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Donald e Shinzo: per un’alleanza ancora più forte

“Donald & Shinzo: make alliance even greater”: è quanto scritto sui cappellini che il Premier giapponese Shinzo Abe e il Presidente USA Trump hanno firmato al Kasumigaseki Country Club nella prima tappa del viaggio di Trump in Asia (5 e 6 novembre 2017). Uno slogan che riassume quanto emerso in questa due-giorni giapponese del Presidente americano: eccone un’analisi

LA QUESTIONE NORDCOREANA

Come tutti si aspettavano, uno (ma non certamente l’unico) dei “punti caldi” della visita di Trump in Giappone è stata la politica bellicosa della Corea del Nord. Visita che si preannunciava già ricca di colpi di scena, visto che ancora prima della partenza il Presidente americano non ha risparmiato affermazioni che lasciano ampio spazio alle critiche. Prima fra tutti, il monito alla Cina e “a chiunque stesse ascoltando” che “il Giappone è una nazione guerriera”, poi smorzato sottolineando come il Presidente Xi Jinping sia stato “formidabile” con Pyongyang (a proposito delle sanzioni imposte). Ad ogni modo, Trump ha anche ammonito minacciosamente tutti i dittatori: “non sottovalutate gli USA”. Lasciando da parte le parole grosse e una retorica quantomeno stereotipata e anacronistica della complessa società giapponese, è apparso evidente che l’intenzione di Trump fosse quella di appoggiare il riarmo giapponese per alleggerire i costi della difesa statunitense nell’area del Pacifico. Ciò che era più difficile da predire era fin dove arrivasse realmente la volontà di disimpegnarsi da determinate situazioni, considerato che in Estremo Oriente un indebolimento della leadership americana verrebbe subito riempito da altri, in primo luogo la Cina.

Non sorprende dunque che Abe veda in Trump il partner ideale per realizzare il suo progetto di lungo periodo, ovvero la modifica della costituzione giapponese e in particolare l’articolo 9, che non permette il ricorso all’uso della forza per scopi offensivi. Rinvigorito dall’esito positivo delle elezioni politiche avvenute alla fine di ottobre, il Premier giapponese sta preparando il terreno per questa importante riforma, anche se probabilmente lo scoglio più duro rimane l’opinione pubblica giapponese, tenacemente pacifista. L’arrivo di Trump in Giappone è stato infatti accolto da manifestazioni di protesta in difesa della costituzione a Tokyo e Osaka (con rispettivamente 40mila e 20mila partecipanti).

Come ha esplicitato Abe durante la conferenza stampa congiunta, sulla Corea del Nord i due capi di Governo “sono al 100% sulla stessa linea” e per loro “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Trump, da parte sua, ha asserito che l’era della “pazienza strategica” di Obama è finita; dall’altro ha ricordato che “una soluzione politica è comunque meglio per tutti”. Il riassunto della situazione sembrerebbe il classico “armiamoci e partite”: da un lato sembra che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di cedere terreno ad attori politici meno malleabili come la Cina, dall’altra è inverosimile che Washington sia realmente intenzionata ad essere coinvolta in prima persona con uomini e mezzi in un potenziale conflitto nucleare. La soluzione idonea è dunque quella di rafforzare il legame di amicizia e cooperazione con un alleato fedele come il Giappone, permettendogli di riarmarsi e concedendo forniture militari. Come già riportato in un precedente articolo, il Giappone sta investendo in tecnologia antimissilistica di matrice americana. Sono stati fatti progetti per installare il cosiddetto Aegis Ashore Defense System, un sistema estremamente sofisticato per intercettare missili diretti verso il territorio nipponico. In questo contesto si comprende perché Abe e Trump abbiano più volte sottolineato come la loro alleanza sia il perno della stabilità della regione.

