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Le ragioni della diversità della Catalogna

L’indipendentismo della Catalogna affonda le radici nel carattere “nordico” del paese. La dedizione al lavoro e la predilezione per gli aspetti di vita pratica unita a orizzonti campanilistici nutrono l’orgoglio catalano. La crisi economica e la politica di Rajoy hanno inasprito storiche rivendicazioni e riportato in auge vecchie retoriche nazionalistiche – tanto spagnole quanto catalane

L’AUTONOMIA POLITICA CATALANA OGGI

La Catalogna gode dello status di Comunità Autonoma, ha un proprio sistema di autogoverno , la Generalitat, di cui lo Statuto di Autonomia definisce i limiti di competenza. In Spagna tutte le regioni vengono considerate Comunità  Autonome e tutte hanno un proprio governo regionale e possono scegliere in quale misura accentrare o decentrare competenze. Lo Statuto di Autonomia deve rispettare i principi costituzionali e, previo ricorso, il Tribunale Costituzionale può decidere se invalidare e/o modificare parti di esso. Questo complicato ordinamento regionale, spesso considerato un ibrido tra uno Stato  centralizzato e una federazione, è stato disegnato in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista e negli ultimi decenni  ha favorito una Catalogna mai così autonoma all’interno della cornice statale spagnola, grazie anche alle politiche a tutela delle minoranze attuate e sostenute dai Governi di sinistra.

LO STATUTO D’AUTONOMIA DEL 2006

La Catalogna non solo non ha accettato la tendenza all’accentramento statale verificatosi lentamente nel corso degli ultimi anni, ma ha sempre cercato di accrescere le sue competenze di regione autonoma, all’interno dello Stato spagnolo. Nel 2006 la Generalitat ha emanato un nuovo Statuto di Autonomia, con il consenso del Governo Zapatero. Il Partido Popular (partito moderato di centrodestra) ha prontamente fatto ricorso al Tribunale Costituzionale, ottenendo nel 2010 l’effettivo annullamento dei principali elementi di discontinuità: la Catalogna non poteva più essere definita legalmente una nazione, la lingua catalana non godeva di un uso preferenziale, ma normale e, soprattutto, la competenza in materia referendaria restava una competenza esclusivamente statale, chiudendo così la strada a una possibile iniziativa referendaria per l’indipendenza da parte della Generalitat.

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Fig. 1 – Bandiere catalane al vento durante una manifestazione 

LA LINGUA

La questione linguistica è uno dei campi su cui si gioca la battaglia tra Madrid e Barcellona. In passato, l’uso del catalano non era tanto un atto politico, quanto un fatto inevitabile. Le classi più povere e meno istruite infatti non conoscevano lo spagnolo, che era la lingua di apprendimento utilizzata nelle scuole, e hanno contribuito a mantenere il catalano una lingua viva e vegeta. Solo nei primi anni del Novecento il catalano ha sperimentato un processo di normalizzazione linguistica, elevandosi a status di lingua dell’élite, adatta alla produzione letteraria. Tuttavia, con l’avvento della dittatura franchista l’utilizzo del catalano fu proibito al di fuori di contesti strettamente privati e si propagandò la visione del catalano come semplice dialetto. L’unità nazionale doveva essere assoluta e lo slogan ripetuto era Eres Español, habla Español (sei spagnolo, parla spagnolo). Solo nel 1978 la Costituzione democratica è tornata a riconoscere la lingua catalana come lingua ufficiale all’interno della comunità autonoma della Catalogna e ne è stato promosso l’uso ufficiale e l’insegnamento presso le scuole sul territorio catalano.

IL RUOLO DEL SISTEMA EDUCATIVO CATALANO

Sin dai primi anni della transizione democratica la Generalitat ha recepito l’importanza del sistema scolastico all’interno del progetto di recupero dell’identità catalana, dopo anni di repressione politica e linguistica. La decentralizzazione in materia di educazione giocò un ruolo fondamentale nel processo di normalizzazione linguistica attraverso l’uso veicolare del catalano come lingua di insegnamento. In Catalogna infatti non si insegna il catalano; si insegna in catalano. Durante la scuola dell’obbligo lo spagnolo viene trattato alla stregua di una lingua straniera ed è il motivo per cui, nonostante le forte pressioni di immigrazione interne ed esterne alla Spagna verso la Catalogna, il catalano continua a mantenersi vivo, divenendo di fatto un elemento di coesione sociale: le radio, i giornali, la televisione e persino Google sono in catalano. I catalani sono energici sostenitori della territorialità linguistica, ossia della convinzione che la lingua propria di un territorio goda, a livello legislativo e de facto, di una supremazia e di una ufficialità superiori a quelle di altre lingue. Tuttavia la strategia catalana era chiara già nel 1983 quando, nello Statuto d’Autonomia, si statuì la necessità che tutti i cittadini imparassero e usassero il catalano.

