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La Cina e l’economia di mercato: una questione ancora aperta

Sono passati ormai 16 anni da quando, nel dicembre del 2001, la Cina ha fatto il proprio ingresso nel WTO siglando il relativo Protocollo  che le richiedeva di conformarsi nel tempo a  criteri prestabiliti per poter ottenere lo stato di  “economia di mercato”. Ad oggi, nonostante i progressi compiuti, le riforme strutturali e le richieste del Governo di Pechino, il riconoscimento da parte di Unione Europea e Stati Uniti tarda ad arrivare riaprendo il dibattito attorno all’articolo 15 del “Protocol of access of China”.

L’INGRESSO DELLA CINA NEL WTO

Nel dicembre del 2001 la Repubblica Popolare Cinese ha siglato l’accordo per poter entrare a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (in inglese: World Trade Organization – WTO), muovendo i primi passi verso il processo di trasformazione economica e sociale che Deng Xiaoping aveva voluto avviare con determinazione due decenni prima, nel tentativo di rivoluzionare l’esistente forma di economia pianificata modellata sui principi del marxismo-leninismo. In quel preciso momento storico, però, nonostante la volontà cinese di porsi sullo scenario internazionale con una veste del tutto rinnovata e un evidente potenziale di sviluppo, i caratteri che contraddistinguevano il Paese e l’assetto del  mercato con i prezzi  influenzati dal Governo non rispondevano ai criteri stabiliti dal WTO per ottenere il pieno riconoscimento come “market economy”, sebbene mancasse nelle regolamentazioni una specifica definizione della stessa. Il “Protocollo sull’accesso della Repubblica Popolare Cinese” è andato quindi a stabilire i criteri di trasparenza, libero mercato e non discriminazione tra prodotti nazionali e stranieri ai quali la Cina era chiamata ad adeguarsi nel tempo per poter abbandonare lo status di “economia non di mercato” sotto  il quale era stata inizialmente ammessa. Tuttavia, attorno all’articolo 15 del documento citato si sono sviluppate diverse controversie che hanno diviso sia gli esperti che l’opinione pubblica. In primis l’articolo stabilisce che la Cina, proprio in qualità di economia non di mercato, nell’ambito di eventuali indagini anti-dumping, debba essere valutata secondo il “metodo del Paese analogo” che comporta la comparazione tra i propri costi di produzione e quelli di un soggetto terzo. Il dumping, lo ricordiamo, è quella consuetudine  secondo la quale un operatore economico pratica prezzi eccessivamente bassi sul mercato estero rispetto a quelli praticati entro i confini nazionali minando il gioco della libera concorrenza. La prima domanda qui posta è stata in merito all’affidabilità  di una metodologia che per l’applicazione di dazi sull’export si basa sulla comparazione di dati riferiti ad economie con caratteristiche, dimensioni, esigenze diverse. In secondo luogo, ad oggi, il testo dell’articolo 15 è talmente vago da aprire la strada verso più interpretazioni  permettendo a Pechino di sostenere nelle sedi diplomatiche che nel dicembre del 2016, ovvero a distanza di 15 anni dall’entrata in vigore del Trattato, la clausola del metodo del Paese di riferimento sia decaduta e quindi, di diritto, la Cina abbia la facoltà di richiedere l’applicazione delle stesse normative utilizzate dagli altri Paesi membri del WTO e soprattutto l’automatico ottenimento dello status di 市场经济 Shichang Jingji, o meglio di economia di mercato.

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Fig. 1 – Il Presidente cinese Xi Jinping

IL NO DI UE E USA

Chi si oppone alla tesi portata aventi da Xi Jinping e dai suoi uomini, al contrario, ritiene che la scadenza della clausola e la condizione di “no market economy” non siano correlate. Ogni Stato membro, si ribadisce, in accordo con le proprie legislazioni può decidere in autonomia quale connotazione attribuire al mercato cinese. E’ in ragione di tale approccio che l’Unione Europea e gli Stati Uniti attualmente non hanno concesso alla Cina il fatidico “Sì”. Per quanto riguarda la UE, essa ha stabilito 5 pilastri che uno Stato dovrebbe rispettare per poter essere ritenuto compatibile con le proprietà tipiche di una economia di mercato: non interferenza da parte dello Stato nell’andamento dei prezzi, revisione contabile indipendente delle imprese, una appropriata normativa in materia di fallimento e proprietà, liberalizzazione dei tassi di cambio, l’astensione da cospicue distorsioni quali le svalutazioni. La Commissione Europea per motivare la propria posizione ha asserito che la Cina risponde attualmente solo a uno dei criteri stabiliti. Bisogna sottolineare però che, nel momento in cui  venisse concesso a Pechino ciò che richiede a gran voce, non sarebbe più possibile applicare nei riguardi dei prodotti e dei servizi che esporta le stesse tariffe che oggi tentano di frenare la sua corsa al fine di proteggere le imprese occidentali. Da una parte la decisione presa consente alla UE di salvaguardare le proprie produzioni, dall’altra però mette seriamente a repentaglio i rapporti con un partner commerciale che, giorno dopo giorno, guadagna sempre più terreno, influenza e capitali da investire. In questa incerta cornice dello stesso avviso di Bruxelles risulta essere Washington.

