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Filippine, ricostruire una regione sulle macerie dell’ISIS

In 3 sorsiLa città di Marawi nel sud delle Filippine è stata liberata dalle forze jihadiste dopo 5 mesi di scontri. Il pericolo terrorismo resta però alto in tutto il Paese, e il Governo centrale è ora chiamato a gestire la ricostruzione di una regione in piena crisi, dove la minoranza musulmana chiede disperatamente una maggiore autonomia politica

1. LA LIBERAZIONE DI MARAWI

La città di Marawi è stata teatro di una sanguinosa battaglia urbana tra militanti jihadisti e forze governative, durata 5 mesi e conclusasi lo scorso 23 ottobre. Settemila soldati hanno assediato per 148 giorni un contingente di terroristi barricati casa per casa, con un bilancio di morti salito a 163 soldati, 822 militanti e 47 civili.

La svolta è arrivata negli ultimi giorni della battaglia con l’uccisione dei leader ribelli Isnilon Hapilon e Omar Maute. Il primo è l’ormai ex leader di Abu Sayyaf, il violento gruppo paramilitare islamico che dagli anni ’90 ha adottato la linea violenta nella lotta per l’indipendenza della minoranza islamica filippina. Il secondo è stato invece il principale esponente (insieme al fratello Abdullah) del gruppo Maute, formazione radicale più recente, anche conosciuta come Stato Islamico del Lanao.

Un paio di anni fa entrambi i gruppi giurarono fedeltà all’ISIS, facendo propria anche l’ormai nota bandiera nera del Califfato. I rispettivi leader cercavano da tempo di coordinare le forze ammassando armi, provviste e definendo strategie per la conquista del Lanao del Sur, la provincia dell’isola di Mindanao di cui Marawi è la capitale. Fu proprio alla vigilia di una di queste riunioni di vertice tra i Maute e Hapilon che iniziarono gli scontri con le forze filippine, poi trasformatisi in una guerriglia urbana durata cinque mesi.

La battaglia di Marawi, pur nella sua veste di importante vittoria nella lotta al terrorismo, svolge anche il più spiacevole compito di mettere a nudo tutte le problematiche latenti nella regione – nonché il potenziale bellico dei terroristi, se lasciati liberi di agire. Il momento della ricostruzione (materiale e sociale) sarà quindi di fondamentale importanza per i futuri equilibri dell’intero arcipelago filippino.

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Fig. 1 – Militari filippini festeggiano la liberazione della città di Marawi, 30 ottobre 2017

2. AFFRONTARE IL POST-MARAWI

Nonostante l’uccisione di buona parte dei membri di Abu Sayyaf e del gruppo Maute, il pericolo di nuovi attacchi continua a essere alto in tutto il Mindanao, dove infatti resterà in vigore la legge marziale decretata all’inizio degli scontri.

La sconfitta dei jihadisti potrebbe causare rappresaglie, attacchi bomba e nuovi rapimenti da parte dei loro commilitoni rimasti nella zona. Si stima che i membri sopravvissuti di Abu Sayyaf e gruppo Maute, uniti ai seguaci del Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (BIFF) e di altri gruppi minori, siano qualche migliaio. In più, l’onnipresente incognita del rientro dei foreign fighters dal Medio Oriente, dove lo Stato Islamico è in rotta di collisione, costituirebbe un ulteriore ostacolo allo smantellamento dei network jihadisti.

Secondo il centro di ricerca britannico BMI Research, la battaglia di Marawi è stata “la più vasta campagna militare che lo Stato Islamico abbia sostenuto al di fuori del Medio Oriente”. La città, un tempo il principale centro a prevalenza musulmana del Paese, è ridotta ad un cumulo di macerie la cui ricostruzione potrebbe costare più di un miliardo di dollari, secondo stime del Governo di Manila. Intanto 500mila cittadini sfollati vivono ora in tendopoli di fortuna ai margini del centro urbano, dove le già precarie condizioni igienico-sanitarie rischiano di peggiorare col tempo.

L’emergenza umanitaria, se mal gestita, amplificherebbe il senso di abbandono delle minoranze islamiche del sud: un terreno più che fertile per la radicalizzazione.

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Fig. 2 – La devastazione del centro di Marawi al termine degli scontri tra forze governative e jihadisti.

3. SOLUZIONI DI LUNGO TERMINE

All’indomani della sconfitta di Hapilon e compagni, si riaccende in modo deciso la discussione sull’autonomia del Mindanao.

L’arcipelago di Sulu, le isole di Palawan e del Mindanao (dove si trova Marawi) sono i territori dove storicamente si è stanziato quel 5% di popolazione filippina che professa la religione musulmana. Per decenni queste popolazioni hanno lottato per guadagnarsi una maggiore autonomia di governo, raggruppandosi in diversi movimenti indipendentisti violenti e non.

Da diversi anni è in discussione a Manila la Bangsamoro Basic Law, una proposta di legge volta alla costituzione della Regione Autonoma del Bangsamoro. Il testo di legge è il frutto dei negoziati di pace tra il Governo ed il Moro Islamic Liberation Front (MILF), uno dei principali esponenti della lotta decennale per l’autodeterminazione della minoranza islamica.

Il leader del MILF, Al Haj Murad Ebrahim, in una intervista ad Al Jazeera, ha sottolineato la presenza di un collegamento tra l’ennesimo stallo alla costituzione della regione autonoma e il riaccendersi del fenomeno jihadista: “i gruppi radicali emergono ogni qual volta il processo di pace subisce dei rallentamenti. I diversi leader che esprimono idee radicali non fanno altro che sfruttare le frustrazioni del popolo derivanti da tali situazioni”.

Conclusasi la lotta armata, è venuto il momento per il Presidente Duterte di attaccare il terrorismo con armi più efficaci: l’istruzione, lo sviluppo economico, l’occupazione, la costruzione di infrastrutture, ma soprattutto la concessione della tanto agognata autonomia regionale – punto di partenza necessario per instaurare un processo democratico che porti alla stabilità del sud del Paese.

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Fig. 3 – Il Presidente filippino Rodrigo Duterte con i leader del Moro Islamic Liberation Front (MILF) durante la cerimonia di presentazione della bozza della Bangsamoro Basic Law, 17 luglio 2017

Emanuel Garavello

Un chicco in più 

Il gruppo Maute, sconfitto nella battaglia di Marawi, nacque dalla scissione di alcuni membri del Moro Islamic Liberation Front (MILF). In disaccordo con la firma degli accordi di pace del 2014 che sancivano il compromesso raggiunto tra Governo e MILF, i fratelli Maute decisero di proseguire la lotta armata in autonomia, dichiarando la loro fedeltà allo Stato Islamico. Nel 2016 si resero responsabili dell’attacco bomba di Davao City, uno dei più gravi degli ultimi anni, in cui morirono 14 persone e 70 rimasero ferite.  

Foto di copertina di philwarren Licenza: Attribution License