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Washington rimette piede a Damasco. Dopo 4 anni di relazioni diplomatiche interrotte, gli Stati Uniti hanno nominato un Ambasciatore in Siria, che assumerà le funzioni nelle prossime settimane.

VERSO IL DISGELO – La notizia è stata data ufficialmente dalla Casa Bianca all’Ambasciatore siriano a Washington Imad Mustafa: dopo che, nel 2005, gli Stati Uniti avevano ritirato l’ex Ambasciatore a seguito dell’assassinio dell’ex Primo Ministro libanese Rafiq Hariri, della cui morte l’allora Presidente Bush aveva accusato il governo damasceno. Nella nuova strategia di Barack Obama la Siria e un suo coinvolgimento nel processo di pace mediorientale pare essere una priorità assoluta e l’annuncio della nomina di un nuovo rappresentante diplomatico stabile sembra esserne una conferma. Da quando si è insediato alla Casa Bianca, Obama ha già intessuto strette relazioni con i rappresentanti politici e diplomatici siriani, tramite il suo inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell, che più di una volta si è recato a Damasco dove ha incontrato personalmente sia il Presidente Bashar al-Assad, che il Ministro per gli Affari Esteri Walid al-Muallem, le due più alte cariche in materia di politica estera.

 

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I NODI DELLA QUESTIONE – Le questioni sul tavolo ed i motivi per cui Washington pare essere così intenzionata a riallacciare un rapporto duraturo e basato sulla reciproca fiducia con Damasco sono molteplici. Prima di tutto Obama non vuole farsi sfuggire l’occasione di far rientrare nei ranghi della Comunità Internazionale un attore importantissimo per le dinamiche politiche mediorientali, che già dallo scorso settembre aveva dato segnali circa una distensione con il mondo occidentale (allora grazie all’opera di mediazione del Presidente francese Nicolas Sarkozy e del Primo Ministro della Turchia Recep Tayyip Erdogan). La Siria è coinvolta, direttamente o indirettamente, in praticamente tutti i maggiori teatri di scontro in Medio Oriente: dall’Iran, con cui ha una relazione particolare e di cui è il maggiore alleato nella regione, all’Iraq, con cui confina e in cui ha potenzialmente il potere di modificare gli equilibri; ha forte influenza sul Libano, con cui però ha normalizzato i rapporti e sembra averne accettato la piena sovranità; ha un ruolo importante nell’appoggio (o meno) della guerriglia armata di alcune fazioni palestinesi e ospita a Damasco i vertici politici di Hamas; potrebbe essere la chiave di volta per un riavvicinamento tra Israele e gli Stati arabi, qualora i due Paesi riuscissero a trovare un accordo di pace. Inoltre, da ormai un decennio, Damasco ha risolto i contenziosi che aveva con la Turchia, altro attore di fondamentale importanza in Medio Oriente, aprendo così la possibilità per un altro canale di dialogo. 

  IL PREZZO DA PAGARE – E’ pur vero che Obama si muove ancora cautamente con i Siriani: nel maggio scorso, nella sorpresa generale, ha rinnovato le sanzioni contro Damasco imposte dal suo predecessore Bush jr., dando così un forte segnale ad Assad circa la necessità, per un rapporto più stabile tra i due Paesi, che la Siria assicurasse la fine del suo appoggio ai guerriglieri infiltrati in Iraq. Con l’evolversi della situazione iraniana, si è fatta più pressante la necessità statunitense di assicurarsi il sostegno di Damasco in un’eventuale futura negoziazione con Teheran. Questo potrebbe essere il motivo per cui Obama ha apparentemente accelerato il processo di riavvicinamento alla Siria, contando su una risposta positiva di Damasco. Resterà da vedere se e come gli USA riusciranno, dalla loro parte, a far sì che anche Assad ottenga ciò che vuole per una maggiore apertura e collaborazione nei confronti dell’Occidente: le Alture del Golan, attualmente occupate da Israele. Per il momento questa resta la vera sfida statunitense nell’area: più che dialogare con gli Arabi, portare il governo ultra-conservatore israeliano di Benjamin Netanyahu a posizioni meno oltranziste circa le relazioni con il mondo arabo-musulmano. 

Stefano Torelli redazione@ilcaffegeopolitico.it 26 giugno 2009

Foto: in alto, Obama con l'inviato per il Medioriente, George Mitchell

Sotto: la mappa della Siria

 

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