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Ayman al Zawahiri è l’attuale leader di al Qaeda. Spesso di lui viene detto che non possa contare sul grande carisma che invece caratterizzava il suo predecessore Osama bin Laden. “Il Dottore” però è riuscito, carisma o meno, a guidare il suo gruppo in una nuova fase strategica, nonostante grandi difficoltà. Come ci è riuscito?

NICKNAME : Abu Fatma, Il Dottore.

GLI INIZI E LA NASCITA DI AL QAEDA

Ayman al Zawahiri nasce il 19 giugno 1951 a Giza, città a 20 km di distanza da Il Cairo. Tra i membri della famiglia lo zio risulterà decisivo per il suo percorso di formazione all’interno della comunità salafita egiziana. Mentre il giovane al Zawahiri intraprende i suoi studi di medicina, lo zio lo avvicina agli ambienti della Fratellanza Musulmana, essendo quest’ultimo amico intimo di Sayyd Qutb, uno dei maggiori teorici del movimento e futura pietra miliare dell’ideologia jihadista. A 22 anni al Zawahiri è già membro attivo del EIJEgyptian Islamic Jihad – e nel 1981 sconta tre anni di carcere per possesso illegale di armi da fuoco. Dopo questa esperienza, iniziano i viaggi che lo porteranno in Afghanistan, in Arabia Saudita e in Pakistan dove nel 1987 incontra per la prima volta Osama bin Laden. L’incontro tra i due avviene a Peshawar, città famosa per essere il campo base dal quale i mujahidin varcano il confine per adempire al jihad afgano. Da una collaborazione tra i due nasce al Qaeda nella quale al Zawahiri permette l’ingresso del suo gruppo EIJ.  Il “Dottore” diventa così il numero due dell’organizzazione lasciando allo sheikh Osama bin Laden il compito di dirigere il gruppo e di impostare le sue linee guida. Dopo i tristemente noti attentati dell’11 settembre, Ayman al Zawahiri inizia ad acquisire sempre più notorietà comparendo spesso al fianco di bin Laden durante i suoi sermoni e accrescendo il suo potere tra i ranghi dell’organizzazione.

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Fig. 1 – Ayman al Zawahiri alla sinistra di Osama bin Laden durante le riprese di un video-comunicato

LA LEADERSHIP DEL GRUPPO E LA “FITNA” JIHADISTA

Il 2010 e il 2011 sono anni decisivi. La deflagrazione delle primavere arabe e la morte di bin Laden consegnano ad al Zawhairi un gruppo sull’orlo del collasso, senza santuari sicuri e con gravi problemi logistici. Facendo di necessità virtù, il “Dottore” accelera il processo di delocalizzazione del gruppo e cavalcando l’instabilità crescente in tutto il Grande Medio Oriente trasforma al Qaeda in un network di sostegno ideologico e strategico in grado di aiutare qualunque gruppo terroristico che condivida con esso la causa. Al Zawahiri contribuisce a questa svolta strategica cambiando anche la struttura narrativa dei suoi sermoni rispetto a quelli del suo predecessore. Se infatti bin Laden aveva sempre concentrato l’attenzione sull’importanza dell’attaccare il “nemico lontano”, al Zawahiri, quasi fin da subito, ha ribaltato questa priorità d’intenti focalizzandosi sulla guerra al “nemico vicino” ovvero i “Paesi clientelari” dei crociati, i tiranni apostati che soggiogano i musulmani nelle loro terre. Il cambio narrativo ha senza dubbio incoraggiato il mutamento strategico dell’organizzazione accentuando così la forte delocalizzazione del gruppo. Il “Dottore” infatti, dal suo nascondiglio presumibilmente a ridosso della frontiere tra Pakistan e Afghanistan, si limita oramai a imporre le linee guida ideologiche e strategiche sul lungo termine che le filiali devono assumere, ma non entra assolutamente nel merito delle questioni tattiche più particolari e sul breve periodo. Queste rimangono una scelta dei vari emiri dei rami locali. Da leader di al Qaeda ha dovuto inoltre affrontare la “fitna” creatasi all’interno della galassia jihadista che ha visto il suo gruppo scontrarsi con un competitor nato proprio dalle ceneri di una delle prime filiali create. Lo Stato Islamico infatti nacque dal progetto, poi naufragato, di al Qaeda in Iraq – o al Qaeda nella Terra dei Due Fiumi. Una tale competizione, di cuori e di menti, nata al culmine del riposizionamento strategico intrapreso dal gruppo, ha portato non pochi problemi alla leadership e ai suoi ideologi, che spesso hanno visto membri ed emiri di molte filiali passare dall’altra parte della barricata – spinti e convinti dalla potentissima macchina mediatica e propagandistica messa in piedi dai fedeli di al Baghdadi che è riuscita a mettere quasi completamente in ombra i rivali e a convincere molti jihadisti che lo Stato Islamico rappresentasse il compimento ultimo del disegno voluto da bin Laden.