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Fig. 2 – Manifestanti catalani dopo il referendum sull’indipendenza

LA MENTALITÀ 

Quella catalana è una mentalità tipicamente nordica all’interno di un paese mediterraneo. Lo storico Vicens Vives  la definisce una mentalidad menestral, una forma mentis che esalta la dedizione al lavoro, inteso come prova di elezione e segno di elezione divina. Secondo la tesi di Vives, la mentalità menestral ha modellato la società catalana fino a renderla una delle regioni più competitive della Spagna (al contrario di altre regioni con caratteristiche meno nordiche e più mediterranee), per quanto limitata da un orizzonte piuttosto campanilista. Le teorie  di Vives sfatano due elementi cardine della retorica secessionista catalana, per cui la Catalogna è stata conquistata dal Regno di Spagna nel 1714, pregiudicando così non solo la sua autonomia, ma anche il suo sviluppo. Felipe V, aspirante monarca della dinastia spagnola dei Borboni durante le guerre di secessione, espugnò Barcellona, che, con il regno di Aragón, si era schierata dalla parte di Carlo VI d’Asburgo. Felipe V vinse quindi la guerra di secessione e salì al trono, mettendo in atto politiche di carattere fortemente centralistiche. La sua salita al trono segnò effettivamente una svolta rispetto all’ampia tolleranza amministrativa che avevano dimostrato gli Asburgo, ma la situazione giuridica della regione non conobbe grandi cambiamenti giuridico-politici. La Catalogna infatti già dal 1479 faceva parte del Regno spagnolo, che si presentava però più come una confederazione di regni, che come una nazione unificata. Un altro “mito” catalano è che la Catalogna si sia sviluppata in tempi moderni nonostante il Governo centrale e non grazie a esso. Tuttavia fu proprio il Governo centrale a fare in modo che le istituzioni catalane si modernizzassero e accrescessero le loro ambizioni economiche, inserendole in una moderna e unificata cornice legislativa e politica.

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Fig. 3 – Gli spalti del Camp Nou di Barcellona durante la sfida con il Real Madrid. Si noti in fondo la scenografia con i colori della bandiera catalana

CONCLUSIONI

La realtà è che la Spagna ha contribuito allo sviluppo catalano, così come la Catalogna ha contribuito a quello spagnolo ed è impossibile fare un bilancio storicamente attendibile di quale elemento abbia prevalso. L’unico bilancio che possiamo analizzare è quello fiscale: la Catalogna subisce da sempre deficit nei confronti del Governo centrale e con il tempo è andato peggiorando, attestandosi oggi intorno al 6% a fronte di una contribuzione del Pil nazionale del 10% (OECD.org). L’applicazione dell’articolo 155 e il commissariamento della Generalitat non fanno che acuire il risentimento catalano nei confronti del Governo centrale e rischiano di concedere ulteriore terreno al populismo regionalista. I catalani sono famosi per essere gente testarda, ma pratica; resta da vedere se gli imprenditori e azionisti in fuga riusciranno a fare ciò che a Rajoy non è ancora riuscito: convincere i catalani che, a ben guardare il portafogli, si sta meglio in Spagna.

Clara Callipari

Un chicco in più

Il Barcellona FC è famoso per essere “mes que un club” (“più che un club”). In più occasioni la società ha espresso il suo pieno appoggio politico nei confronti della causa indipendentista, arrivando persino a ipotizzare un modello ispirato al Monaco, che, pur essendo espressione di uno Stato, gioca nel campionato francese. Inoltre è prassi fare in modo che anche i calciatori di nazionalità spagnola, ma non catalani, imparino il catalano, da utilizzare nelle varie interviste e per fraternizzare.