioramento delle già difficili relazioni tra Iran e Stati Uniti (fortemente contrari a tale soluzione) e un ulteriore inasprimento delle tensioni tra India e Pakistan. Il coinvolgimento di Teheran come alternativa favorirebbe appieno la sua crescente influenza nell’area, in particolare in Afghanistan, rafforzando ulteriormente i partneriati governativi, il commercio bilaterale (tramite ad esempio il porto di Chabahar) e arginando il problema dei rifugiati e  del traffico della droga. Inoltre i legami culturali e religiosi di Teheran con l’Asia Centrale spingerebbero verso una maggiore pace e stabilità della regione con una ridotta presenza di Washington. Ma la credibilità dell’Iran è in forte dubbio a causa di un certo sostegno ai talebani e la rete di Haqqani, giustificato formalmente con l’intenzione di combattere il terrorismo.

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Fig. 3 – Il Ministro delle Miniere afghano Wahidullah Shahrani durante una conferenza stampa sugli sviluppi del progetto TAPI, dicembre 2010

SCIOGLIERE IL NODO DELLA SICUREZZA PER UNA STABILITA’ FUTURA

Il progetto è dunque geopoliticamente complesso e richiede Governi cooperanti su più livelli capaci di affrontare il disallineamento storico-economico-politico tra il Turkmenistan, l’Afghanistan e il Pakistan. Il Turkmenistan, importante tappa della Via della Seta per gli scambi commerciali tra Asia e ed Europa, ha considerevoli riserve sia di gas naturale che di petrolio ma condizionate dall’assenza di vie adeguate per l’esportazione. La sua stabile situazione geopolitica, coadiuvata a quella degli altri Paesi dell’Asia Centrale come Tagikistan ed Uzbekistan, fornisce infrastrutture, sicurezza e assistenza economica nell’importante processo di pacificazione dell’Afghanistan. L’India, società pluralistica, multilingue e multietnica, è un’altro partner regionale affidabile di Kabul nel processo di assistenza allo sviluppo con progetti come l’Afghan India Friendship Dam (AIFD), programmi militari di formazione e accordi economici come quello del porto di Chabahar, che apre un percorso commerciale in Asia Centrale verso l’Europa bypassando l’eterno nemico Pakistan (il conflitto tra Nuova Delhi ed Islamabad dura da decenni, inasprito dalla questione del Kashmir e dalle conseguenze della guerra di indipendenza del Bangladesh del 1971). L’Afghanistan, con la sua morfologia priva di sbocchi sul mare e prevalentemente montuoso, un tempo culla delle più importanti porte storiche dell’Asia centrale, oggi è culla di terroristi e fazioni armate:  nel territorio sono presenti 20 gruppi terroristici tra cui i talebani, la rete di Haqqani, l’ISIS e Al Qaeda, che operano tra l’Afghanistan e il Pakistan con capacità e modus operandi differenti ma concordi nell’attaccare le diverse strutture del Governo afgano e i centi operativi più importanti usati dalla coalizione internazionale per costruire una governance efficace nel Paese. I numerosi attacchi considerati di “alto profilo”, come quelli verificatisi dal 1 dicembre 2016 fino al 31 maggio 2017 a Kabul e contro il quartier generale dell’Afghan National Army (ANA) a Camp Shaheen, rendono le operazioni dei contingenti USA, NATO e delle Afghan National Defense and Security Forces (ANDSF) difficili, soprattutto nel contenere i nuovi combattenti provenienti dalle scuole coraniche (madrasa) del Pakistan. I talebani continuano ad attaccare le forze regolari, il Governo legittimo afgano e le forze internazionali come l’ISAF attraverso la guerriglia e gli attentati terroristici, attuando cosi’ una campagna di logoramento che non necessita di impiegare ingenti forze e mezzi che solo grandi potenze posseggono. Il Pakistan – Paese caratterizzato da periodi di Governo militare, instabilità politica, conflitti con Nuova Delhi e problemi complessi come sovrappopolazione, terrorismo e povertà – è l’attore regionale più importante in quanto interdipendente con Kabul a causa della presenza dei ribelli della rete Haqqani al confine. La presenza di questi ultimi rendono le relazioni bilaterali complicate, nonostante i due Paesi condividano un programma di sicurezza e coordinamento che mira ad arginare le attività dei gruppi ribelli e i molteplici episodi di terrorismo. A dispetto della debolezza interna, Islamabad vanta comunque un ruolo strategico di primaria importanza, essendo la seconda nazione del mondo musulmano per popolazione e l’unica con armi nucleari: la politica estera del Paese si concentra sulla sicurezza contro le minacce alla sua integrità territoriale e sulla promozione di strette relazioni con gli altri Paesi musulmani. Il mantenimento delle relazioni culturali, politico-sociali e economiche con il mondo arabo è un fattore vitale e, nel contesto del progetto TAPI, permette una sicura veicolazione del gas fino al confine con l’India. Il Pakistan resta quindi un partner di cruciale importanza per la messa in sicurezza del progetto TAPI, anche per via della sua alleanza con gli Stati Uniti nella guerra al terrorismo. Il nodo sicurezza è il perno non solo del gasdotto ma anche e soprattutto di una larga cooperazione interregionale che possa dare stabilità alle popolazioni locali, ferite da troppo tempo dal terrorismo e dalla povertà.

Sara Barchi

Un chicco in più

Talebani o Taliban. Gruppo di fondamentalisti islamici formatisi nelle scuole coraniche afgane e pakistane, impegnato in precedenza nella guerriglia antisovietica in Afghanistan. Nel 1995-96 si sono fatti largo come vincitori nella guerra civile afgana e hanno conquistato il potere, imponendo un duro regime teocratico basato sulla rigida applicazione della legge coranica. Spodestati dall’intervento della NATO nel 2001 e insidiati recentemente dalla presenza di ISIS, continuano a svolgere ciclicamente un’intensa attività terroristica e di guerriglia contro le truppe governative e della coalizione internazionale in Afghanistan, intervenendo talvolta anche nel quadrante settentrionale del Pakistan.

Foto di copertina di Bilfinger Licenza: Attribution-NoDerivs License