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Fig. 2 – Ayman al Zawahiri elogia dopo la sua morte Abu Musab al Zarqawi, leader della filiale di al Qaeda in Iraq, ucciso per mano di raid aereo statunitense

I MERITI DI AL ZAWAHIRI

Se al Zawahiri è stato in grado di riuscire a fronteggiare le sfide enormi poste al suo gruppo, sia dalla comunità internazionale nei vari scenari in cui al Qaeda opera sia da parte del Califfato, è stato grazie alla sua incredibile duttilità e alla velocità con la quale è riuscito a trovare la chiave di lettura utile a comprendere i mutamenti in corso d’opera. Cavalcare le primavere arabe, per poi rigettarle, colloquiare con clan e tribù per favorire il processo d’infiltrazione dei suoi fedelissimi, scendere a compromessi con frange islamiste più moderate di al Qaeda, anticipare le mosse dei competitor del gruppo – Stato Islamico e le sue diramazioni – per togliergli margine di manovra creando filiali di tamponamento ad hoc. Al Zawahiri sembra che abbia anche trovato il modo di ovviare alla sua presunta mancanza d’ascendente coinvolgendo sempre di più il figlio di Osama bin Laden, nonché marito di una delle sue figlie, Hamza bin Laden. Il probabile erede al trono di al Qaeda ha anche ripreso la narrativa cara al padre degli attacchi al “nemico lontano” e, con i suoi sermoni infuocati e diretti, completa alla perfezione l’arte oratoria di al Zawahiri, più ideologica, pacata e riflessiva. Il coinvolgimento di Hamza bin Laden è quindi l’ennesima prova che al Zawahiri non solo sia a perfetta conoscenza di quali siano i suoi limiti ma che riesca anche a trasformarli in una delle numerose frecce che possiede nella sua faretra. Non è un caso che il “Dottore” sfugga da decenni alle numerose agenzie d’intelligence che gli danno la caccia. Come non è un caso che uno dei terroristi, tra i dieci più ricercati del mondo, arrivi a 66 anni con quarant’anni di attività alle spalle in vita, in libertà e a capo di una delle organizzazioni terroristiche più pericolosa al mondo.

Valerio Mazzoni

TIMELINE

19 giugno 1951 – Nascita a Giza, Egitto.

1979 – Primo viaggio in Afghanistan.

1981 – Arrestato per aver collaborato all’omicidio del Presidente Egiziano Anwar al Sadat. Sconta tre anni di prigione per possesso illegale di armi da fuoco.

1985 – Uscito di prigione, parte per l’Arabia Saudita.

1987 – A Peshawar in Pakistan incontra per la prima volta Osama bin Laden.

1988 – Insieme ad Osama bin Laden fonda al Qaeda.

17 agosto 1998 – Ambasciate US in Kenya e Tanzania colpita da attentato suicida.

1999 – Incriminato per gli attentati in Kenya e Tanzania da US, condannato a morte – in absentia – in Egitto per aver ordito piano terroristico contro interessi US in Albania.

Giugno 2011 – Diventa leader di al Qaeda, un mese dopo la morte di Osama bin Laden.

9 giugno 2013 – Si dichiara sfavorevole all’unione tra il gruppo Jabhat al Nusra e Stato Islamico in Iraq, specificando che ognuno deve operare nel suo campo.

Febbraio 2014 – Rompe qualsiasi tipo d’accordo o di collaborazione con IS a causa dei vari tentativi degli ultimi di sottomettere Jabhat al Nusra.

Settembre 2015 – Rilascia una serie di audio nei quali accusa Abu Bakr al Baghdadi di dividere l’Ummah e di essere un bugiardo. Saranno gli ultimi comunicati in cui al Zawahiri menzionerà direttamente al Baghdadi.

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