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Fig. 1 – L’incontro tra i due leader al Kasumigaseki Country Club e la firma dei cappellini con la scritta “Donald & Shinzo: make alliance even greater”, 5 novembre 2017

IL SURPLUS ECONOMICO GIAPPONESE: UN PICCOLO GUASTAFESTE

Un altro tema centrale dell’incontro bilaterale (messo in secondo piano dal “problema Kim” ma non di secondaria importanza) riguarda i rapporti economici tra le due nazioni. Proprio questo è il tasto più dolente, che raffredda l’idillio delle “affinità elettive” tra Shinzo Abe e Donald Trump. Il Presidente americano ha infatti riesumato una questione ben nota agli economisti e mai ben digerita dagli Stati Uniti, ovvero il l’avanzo della bilancia commerciale del Giappone verso gli USA. Tutti ben ricordano il caso delle automobili giapponesi esportate (e vendute) massicciamente negli anni ‘70, tanto da richiedere un accordo politico tra i due Paesi che permettesse all’industria automobilistica statunitense di avere il tempo di attuare una profonda riorganizzazione interna per non essere surclassata dai competitor giapponesi. Trump ha affermato che da troppi anni il Giappone ha un avanzo commerciale eccessivo e accusa il Giappone di un portare avanti in modo cronico un trading iniquo, visto che le esportazioni americane in Giappone sono comunque ridotte. Nel 2016 questo surplus è stato di 69 miliardi di dollari: senza mezzi termini, Abe ha ricordato che l’ammontare complessivo è in diminuzione e soprattutto quello con la Cina è cinque volte superiore. Nonostante le insistenze americane di aprire un negoziato commerciale bilaterale, il Giappone ha rifiutato. Il messaggio è chiaro: non è tempo e luogo di soffermarsi sull’argomento.

Del resto, la priorità di Tokyo è ora quella di raccogliere l’eredità del TPP (Trans-Pacific Partnership) e di farsi promotore di un nuovo accordo in ambito regionale senza gli Stati Uniti, che evidentemente preferiscono agire sul piano bilaterale. Lo sforzo di dare nuova linfa al TPP  e quindi di promuovere il multilateralismo ha ottenuto l’endorsement ufficiale di Christine Lagarde, Managing Director del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che, seppur indirettamente ha criticato l’approccio “egocentrico” dell’amministrazione Trump. Non bisogna dimenticare gli USA sono il primo contribuente dell’FMI: è dunque comprensibile che tutte le speranze verso un TPP “riformato” ricadano sul Giappone, che può vantare il secondo posto tra i Paesi finanziatori del Fondo. Sotto il profilo economico, il bilateralismo statunitense e il multilateralismo giapponese rappresentano visioni difficilmente conciliabili, e potrebbero anche incrementare la distanza tra i due alleati nel prossimo futuro.

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Fig. 2 – Shinzo Abe e Donald Trump partecipano alla cerimonia inaugurale del vertice ASEAN di Manila, 13 novembre 2017

LA CINA E GLI EQUILIBRI STRATEGICI IN ASIA

Un altro aspetto dell’incontro tra Abe e Trump passato un po’ in sordina è stato il notevole avvicinamento dei due Paesi relativamente alla controstrategia da attuare nei confronti della Belt and Road Initiative (BRI) di matrice cinese. Come già evidenziato in un precedente articolo, il Giappone nell’ultimo anno ha stretto accordi con alcuni Paesi asiatici e africani per la costruzione di infrastrutture, con l’evidente obiettivo di porsi come valida alternativa alla BRI. Quanto agli Stati Uniti, ci sono diversi attori coinvolti nell’iniziativa e dunque nel complesso la posizione americana è ancora piuttosto ambigua. Bisogna infatti considerare che alcune grandi aziende come Citibank e General Electric sono già coinvolte nel progetto e hanno tutto l’interesse a che questo venga portato avanti. Anche a livello governativo non mancano voci discordanti sull’argomento; tuttavia, lo scorso ottobre il Segretario di Stato Rex Tillerson ha sottolineato che per molti Paesi asiatici non esiste altra possibilità (se non indebitarsi pesantemente) che accettare l’aiuto cinese per poter costruire infrastrutture costose ma indispensabili per lo sviluppo socioeconomico.