L’amministrazione Trump, come precedentemente fatto da Obama nel 2016, ha rinviato al mese di novembre la “China trade decision” dandone comunicato in una nota ufficiale.  Inoltre gli USA, a seguito di una petizione firmata dai produttori locali di lamine di alluminio, sono intenzionati a procedere con una analisi  approfondita dell’importazione del prodotto dalla Cina. Una decisione preliminare, afferma il Segretario del Commercio Wilbur Ross, verrà presa il prossimo 30 novembre per poi procedere con la relazione finale non oltre i 75 giorni dalla stessa data. Nel solo 2016 l’import di alluminio dal Paese asiatico ha registrato negli States un valore di 389 milioni di dollari, cifra certamente preoccupante per gli imprenditori di un settore che, secondo quanto detto al Washington Times dal CEO dell’Aluminium Association Heidi Brock , contribuisce alle casse nazionali con 6.8 miliardi di dollari. D’altro canto per il Dragone Cinese esportare alluminio è fondamentale: è proprio questo uno dei settori che, assieme  a quello del cemento e dell’acciaio per citarne alcuni, è caratterizzato da un notevole eccesso di offerta rispetto alla domanda. In altre parole si configura una overcapacity entro i confini nazionali a cui  il Governo non riesce più a rispondere bloccando  le agevolazioni rivolte agli imprenditori, frenando la nascita di nuovi impianti oppure stimolando la domanda domestica. Occorre, insomma, puntare necessariamente sull’export per la risoluzione di criticità che comportano inefficienza dell’apparato produttivo, aumento del livello di inquinamento, forte indebitamento delle imprese e la costituzione di ostacoli all’implementazione delle nuove riforme strutturali del mercato.

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Fig. 2 – Le bandiere di UE e Cina durante un evento ufficiale a Pechino

CHE COSA VUOLE LA CINA?

Nonostante il Report del World Economic Forum sulla competitività delle nazioni classifichi la Cina  ad un ventisettesimo posto abbastanza distante dal secondo occupato degli USA, il Regno di Mezzo ad oggi stupisce e spaventa il mondo allo stesso tempo.  Secondo i dati pubblicati dal National Bureau of Statistics of China, il Paese continua a crescere a una velocità consistente: il PIL ha superato le aspettative toccando quota +6,8%, la produzione industriale registra +7,6%, gli investimenti in Europa hanno raggiunto i 35 miliardi di euro mentre gli IDE negli Stati Uniti i 110 miliardi di dollari. Cifre che rimangono  rilevanti nonostante si sia rilevato un calo rispetto al 2014 e che evidenziano l’attrattività del mercato cinese e delle sue prospettive di sviluppo. Kerry Brown, Direttore del Lau China Institute del King’s College di Londra, nel suo libro China’s World si chiede: che cosa vuole veramente la Cina? Che cosa farà nel momento in cui raggiungerà il traguardo? Se perseguirà i propri interessi con il supporto del resto del mondo, conclude il Professore, questa si rivelerà una vittoria per l’umanità intera. Spesso gli “spettatori” del sogno cinese si sono mostrati sospettosi nei riguardi delle politiche estere del Gigante Asiatico che, seguendo la Strategia dei 24 Caratteri implementata da Deng Xiaoping e ricordata da Brown, ha sempre puntato ad “osservare in maniera calma, garantire la propria posizione, far fronte agli affari, nascondere le proprie capacità, aspettare il momento adatto, mantenere un profilo basso e mai vantare la posizione della propria leadership”. Così  facendo è però riuscita a promuovere gli scambi con l’estero a partire dal 1978 e a diventare, nel 2014, la prima destinazione degli IDE a livello internazionale. Inoltre, se tra il 1949 e il 1978 poche persone giungevano o lasciavano il Regno di mezzo, negli ultimi anni più di 135 milioni di viaggi sono stati compiuti da cittadini cinesi per ragioni di studio, lavoro o turismo. Tutto ciò non sarebbe  stato possibile senza la guida centralizzata del Partito Comunista il quale, a dispetto delle tante limitazioni poste ai flussi  delle imprese in uscita dal Paese a seconda della loro appartenenza alle categorie degli investimenti “vietati”/“incoraggiati”/“limitati”, ha saputo mettere al riparo il Paese dallo scoppio della temuta “bolla cinese”  predisponendo  delle vere e proprie strategie capaci di bilanciare “la mano invisibile del mercato” con quella “visibile”  di sua competenza al fine di allocare e sfruttare le risorse nel migliore dei modi. Probabilmente, a prescindere dalle definizioni che gli organi internazionali affibiano all’economia cinese e dai pareri sulle azioni della classe dirigente, il modus operandi adottato da Pechino si mostra come il risultato di una ricetta vincente a cui bisognerebbe porre più attenzione.

Federica Russo

Un chicco in più

Si è aperto il 18 ottobre a Pechino il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista inaugurato con il discorso del Presidente Xi Jinping, recentemente incoronato dall’Economist come “uomo più potente del mondo”. Il Congresso si tiene ogni 5 anni e ha l’obiettivo di scegliere i nuovi membri degli organi che guideranno la Cina in futuro. Il Presidente si è mostrato ottimista in merito ai tassi di crescita del proprio Paese nonostante la consapevolezza delle difficoltà da affrontare in uno scenario globale in continuo mutamento. Xi ha anche ribadito la propria intenzione di voler combattere la povertà che affligge ancora 30 milioni di cittadini cinesi e ogni tipo di barriera che possa ostacolare le relazioni con i partner internazionali evidenziando un piano di riforme che, come affermato dallo stesso leader cinese, “non saranno una passeggiata nel parco”.  

 

Foto di copertina di Isaac Torrontera Licenza: Attribution-ShareAlike License