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Il Partito Democratico e le grandi sfide internazionali: Corea, Iran, Russia

In 3 sorsi Il Partito Democratico si trova a dover difendere alcuni dei lasciti della politica estera di Obama di fronte a un Presidente che ora pare intenzionato a superarli in buona parte. Verosimilmente, i democratici punteranno a incidere sulla politica estera di Trump cercando di limitarlo, ma anche rimarcando la propria identità su temi chiave che tanto pesano sull’attualità politica, sia internazionale che domestica

1. COREA DEL NORD

È utile partire considerando la Democratic Platform, ovvero il documento programmatico elaborato dalla Direzione nazionale democratica in occasione delle elezioni del 2016, dove vengono espresse le posizioni ufficiali del Partito. Ovviamente, i partiti statunitensi sono molto variegati al loro interno, però questo tipo di testo è quanto meno utile a indicare la rotta.

Ebbene, la linea riguardo alla Corea del Nord è molto chiara, visto che viene annunciata una strenua opposizione all’assertività di Kim con l’obiettivo di costringerlo ad abbandonare i suoi programmi missilistici e nucleari. Parallelamente, viene assicurata piena protezione agli alleati dell’area – Corea del Sud e Giappone sostanzialmente.
Quanto alla situazione, per così dire, sul campo, alcuni democratici del Congresso hanno preso un’iniziativa molto rilevante per l’attualità. È stata infatti proposta una legislazione che vuole vietare al Presidente di compiere attacchi preventivi sul Paese asiatico senza approvazione del Congresso. Nello specifico, questo disegno di legge, eloquentemente chiamato “No Unconstitutional Strike on North Korea bill”,  impedirebbe alla Presidenza di avere fondi da usare per operazioni militari  senza approvazione del Congresso, a meno che gli Stati Uniti non stiano fronteggiando una diretta minaccia. Inoltre, il termine usato è “preemptive attack”, ossia quel tipo di attacco, ammesso anche dalla Carta ONU, che rappresenta una risposta a una evidente minaccia nemica – contrapposto al “preventive attack”, attuato anche solo per il sospetto che il nemico possa recare un pericolo. Questo è sintomo della disapprovazione dei politici democratici verso le dichiarazioni, particolarmente dure, che Trump ha riservato verso Pyongyang, tanto da fare temere che il Presidente possa compiere un colpo di mano.
Di fatto però questa proposta è in stallo nel Campidoglio, a causa dell’opposizione della maggioranza repubblicana, sebbene i promotori della proposta, che ha l’appoggio di 61 membri della Camera, puntino a convincere anche alcuni esponenti del campo avversario.
Possiamo dunque affermare che i democratici vogliono provare a esercitare un certo controllo sulla politica estera, limitando Trump e cercando di ritagliarsi uno spazio in questo importante dibattito, specie sul tema dell’ampia autorità del Presidente in relazione all’uso di armi nucleari. Così facendo, tuttavia, essi presentano anche una certa debolezza nelle loro posizioni, come afferma un articolo di “The Atlantic”, che critica ai democratici di avere, negli ultimi tempi, una linea poco consistente in politica estera. La questione nordcoreana può essere ben esemplificativa, visto che il Partito di opposizione vuole mostrare un atteggiamento fermo di fronte al regime di Kim senza però  risultare di appoggio a Trump, naturalmente, cercando anzi di rimarcare la sua identità – per quanto, appunto, in maniera non sempre solida – anche nei temi di politica internazionale.
Considerando l’opinione pubblica, un sondaggio di Gallup nota come l’elettorato liberal sia per lo più contrario all’idea che, in caso di insuccesso dei mezzi pacifici, siano attuate azioni militari contro la Corea del Nord. La percentuale di contrari è addirittura cresciuta rispetto al 2003, passando dal 54% al 61%diversamente che tra gli elettori conservatori, dove invece c’è oggi maggior consenso per una linea più dura. 

