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Ristretto – Dopo settimane di negoziati diplomatici, i Governi di Myanmar e Bangladesh sembrano aver raggiunto finalmente un accordo per il rimpatrio delle centinaia di migliaia di Rohingya fuggiti dal Rakhine nei mesi scorsi. Oggi rappresentanti dei due Paesi dovrebbero infatti firmare un memorandum di intesa che prevede il ritorno volontario dei Rohingya in Myanmar dopo la compilazione di un modulo sul loro status di cittadinanza.

Secondo le parole di diversi esponenti governativi birmani, le disposizioni del memorandum potrebbero entrare in vigore già nelle prossime settimane, con la consegna dei primi moduli compilati e i primi rimpatri delle famiglie Rohingya.

Restano però molti dubbi sulla reale efficacia dell’accordo tra Dacca e Naypyidaw. Ci sono dissensi tra le due parti sulla tempistica della sua implementazione e sull’eventuale coinvolgimento dell’ONU nelle operazioni di rimpatrio. Il numero di rifugiati Rohingya in Bangladesh è infatti talmente alto (620mila persone a metà novembre) da rendere impossibile un loro rientro ordinato in territorio birmano senza qualche forma di sostegno esterno. Da soli Myanmar e Bangladesh non hanno certo adeguate risorse per gestire un simile flusso di persone o per effettuare una registrazione precisa della loro identità. Inoltre la situazione nel Rakhine continua a essere particolarmente turbolenta, con continue denunce di nuove violenze dell’Esercito o di gruppi di privati cittadini contro la comunità Rohingya. Difficile quindi che molti rifugiati accettino di tornare alle loro vecchie case (se risparmiate dalle violenze dei mesi scorsi) in un simile contesto di insicurezza pubblica. Ma lo scoglio principale al ritorno dei Rohingya resta il nodo della “cittadinanza” da confermare nei moduli pre-rimpatrio: la maggior parte di loro non sono infatti  riconosciuti come cittadini dallo Stato birmano per via della Citizenship Law del 1982, che non li riconosce come gruppo etnico del Paese. Un gran numero di rifugiati potrebbe vedersi negato a priori il diritto al rimpatrio, restando bloccato nei fatiscenti e precari campi di accoglienza del Bangladesh.

Per quanto importante, l’intesa tra i due Paesi non appare quindi priva di ombre e non sembra destinata ad allentare la pressione della comunità internazionale sul Governo birmano per una risoluzione rapida della questione Rohingya. Nei giorni scorsi si sono infatti recati in visita a Naypyidaw il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE Federica Mogherini: tutti hanno insistito perché il Governo birmano trovi un modo per fermare le violenze nel Rakhine e per rimpatriare pacificamente i profughi Roghinya.

Simone Pelizza

 

Foto di copertina di EU Civil Protection and Humanitarian Aid Licenza: Attribution-NoDerivs License

Simone Pelizza

Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni. Sono anche membro della Società Italiana di Storia Militare e ho pubblicato brevi contributi su alcuni giornali accademici.
Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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