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Xinjiang: un Tibet islamico?

In 3 sorsi – Tra le regioni autonome della Cina popolare in cui sono presenti movimenti separatisti etnico-religiosi, vi è un’altra area, oltre al Tibet, in cui è presente un conflitto interetnico di lunga data: lo Xinjiang, regione a maggioranza musulmana. Il conflitto  tra gli uiguri e le autorità di Pechino si è intensificato negli ultimi mesi, anche per la decisione del Governo cinese di intensificare la lotta contro il radicalismo islamico

1. QUADRO STORICO DEI CONTRASTI ETNICI NELLA REGIONE

Sin dall’annessione dello Xinjiang da parte di Pechino nell’ottobre del 1949, vi sono stati sempre notevoli contrasti tra gli uiguri, etnia maggioritaria di origine turca, e gli han. Le misure adottate da Pechino sono state sin dall’inizio dure e durante la  rivoluzione culturale vi furono anche scontri aperti fra le due etnie presenti nella regione. All’epoca i sovietici incitarono addirittura gli uiguri a ribellarsi al Governo di Pechino e addestrarono un movimento di guerriglia anticinese. Questo portò a uno scontro diretto fra cinesi e sovietici lungo la frontiera tra Kazakistan e Xinjiang. Alla fine degli scontri Pechino intensificò  il suo controllo della turbolenta regione. La fine della rivoluzione culturale e l’ascesa di Deng Xiaoping al potere portarono un alleggerimento delle misure repressive (con la riapertura delle moschee e una moderata tolleranza religiosa) e anche una particolare attenzione allo sviluppo economico della regione. Questo portò ad una crescente migrazione di han proprio nello Xinjiang, con un incremento significativo dei contrasti con gli uiguri in ambito lavorativo. Tutto questo coincise  con la ripresa del separatismo uiguro sotto l’influenza del fondamentalismo islamico, che iniziò  ad intensificarsi verso la fine degli anni ’80. La risposta di Pechino è stata molto dura, con la continua proclamazione dello stato di emergenza, in particolar modo nel 2009. Comunque, anche il forte squilibrio di presenza delle due etnie, non solo a livello regionale ma anche nelle singole città come il capoluogo Urumqi, rende ancora più complicata la stabilità nella regione.

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Fig. 1 – La delegazione dello Xinjiang al XIX Congresso del Partito Comunista cinese di Pechino, 19 ottobre 2017

2. URUMQI – LHASA: STESSI PROBLEMI, STESSI METODI

La tensione nello Xinjiang è ritornata alta soprattutto in questi mesi. Sia le autorità locali che il Governo centrale di Pechino hanno  innalzato le misure di sicurezza per combattere in maniera dura sia il terrorismo di matrice separatista che il radicalismo islamico. Così, il Politburo del Comitato Centrale del Partito comunista cinese ha deciso di nominare segretario regionale Chen  Quanguo, ex Segretario regionale di un’altra zona calda, il Tibet. Infatti la nomina non è stata casuale da parte del Politburo: il nuovo numero uno regionale dello Xinjiang ha importato a Urumqi e dintorni le misure adottate precedentemente a Lhasa. Ma tali misure (come  speciali sedute di indottrinamento politico organizzate dai quadri locali del partito) non riguardano solo gli uiguri, ma anche gli han. Secondo Robbie Barnett, tibetologo della Columbia University, il fatto da parte di Pechino di mettere uomini duri nelle due regioni con forte sentimento separatista etnico-religioso serve soprattutto a fare carriera: se riescono a riportare l’ordine, afferma Barnett, essi possono aspirare a far carriera all’interno del partito. Il caso più emblematico è quello dell’ex presidente Hu Jintao, Segretario regionale del Tibet dal 1988 al 1992, mandato ad amministrare Lhasa dopo i tumulti del 1987. Barnett conclude che il motivo della durezza con cui Pechino si sta muovendo nella regione è dovuta  al fatto che lo Xinjiang deve diventare una delle zone economiche più importanti della Cina, anche perché da li deve passare la “Nuova Via della Seta”.

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Fig. 2 – Il Grand Bazaar di Urumqi, capitale dello Xinjiang

3. RADICALISMO ISLAMICO UIGURO: UNA VERSIONE CINESE DEI MUJAHIDEEN AFGHANI? 

Di recente il movimento separatista radicale Partito Islamico del Turkestan, attraverso un messaggio audio dell’ emiro Abd al-Haqq al-Turkestani, ha invitato gli uiguri al jihad  nei confronti dei cinesi, secondo uno uno schema già visto in Asia centrale dai tempi della guerra afghana negli anni ’80. Inoltre l’emiro ha sottolineato che la legittimità del movimento discende direttamente da Allah. C’è  però da sottolineare che al-Turkestani ha preso notevoli distanze dai gruppi terroristici islamici di matrice wahabita come ISIS e il Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Infatti, l’emiro uiguro considera il califfato islamico di Al Baghdadi come “illegittimo”, cioè senza l’approvazione dei leader islamici e della Ummah, la comunità mondiale musulmana. Non si tratta di una sorpresa: al-Turkestani è molto vicino ad Al-Qaeda sin dal 2001. Inoltre il separatismo fondamentalista uiguro è supportato dalla Turchia, vista la storica tendenza panturca del Governo di Ankara (non solo di Erdogan, ma anche di leader passati di orientamento laico come Demirel e Turgut Ozal) e l’etnicità turca degli uiguri. Tutto questo potrebbe portare a gravi tensioni diplomatiche tra Ankara e Pechino.

Andrea Costanzo

Un chicco in più

A partire dal 2003 (cioè dalla sua integrazione all’interno di Al Qaeda) gli attacchi terroristici perpetrati dal Partito Islamico del Turkestan si sono rivolti soprattutto verso i civili, come dimostrato dagli attentati a Pechino e Urumqi del 2013-2014. Prima di allora, le azioni del gruppo erano invece rivolte verso le forze di sicurezza.

Foto di copertina di La Priz Licenza: Attribution-NoDerivs License