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Fig. 1 – A sinistra, Eliot Engel, leader dei democratici alla Commissione esteri della Camera

2. IRAN

La svolta nei rapporti con Teheran, contrassegnata dal cosiddetto “Iran Deal” è stata una delle maggiori eredità di Obama. Proprio per difenderla, Nancy Pelosi, leader della minoranza alla Camera, ha sin dal 2015 fatto campagna all’interno del Partito per ottenere supporto al patto. Nonostante l’accordo sia stato accettato da buona parte della classe politica democratica, contro di esso si erano invece espressi, all’epoca, circa una ventina di colleghi di Partito al Congresso, molti dei quali provenienti da distretti aventi una consistente popolazione ebraica.
Il tema è oggi quantomai scottante, specie dopo la decisione di Trump di decertificare l’accordo. Quanto alla più stretta attualità, dunque, la Democratic Platform dichiara l’appoggio all’”Iran Deal” ma anche l’intento di darne piena attuazione, in continuità con l’Amministrazione Obama, al fine di impedire al Paese sciita di dotarsi di armi nucleari. Al contempo, i democratici promettono di contrastare le mosse iraniane di destabilizzazione nella regione, quali il supporto dato a Hamas e Hezbollah, affermando chiaramente “l’Iran ha le sue impronte in quasi tutti i conflitti del Medio Oriente”. In ogni caso, si auspica qui che il popolo iraniano si integri nella comunità internazionale, rimarcando le posizioni di liberalismo internazionalista tradizionali nel Partito Democratico.

Significativa è poi la posizione di Eliot Engel – in quanto leader dei democratici nella Commissione esteri della Camera – il quale, sebbene sia stato critico verso il trattato, si era poi pronunciato contro la sua decertificazione, ritenendo che l’”Iran Deal” sia il modo migliore per tenere sotto controllo Teheran rispetto alle altre opzioni sul tavolo.

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Fig. 2 – La candidata democratica Hillary Clinton ha espresso posizioni dure verso la Russia, in campagna elettorale. Sentimento condiviso da larga parte del Partito

3. RUSSIA

Nonostante la politica del “reset” che Obama aveva provato a implementare, il Partito Democratico continua ad avere posizioni dure verso Mosca in seguito al suo intervento in Ucraina. Basti ricordare che, in campagna elettorale, è proprio sul tema dei rapporti con la Russia che Hillary Clinton aveva mostrato una linea particolarmente “da falco”. Va anche detto che l’ex segretario di Stato ha tenuto questa linea anche nell’ottica di differenziarsi da Trump, che appariva decisamente più amichevole nei confronti della Russia, nonché ovviamente come reazione rispetto ai cyber attack che il Partito Democratico lamenta di aver subito dal Cremlino.

In ogni caso, l’ostilità, o quantomeno la diffidenza verso la Russia, è ben diffusa tra i liberal statunitensi, sia per quanto riguarda il mondo politico che l’elettorato. Considerando la classe politica, la solita Democratic Platform è molto eloquente nel definire le azioni russe come violazioni della sovranità dell’Ucraina e come destabilizzanti per la regione. Sebbene non si escluda la possibilità di cooperare con Putin, viene qui annunciata una totale opposizione se l’assertività russa continuerà ad essere contraria agli interessi di Washington. Non manca inoltre una critica al Presidente russo in materia di diritti umani e per i suoi interventi a sostegno del regime di Assad. A questo si aggiunge una netta presa di posizione a sostegno della NATO e degli alleati europei, volendo anche rimarcare la distanza dalle idee di America first manifestate da Trump in campagna elettorale.
Un chiaro segnale è stato dato poi nella vicenda delle sanzioni contro Mosca, rafforzate negli ultimi mesi con il voto di un’ampissima maggioranza al Congresso, cui non è mancato il sostegno dei rappresentanti e senatori democratici, in piena collaborazione con i colleghi repubblicani.
Come rilevano i sondaggi dell’AEI political report, il sentimento anti-russo è consistente tra i liberal anche a livello dell’elettorato, in particolare dopo l’annessione della Crimea, evento che ha pesato anche sul modo in cui la popolazione statunitense percepisce Mosca. Innanzitutto, solo il 16% dei democratici ha un’opinione favorevole della Russia, cifra drasticamente scesa rispetto al 48% del 2014.
Inoltre, gli elettori democratici si dichiarano nettamente favorevoli alla NATO, il che è ovviamente in linea con le loro percezioni verso la Russia. Uno schiacciante 97% ritiene che l’alleanza debba essere mantenuta, e l’81% considera la NATO un bene per gli Stati Uniti.

Antonio Pilati

Un chicco in più

In maniera abbastanza consequenziale, democratici tendono a essere molto più diffidenti in merito ai presunti rapporti tra Trump e la Russia, visto che il 41% di loro ritiene che il Presidente abbia compiuto qualcosa di illegale a riguardo – opinione che è condivisa invece solo dal 4% degli elettori repubblicani. 

 

Foto di copertina di DonkeyHotey Licenza: Attribution License