Durante la conferenza stampa congiunta, Abe ha dichiarato che l’obiettivo di creare un ordine economico asiatico che sia fair è pienamente condiviso anche dagli Stati Uniti. Dalle parole si è passati ai fatti: per favorire gli investimenti in infrastrutture nell’area Asia-Pacifico sono stati siglati (come specificato nel dettaglio in questo articolo del The Diplomat) degli accordi tra l’OPIC statunitensi (Overseas Private Investment Corporation) e due istituzioni giapponesi come la Japan Bank for International Cooperation e la NEXI (Nippon Export and Investment Insurance). Riguardo poi alle infrastrutture legate alla produzione di energia è stato firmato un accordo tra la USTDA (US Trade and Development Agency) e il Ministero giapponese per l’economia, il commercio e l’industria. Le parole chiave di questi trattati (dove né la Cina né l’OBOR sono mai menzionate) sono qualità e affidabilità: questi sono i punti di forza sui quali i due Paesi puntano per “strappare” alla Cina gli stessi Paesi che hanno manifestato interesse per la BRI. Ma la vera questione è: quale sarà la presa di posizione dell’India? Avendo rifiutato di aderire alla BRI e avendo già inaugurato insieme al Giappone l’Asia-Africa Growth Corridor  nel novembre 2016 si potrebbe sperare in un allineamento con le politiche di Abe, ma i giochi sono ancora aperti e tutto può accadere.

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Fig. 3 – Donald Trump e sua moglie Melania incontrano l’Imperatore del Giappone Akihito  e l’Imperatrice Michiko, 6 novembre 2017

SIMBOLI E ETICHETTA

Per concludere, diamo uno sguardo più da vicino a “come” si è svolto questo vertice, alla simbologia evocata e al cerimoniale atteso (o disatteso). Il rapporto tra Abe e Trump è chiaramente improntato ad apparire come estremamente amichevole, cordiale e leggermente informale. Complice la comune passione per il golf, il primo incontro tra i due leader si è tenuto presso l’esclusivo Kasumigaseki Country Club (a nord di Tokyo) dove ha partecipato anche il campione professionista di fama mondiale Hideki Matsuyama. La firma dei cappellini con una frase che ricorda molto lo slogan della campagna elettorale di Trump vuole essere evidentemente un tributo all’amico d’oltreoceano che la sera stessa ha potuto cenare in un ristorante di Tokyo dove servono carne alla griglia, così da non dover rinunciare al proprio piatto preferito anche in terra straniera.

Oltre al classico momento in cui vengono nutrite le carpe (che nella mitologia giapponese sono draghi “in potenza”), non poteva mancare l’incontro con l’Imperatore, simbolo vivente dell’unità del Paese. Ha destato grande scalpore il mancato inchino dinnanzi ad Akihito (meglio conosciuto in Giappone come Imperatore Heisei) e alla consorte Michiko, un gesto considerato gravemente offensivo secondo il popolo giapponese. In particolare non potrebbe essere più stridente il confronto con l’ex Presidente americano Obama, il quale al contrario venne criticato per essersi inchinato troppo. Questo dettaglio riassume in sé l’atteggiamento attuale di Trump verso il Giappone: per quanto sia un amico fidato, non si inchinerà mai.

Mara Cavalleri

Un chicco in più

Una delle più grandi navi d’appoggio per elicotteri militari delle Forze di autodifesa giapponesi si è unita ad una delle esercitazioni della Marina statunitense il 12 novembre nel Mar del Giappone, al largo della penisola coreana. L’aspetto da sottolineare è che, per la prima volta in un decennio, le tre principali portaerei statunitensi (la USS Ronald Reagan, la USS Nimitz e la USS Theodore Roosevelt) si sono riunite per un’esercitazione. Il timing & place dell’esercitazione non è stato certamente casuale: dopo pochi giorni si è infatti tenuto il meeting dell’APEC in Vietnam, dove Trump ha incontrato i leader di molti Paesi asiatici. Oltre alle questioni prettamente economiche, la risposta alle minacce di Kim Jong-un rimane uno dei primi punti all’ordine del giorno. 

Foto di copertina di andryn2006 Licenza: Attribution-ShareAlike License