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Un Giappone ancora “pacifista”? La riforma infinita dell’articolo 9

In 3 sorsi – La riforma dell’articolo 9 della Costituzione giapponese è uno dei perni attorno a cui ruoterà, probabilmente nell’immediato futuro, la recente riconferma elettorale del Premier Abe. Ma quanto è tortuosa la strada verso tale obiettivo?

1. LE INGERENZE STATUNITENSI SULLA NUOVA COSTITUZIONE GIAPPONESE

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone è stato chiamato a elaborare un testo costituzionale moderno, tenendo a mente la necessità di soddisfare le condizioni politiche e militari imposte dagli Stati Uniti d’America. L’obiettivo, soprattutto del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Giappone Douglas MacArthur, era quello di rendere il Giappone inoffensivo nell’immediato futuro, onde evitare nuovi scontri bellici. Non a caso furono le autorità d’occupazione americane a proporre l’odierno articolo 9, che recita così: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.” Dalla fine degli anni ‘40, in pratica, il Giappone si riconosceva totalmente dipendente, sul fronte militare, dagli Stati Uniti, che sarebbero divenuti il suo alleato principale nei decenni successivi.

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Fig. 1 – Il generale Douglas MacArthur, comandante delle forze d’occupazione alleate in Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale e figura chiave nella genesi dell’attuale Costituzione giapponese

2. TENTATIVI DI RIFORMA: UN FALLIMENTO ANNUNCIATO?

Sino alla fine del secolo scorso, complice anche la cultura della colpa che ha additato al Giappone la responsabilità degli orrori finali della Seconda Guerra Mondiale, nessuna personalità politica ha fatto chiara mostra della volontà di modificare gli assetti costituzionali, ritenendo al contrario di fondamentale importanza il contributo americano nella rinascita del Paese. Le crescenti sfide internazionali, non da ultimo l’appello del Presidente George W. Bush ad imbracciare le armi contro il terrorismo responsabile dell’11 settembre, convinsero il Premier Koizumi a prendere atto di una necessaria riforma dell’articolo 9. Ad onor del vero, già il Primo Ministro Nakasone si era cimentato nella metà degli anni Ottanta sul tema, senza però ottenere il successo sperato. L’insuccesso dei due leader, per altro facenti capo allo stesso schieramento politico conservatore che ha dominato indisturbatamente la vita istituzionale giapponese sin dal 1955, è stato sostanzialmente registrato per la mancanza della maggioranza richiesta, piuttosto alta, per riscrivere la clausola di non belligeranza. Negli ultimi anni, tuttavia, numerosi progetti di legge sono stati immaginati e implementati mettendo platealmente in discussione il rispetto delle norme costituzionali e rendendo l’opinione pubblica più che mai polarizzata sul tema della modifica dell’articolo 9. In particolare, i Governi Abe hanno iniziato a percorrere una strada che prevede un sostanziale rafforzamento della potenza militare giapponese e una considerevole ristrutturazione delle agenzie di Governo deputate alla realizzazione di misure strategiche da attuare in caso di necessità difensive. Il tutto è stato corredato da una maggiore presenza delle forze giapponesi nelle esercitazioni al fianco degli USA e della Corea del Sud nel Pacifico che, in tempi recenti, hanno contribuito al peggioramento dei già non idilliaci rapporti con la Cina. In un quadro così articolato, l’opinione pubblica è sempre apparsa piuttosto incerta, tra quanti auspicano per il proprio Paese un ruolo di leadership regionale, libera dal giogo d’oltreoceano, e quanti sono in favore di una moderata reinterpretazione del dettato costituzionale, così da garantire al Giappone un timida ma pacifica presenza sulla scena internazionale.

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Fig. 2 – L’ex Premier Yaushiro Nakasone, primo sostenitore di una riforma della Costituzione negli anni ’80

3. ELEZIONI IN GIAPPONE: UNA NUOVA CHANCE PER IL GOVERNO ABE?

Tale polarizzazione ha resistito in maniera efficace fino alle più recenti minacce nordcoreane, che sembrano aver spinto verso un’assunzione di responsabilità, su scala regionale innanzitutto, del Giappone. Non è un mistero, dunque, che la campagna elettorale, oltre al tema dell’Abenomics, abbia trasversalmente toccato i temi della difesa e dell’obbligo di non belligeranza così cari al Premier Abe. In tempi non sospetti, e dunque lo scorso maggio, egli annunciò che la strada era sostanzialmente spianata per un Giappone più reattivo in ambito militare entro il 2020. Sottolineò, infine, che sebbene non avesse a disposizione un paragrafo già strutturato da adottare, il riconoscimento ufficiale delle Forze di autodifesa giapponesi fosse un punto chiave del suo progetto di riforma costituzionale. A ben vedere, l’accelerazione impressa dal Premier trovava le sue fondamenta nell’incertezza del risultato elettorale del 2018. Ora, però, la situazione sembra essere piuttosto diversa. Forte dell’alleanza con il partito Komeito, 312 dei 465 seggi sono al momento a disposizione del Premier Abe per rimediare agli insuccessi degli anni scorsi e cambiare, questa volta definitivamente e sulla scia del sentimento di forte vulnerabilità, la Costituzione giapponese. Ma le sfide che il nuovo Governo dovrà affrontare sono tante e di non facile soluzione. Quale posto spetterà all’agognata riforma è tutto da vedere. La partita sta solamente cominciando.

Giovanni Ardito

Un chicco in più

La rigidità della Costituzione giapponese è probabilmente uno dei suoi tratti salienti. Se nella maggior parte dei Paesi che hanno redatto la propria costituzione all’indomani del secondo conflitto mondiale è intervenuta almeno una modifica della Carta, il Giappone non ne ha mai conosciuta una. Scritta ancora sotto il regime di occupazione, ha trasformato la tradizionale monarchia giapponese in un regime democratico liberale, sostanzialmente riducendo il ruolo dell’Imperatore nell’apparato istituzionale. 

Foto di copertina di U.S. Embassy Tokyo Licenza: Attribution-NoDerivs License