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In 3 sorsi –  Dal 6 al 17 novembre si è tenuta a Bonn, in Germania, la 23esima Conferenza delle Parti (COP23), con l’obiettivo di fermare il riscaldamento globale (e non solo)

1. PARIGI, MARRAKECH E BONN

Il vertice sul cambiamento climatico tenutosi a Bonn in Germania è stato incentrato su come mettere in pratica le promesse fissate durante l’Accordo di Parigi (COP 21) tenutosi due anni fa. La conferenza di quest’anno è stata presieduta dal Governo delle Isole Fiji. Nel dicembre 2015, 196 Stati hanno siglato l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico durante la COP21 (in seguito hanno aderito Nicaragua e Siria, mentre gli Stati Uniti si sono ritirati): tale accordo è stato il primo a livello mondiale riguardante il surriscaldamento climatico. L’Accordo di Parigi crea un piano di azione a livello globale per evitare cambiamenti climatici pericolosi e per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi (ma si cerca di puntare a non superare il limite di 1,5 gradi). L’Accordo di Parigi è entrato in vigore esattamente 1 anno fa, il 4 novembre 2016, 30 giorni dopo esser stato ratificato dall’Unione Europea, teneendo fede al particolare meccanismo ideato per la sua effettiva entrata in vigore. Al momento 175 Paesi hanno ratificato l’accordo. L’anno scorso si erano già fatti alcuni passi avanti durante la COP22 tenutasi a Marrakech nei primi giorni di novembre. In quella occasione gli Stati che avevano precedentemente partecipato alla COP21 e firmato l’Accordo di Parigi si erano impegnati non solo a ratificare l’accordo e a procedere con alcune priorità in campo innovativo e trasferimento tecnologico, ma anche a sostenere gli Stati più vulnerabili al cambiamento climatico come le isole ed alcuni paesi del continente Africano.

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Fig.1 – Dhaka, Bangladesh il 19 giugno 2017, piogge torrenziali 

2. I NEGOZIATI

Il principale scopo del COP23 era quello di frenare il cambiamento climatico attraverso azioni intraprese a livello mondiale. La COP23 di Bonn si è concentrata su due questioni principali. La prima è stata la creazione di linee guida con lo scopo di rendere operativo l’Accordo di Parigi a partire dal 2020, uno “zero draft” da approvare entro l’anno prossimo al COP24 in Polonia. L’altro nodo invece si è incentrato sulla creazione di una “road map”, cioè una valutazione dei progressi fatti e dei processi di revisione degli impegni assunti da oggi al 2030. Le parti hanno inoltre preso accordi sul primo piano d’azione in materia di parità, nel cui sviluppo l’UE e molti Stati membri hanno svolto un ruolo fondamentale, sostenendo la sua riuscita. Un’altra iniziativa che ha visto partecipare l’UE è la Piattaforma delle Comunità Locali e dei Popoli Indigeni, già istituita a Parigi nel corso di COP21, in cui si promuove la partecipazione dei popoli indigeni, che sono i più colpiti dai cambiamenti climatici. Al termine della Conferenza delle Parti, il primo ministro delle Isole Fiji ha istituito un tavolo di lavoro e discussione denominato “dialogo Talanoa” (in lingua figiana significa “decidere insieme” o “dialogare”) che inizierà a gennaio 2018 per definire insieme i target nazionali in vista della COP24 a Katowice.

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Fig. 2 – COP23 a Bonn in Germania

3. L’UE E L’ACCORDO DI PARIGI

L’UE ha avuto un ruolo fondamentale durante le due settimane di negoziati a Bonn. Durante COP23, il Parlamento ed il Consiglio Europeo hanno trovato un accordo provvisorio sul Sistema europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS) per il periodo post-2020. Questa revisione permetterà all’Europa di raggiungere quanto stabilito nell’Accordo di Parigi, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2030. L’Unione è anche impegnata a livello locale: sostiene la collaborazione tra sindaci e regioni per investire in mobilità sostenibile al fine di sviluppare soluzioni innovative e combattere il riscaldamento globale. Dai dati pubblicati dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), si può notare che le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,7% tra il 2016 e l’anno precedente. Dal 1990 ad oggi c’è stata una riduzione complessiva del 23%, quindi l’obiettivo prefissato di raggiungere il 20% nel 2020 è stato ampiamente superato, grazie all’aumento delle energie rinnovabili e alla riduzione del carbone. Il prossimo obiettivo dell’UE è quindi ridurre le emissioni di gas serra del 27% entro il 2020. L’UE e gli Stati Membri sono tra coloro che hanno maggiormente contribuito ai finanziamenti per la lotta ai cambiamenti climatici con un investimento pari a 20,2 miliardi di euro solo per il 2016. L’agenda dell’UE per il 2018 è piena di impegni riguardanti la lotta contro il riscaldamento globale: infatti, oltre a partecipare al COP24 in Polonia, l’Unione avrà un ruolo centrale in una serie di eventi riguardanti il clima, tra cui il “One Planet Summit” di Parigi il mese prossimo.

Moira Mastrone

Un chicco in più

La COP è sempre presieduta da uno Stato partecipante. Quest’anno per la prima volta la presidenza è stata assegnata ad un’isola. Negli ultimi anni sono proprio le isole ad essersi rivelate più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Il livello del mare si innalza ogni anno di più e le isole sono quindi sempre in allerta per il pericolo di inondazioni, tempeste violente e uragani. Per quest’anno la COP23 è stata quindi presieduta dal primo ministro delle Isole Fiji, Frank Bainimarama, anche se la Conferenza delle Parti per motivi pratici si è tenuta in Germania, a Bonn. Nel 2016 infatti si è abbattuto sulle Isole Fiji il ciclone Winston, che ha causato ingenti danni. 

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