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Rivolta e repressione: la crisi del Burundi

In 3 sorsi A partire dall’aprile del 2015, momento in cui il Presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato di voler correre per un contestato terzo mandato elettorale, il Burundi è entrato in una situazione di crisi politica e sociale che perdura ancora oggi. Quali sono le motivazioni e le possibili soluzioni future?

1. IL TERZO MANDATO

Le origini della carriera politica di Nkurunziza si mescolano con il suo passato di leader militare: durante la guerra civile che aveva diviso il Paese per un decennio, tra il 1993 ed il 2003, l’attuale presidente burundese era stato uno dei principali esponenti del Conseil National Pour la Défense de la Démocratie-Forces pour la Défense de la Démocratie (CNDD-FDD), un gruppo ribelle composto da membri di etnia hutu; al termine del conflitto venne quindi nominato ministro del governo di transizione e riconciliazione, l’esecutivo formato con il compito di traghettare il Burundi fino alle elezioni del 2005. In queste elezioni il CNDD-FDD, trasformatosi a tutti gli effetti in un partito istituzionalizzato, divenne il primo partito del Paese e Nkurunziza ne fu eletto Presidente, venendo poi riconfermato in carica da una seconda tornata elettorale nel 2010, voto boicottato dalle opposizioni per le irregolarità e le violenze di cui era stato oggetto. Nell’aprile del 2015 il Presidente del Burundi Pierre Nkurunziza ha comunque reso pubblica la sua intenzione di concorrere per un nuovo mandato elettorale, il terzo consecutivo, sebbene questo fosse vietato dalla costituzione dello Stato africano. Con una nuova vittoria alle elezioni del luglio 2015, ancora una volta boicotatte dalle opposizioni, Pierre Nkurunziza è quindi diventato Presidente del Burundi fino al 2020.

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Fig. 1 – Pierre Nkurunziza parla ai suoi sostenitori durante la campagna elettorale, 25 giugno 2015

Il boicottaggio elettorale non è stata tuttavia l’unica forma di protesta attuata dagli oppositori di Nkurunziza. All’annuncio della nuova candidatura del Presidente, migliaia di oppositori hanno dato il via a manifestazioni nelle strade della capitale Bujumbura, ignorando il divieto imposto dalla polizia. La risposta delle autorità a queste proteste è consistita dapprima nel lancio di gas lacrimogeni, poi in un uso della forza sempre crescente che ha provocato la morte di almeno 27 persone, compreso il leader di uno dei partiti di opposizione, nel mese successivo all’annuncio di Nkurunziza. Stazioni radiofoniche indipendenti sono state chiuse dalle forze governative e molti attivisti per i diritti umani hanno denunciato i aver ricevuto minacce da parte di membri della polizia. Nel Maggio del 2015, in risposta a questo crescente clima di violenza, in gruppo di militari guidati dal generale Godefroid Nyombare ha tentato un colpo di Stato per estromettere Nkurunziza dal potere, approfittando dell’assenza del Presidente che si trovava in visita in Tanzania. Ciononostante il tentativo di golpe è fallito ed il generale Nyombare è stato arrestato assieme ad altri dei suoi sostenitori. Volgendo la situazione in suo favore, Nkurunziza ha dichiarato che i manifestanti che si opponevano al suo terzo mandato erano sostenitori dei golpisti, aumentando di fatto le azioni repressive nei loro confronti; come risultato, dall’inizio delle manifestazioni il totale dei morti è salito ad oltre 1.200, mentre quasi 400.000 persone sono state costrette a rifugiarsi nei Paesi confinanti.

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Fig. 2 – Un uomo osserva la targa che commemora la scomparsa del giornalista Jean Bigirimana durante le proteste del 2016

2. UN PAESE AL COLLASSO

La situazione del Burundi sembra diventare sempre più drammatica. Il Paese, già da prima della crisi politica, era tra i più poveri al mondo, risultando tra gli ultimi in termini di ricchezza pro capite con oltre il 65% della popolazione costretto a vivere al di sotto della soglia di povertà. L’instabilità e le violenze non hanno fatto altro che peggiorare questa condizione: i trasferimenti forzati (si conta siano circa 100.000 persone) e la fuga dei rifugiati hanno spopolato le campagne, compromettendo la produzione agricola su cui si fonda quasi il 90% dell’economia burundese; l’assenza di liquidità in capitali esteri ha portato ad una riduzione delle importazioni di medicinali e di carburante, mentre sul mercato nero la moneta nazionale è arrivata a svalutarsi del 60% nel 2016. Come risultato di tutto questo, un abitante su due nel Paese soffre di insicurezza alimentare, mentre solo il 5% ha accesso ad acqua potabile ed elettricità. Anche l’esercito, fino ad ora uno dei risultati migliori della riunificazione seguita alla guerra civile, sta attraversando un momento di crisi profonda. Ad un riacutizzarsi delle tensioni etniche tra hutu e tutsi all’interno delle forze armate è seguito un grande numero di disertori che hanno cercato rifugio negli Stati vicini per timore di essere uccisi; inoltre, la difficile posizione del governo di Nkurunziza all’estero ha fatto ridurre considerevolmente la partecipazione dei soldati burundesi alle ben pagate missioni di peacekeeping internazionali, missioni che rivestivano un ruolo fondamentale nel garantire gli stipendi dei soldati, stante la disastrosa situazione economica del Paese.

