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Fig. 1 - Il territorio dei tre stati membri del NAFTA, partendo da Nord: Canada, Stati Uniti e Messico.

Riflettendo sul NAFTA: fatti e prospettive

In 3 sorsi Dalle origini al futuro del NAFTA, passando per i suoi effetti. A 23 anni dalla sua entrata in vigore e a circa due mesi dall’inizio della sua rinegoziazione, eccone una breve storia

1. LO SFONDO – Correva il gennaio dell’anno 1994, quando il North American Free Trade Agreement, meglio noto come NAFTA (Accordo nordamericano per il libero scambio), già negoziato nel 1992 dal Presidente George H.W. Bush insieme ai rappresentanti di Canada e Messico, entrava in vigore durante l’amministrazione del democratico William J. Clinton. L’accordo prevedeva la creazione di un’area di commercio preferenziale tra USA, Canada e Messico, tramite il progressivo abbattimento di tutte le barriere tariffarie sui beni e servizi prodotti e scambiati tra i tre Paesi, oltre alla liberalizzazione degli investimenti transfrontalieri e la protezione dei diritti intellettuali. L’obiettivo era rendere più efficienti e prospere le economie dei tre partner: se il Messico sperava di assicurarsi una crescita economica duratura, la diminuzione dell’emigrazione e una convergenza dei salari verso quelli degli altri due partner commerciali, questi ultimi, vedevano nel vicino un promettente mercato per le loro esportazioni di beni, servizi e capitali. All’epoca il Messico stava uscendo da circa un quarantennio di politiche protezionistiche, note come ISI (Import Substitution Industry), volte a sostituire i beni importati con beni prodotti internamente attraverso la protezione dell’industria nazionale; il NAFTA sanciva perciò la svolta. L’accordo si poneva infatti in linea con le politiche neoliberiste promosse nel secondo dopoguerra e incentrate su liberalizzazioni (dei commerci e degli investimenti), privatizzazioni e deregolamentazione.

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Fig. 1 – Le lunghe code di auto per attraversare il confine messicano a Tijuana/ San Ysidro. Al di là della frontiera si trova San Diego

2. GLI EFFETTI ECONOMICI – Il NAFTA generò fin da subito, un acceso dibattito politico ed economico, in merito ai suoi effetti di lungo periodo che, ancora oggi, dopo 23 anni, costituiscono materia di discussione. Un dato di fatto è rappresentato dal valore del commercio tra i tre Paesi, triplicato da quando l’accordo è entrato in vigore: al netto dell’inflazione il valore complessivo dell’interscambio USA–Messico è cresciuto del 255%, quello USA–Canada del 63% e quello tra Messico e Canada del 432%. Tuttavia, come confermato da stime affidabili, mentre l’effetto netto sul PIL statunitense e canadese, associato all’aumentato volume di scambi, è stato trascurabile, il cambiamento di reddito per alcuni gruppi sociali è stato significativo, in tutti e tre gli Stati. L’accordo ha portato ad un sostanziale aumento degli investimenti diretti esteri statunitensi in Messico. Molte compagnie USA del settore automobilistico e non solo, hanno delocalizzato la produzione di numerosi componenti e il loro assemblaggio in terra messicana, creando grandi catene di valore intra-industriali e transnazionali. Sui pro e contro di questo fenomeno, il dibattito è molto acceso. I sostenitori dell’accordo asseriscono che, la maggior parte dei beni importati sono prodotti intermedi che rendono più competitivi i prodotti finali statunitensi, riducendone i prezzi inoltre, l’aumento del commercio avrebbe permesso la sostituzione dei posti di lavoro perduti con impieghi più specializzati e meglio retribuiti. I critici invece evidenziano che, lo squilibrio della bilancia commerciale statunitense verso il Messico, passata da +1,7 miliardi nel 1993 a – 64,4 miliardi a fine 2016, avrebbe generato la perdita di circa 600.000 posti di lavoro in venti anni. Ciò si inquadra in una situazione più complessa che ha visto un calo dell’impiego nel settore manifatturiero statunitense di circa il 30%, dal 1993 al 2016, soprattutto a causa della competizione cinese e delle nuove tecnologie; il solo settore automobilistico avrebbe perso 350.000 posti di lavoro. Per quanto riguarda gli effetti sul Messico, sia il rigoroso Congressional Research Service (CRS, il centro studi del Congresso USA) che l’autorevole Center for Economic and Policy Research (CEPR, Centro di ricerca economica e politica) hanno sottolineato come il NAFTA non abbia determinato un significativo miglioramento dell’economia messicana e un suo avvicinamento agli standard dei suoi vicini settentrionali. Uno studio del CEPR sottolinea come il Messico abbia registrato un tasso di crescita annuo pari a circa l’1.2% dal 1993 ad oggi, collocandosi al 15° posto su venti Paesi dell’America Latina per tasso di crescita del reddito reale pro-capite negli ultimi vent’anni. Altri esperti ribattono facendo notare che il Messico stesso, ha mancato di affiancare al NAFTA adeguate politiche di investimento in infrastrutture, istruzione e ricerca, provocando parte degli attuali effetti.

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Fig. 2 – Il Presidente Trump con il Primo Ministro Trudeau 

3. RINEGOZIARE COSA? – Donald Trump, additando l’accordo come “un vero disastro”, responsabile della perdita di numerosi posti di lavoro in patria, ha riportato in primo piano la discussione sul NAFTA, minacciando di ritirare il Paese qualora non venisse rinegoziato. Il processo di rinegoziazione si è aperto il 16 agosto e il quarto Round di incontri si è svolto a Washington, tra l’11 ed il 15 ottobre. Diversi e contrapposti gli interessi in gioco. Per menzionarne alcuni, se da un lato i grandi produttori statunitensi desiderano la modernizzazione del trattato, causa l’avvento del commercio digitale, la necessità di proteggere le banche dati online ed il segreto industriale; dall’altro non sono molto interessati a rivedere al rialzo la soglia della regola d’origine (la percentuale minima di componenti fatti in patria che un veicolo deve avere per essere considerato made in USA, Canada o Messico). Analogamente, i grandi produttori agricoli sono contrari a politiche protezionistiche che potrebbero ridurre le loro esportazioni di mais e soia verso il Messico. Altro punto dirimente è la regola per la risoluzione delle controversie, che permette alle compagnie di citare in giudizio direttamente i Governi degli stati membri qualora vedano danneggiati i loro investimenti o siano gravate da dazi non previsti. Questi e molti altri gli interessi che pesano sulla rinegoziazione dunque… non ci resta che attendere per capire quali saranno le vere conseguenze del famigerato slogan “Make America Great Again”.

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Fig. 3 – Le bandiere di Canada, Stati Uniti e Messico

Eleonora Fabbri

Un chicco in più

Per saperne di più sui dati citati è possibile consultare, oltre alle fonti linkate nel testo, l’articolo di David Floyd su Investopedia, l’autorevole studio degli economisti Mark Weisbrot, Dean Baker and David Rosnick del CEPR ed il dizionario economico “The New Palgrave Dictionary of Economics”(2008).