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Fig. 3 – Il Presidente Pierre Nkurunziza e sua moglie Denise Nkurunziza

3. LE REAZIONI INTERNAZIONALI

La comunità internazionale ha infatti rimarcato in diverse occasioni il proprio parere negativo sulle decisioni del governo di Pierre Nkurunziza. La prima ad intervenire sull’argomento è stata l’Unione Africana, che già aveva notato come non esistessero le condizioni per delle elezioni eque e libere nel luglio 2015, e che nel dicembre del 2015, di fronte al protrarsi delle violenze in Burundi, aveva autorizzato l’invio di un contingente di 5.000 uomini nel Paese, dando 96 ore a Nkurunziza per accettarlo. Il Presidente non lo aveva fatto, etichettando le truppe dell’Unione Africana come una “forza di invasione e occupazione”. Tuttavia, sebbene l’Atto costitutivo dell’Unione garantisse la possibilità di intervenire militarmente all’interno di uno Stato membro laddove vi fossero commessi crimini di guerra o contro l’umanità, nessuno Stato africano aveva poi sostenuto la decisione dell’Unione, e la missione in Burundi si era conclusa senza nessun risultato. Nel 2016 erano state invece le Nazioni Unite, sotto il segretariato di Ban Ki-moon, a offrire al Burundi un supporto, proponendo di inviare un contingente di polizia per aiutare a ristabilire l’ordine nel Paese. L’offerta dell’ONU, che spaziava dai 20 ai 3.000 uomini, era stata però a sua volta rifiutata da Nkurunziza, che aveva ribattuto con una controproposta di soli 20 esperti non armati. La mossa successiva del Consiglio di Sicurezza a quel punto è stata l’invio di investigatori per indagare sulle violenze commesse dal governo burundese, che al termine dell’indagine è stato accusato di aver torturato e ucciso gli oppositori, nonché di aver influenzato il sistema giudiziario del Paese in modo tale che non potesse intervenire efficacemente contro questi abusi.

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Fig. 4 – Un rappresentante dell’Unione Africana parla a Bujumbura dopo un colloquio con il Presidente Nkurunziza, 27 febbraio 2016

La reazione del Burundi non ha tardato ad arrivare: il mese scorso il Paese africano ha formalizzato il suo abbandono della Corte Penale Internazionale dell’Aia, presso cui avrebbe dovuto rispondere delle accuse, suscitando grande preoccupazione tra gli attivisti per i diritti umani, che temono che le violenze possano continuare in un clima di maggiore impunità. Dei colloqui per trovare una soluzione pacifica alla crisi sono stati condotti in Tanzania sotto la mediazione del Presidente ugandese Yoweri Museveni, ma il governo di Nkurunziza li ha sostanzialmente boicottati, rifiutandosi di dialogare con dei “nemici della democrazia”. La situazione nel Paese non sembra destinata a migliorare a breve termine: alla linea dura sostenuta dal governo si aggiungono infatti altri fattori che suscitano preoccupazione, come il protrarsi della crisi umanitaria e la comparsa sulla scena di un nuovo gruppo ribelle formatosi negli ultimi mesi, le Forces populaires du Burundi (FPB), che operando a cavallo del confine con la Repubblica Democratica del Congo ha cominciato a raggruppare intorno a sé gli oppositori al governo di Nkurunziza.

Andrea Rocco

Un chicco in più.

Mentre i problemi del Burundi in seguito alle elezioni del 2015 sembrano ancora lontani da una soluzione, si comincia a diffondere il timore che Pierre Nkurunziza stia progettando un’ulteriore riforma della Costituzione per estendere il suo mandato al di là del 2020 e modificare i rapporti di forza tra tutsi e hutu all’interno delle istituzioni.

 

Foto di copertina di Dave Proffer Licenza: Attribution License