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Mugabe, una storia lunga un secolo

Il monumento più significativo dell’Africa post-coloniale ha gli occhi azzurri e governa un paese di sedici milioni di abitanti. Robert Mugabe è a capo dello Zimbabwe sin dalla sua fondazione nel 1980. Sebbene sia considerato un irreprensibile dittatore dai più, i suoi sostenitori lo ritengono un “male necessario”, capace di assicurare stabilità agli equilibri nazionali e regionali. 

LO STATO DELLE COSE – La calda estate in Zimbabwe è ormai passata, ma la violenza continua a infiammare le strade. L’incombere di nuove elezioni, infatti, non ha fatto altro che esacerbare il clima di violenza che, come sostengono diverse ONG presenti nel Paese, è alimentata proprio dal governo. La moneta di stato è collassata dopo aver toccato, nel 2009, spaventosi livelli di iperinflazione; il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 95% e l’economia dipende pesantemente dal settore primario (in questo caso agricoltura ed estrazione mineraria). L’indiscusso protagonista di questo dramma è Robert Mugabe, che con i suoi 93 anni è, di fatto, il leader politico più anziano del mondo. Figura estremamente controversa della storia dello Zimbabwe, Mugabe è stato a capo del Paese sin dal momento della sua fondazione nel 1980 e, nel bene e nel male, rappresenta un punto di riferimento per il Paese. Ma se come un padre ha seguito la costruzione dello Stato africano sin dalle sue origini, adesso come un severo piantone ne controlla ogni singolo aspetto. Eppure un tempo nessuno avrebbe potuto prevedere la deriva autoritaria di un così irreprensibile simbolo di cultura e integrità.

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Fig.1 – Il presidente Mugabe

DA RHODESIA A ZIMBABWE – Le operazioni di guerriglia, portate avanti dal fronte indipendentista nella seconda parte degli anni ’70, riuscirono a destabilizzare il governo dei “bianchi” di Ian Smith, canto del cigno dell’esperienza coloniale inglese nella regione. La nomina a Primo Ministro di Mugabe segnò un momento fondamentale nella storia del neonato Zimbabwe, ormai non più Rhodesia. Profondamente idealista, ben educato e con 10 anni di prigionia alle spalle in quanto dissidente, il nome di Mugabe suscitava speranza e rispetto nella popolazione. Era il 1980 e Bob Marley e i Wailers venivano chiamati per suonare a Harare, capitale del neonato Stato africano. Tuttavia, negli anni a seguire Mugabe cominciò ad estromettere gli alleati dalla scena politica e ad imporre la propria etnia, gli Shona, sulle altre. Nel 1987 il parlamento cambiò la costituzione, eliminando la carica di Primo Ministro e nominando Mugabe Presidente. Con l’accentramento dei poteri, la governance poté spingere con più vigore sulle riforme. Se da un lato molti bianchi si videro espropriati dei propri terreni, dall’altro crebbe il numero delle scuole e la disponibilità di vaccini per tutta la popolazione. Nel 1992 Sally, moglie e consulente di Mugabe, morì; i più stretti collaboratori del Presidente, di quel periodo, ricordano l’ex first lady come una persona gentile e attenta ai diritti umani, specialmente di quelli di donne e bambini. È possibile che Sally avesse un ascendente positivo sul marito e che, una volta morta, la repressione nel Paese si sia accentuata. Due anni dopo Mugabe sposò Grace, di quarant’anni più giovane e di indole, a quanto pare, irascibile (sono noti all’estero più episodi di aggressioni fisiche). Negli anni successivi l’economia non dimostrò grossi margini di ripresa, con una buona parte delle finanze statali impiegate per alimentare la macchina della repressione.

L’UNICO VALIDO AVVERSARIO – Le elezioni presidenziali del 2008 riaffermarono lo strapotere di Mugabe, che venne riconfermato dopo che il leader dell’opposizione e attivista dei diritti umani, Morgan Tsvangirai, arrestato e intimidito con violenze verbali e fisiche, decise di ritirarsi dalla corsa per rivestire la carica di Primo Ministro. In seguito a questo episodio la comunità internazionale rimase fortemente indignata, cosa che non fece altro che contribuire all’isolamento dello Zimbabwe.

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Fig.2 – L’attivista e politico Morgan Tsvangirai incontra Obama nel 2009

Con la vittoria delle presidenziali del 2013 Mugabe riconquistò la maggioranza e fece modificare di nuovo la costituzione, abolendo ancora una volta la carica di Primo Ministro ed eliminando ogni forma rilevante di pluralismo. Tenendo conto dei fatti appena riportati, dovrebbero apparire scontati gli esiti delle elezioni che si terranno nel luglio del 2018, eppure c’è un fattore in grado di rimescolare le carte nel mazzo. Mugabe ha 93 anni, il che significa che, in caso di vittoria, allo scadere del prossimo mandato ne avrà 99. Lui stesso una volta disse che solo Dio avrebbe potuto rimuoverlo dal suo incarico, un’opzione tutt’altro che impensabile al momento.

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Fig. 3 – Grace, seconda moglie di Mugabe e attuale first lady. 

La morte di Mugabe nei prossimi anni è un’ipotesi, ma rimane una certezza il fatto che, in caso il Presidente dovesse venir meno, il comando passerebbe al o alla vice-presidente. A tal proposito acquisiscono sempre più consistenza le voci che vorrebbero l’attuale first lady coinvolta in un piano per prolungare il dominio della famiglia Mugabe nello Zimbabwe, estromettendo l’attuale secondo del Presidente, Emmerson Mnangagwa, per poi prendere il suo posto. La rottura di un equilibrio così longevo porterà inevitabilmente alla ridiscussione dei rapporti di forza nel Paese; in quel momento spetterà al suo popolo cogliere l’occasione e riscoprire quell’ingenuità che trentasette anni fa li portò così lontano.

Walter Simonis

Un chicco in più

Nel 1979 il regime dell’apartheid in Rhodesia firmava un accordo con i principali esponenti del movimento di guerriglia, lo ZANU  di Mugabe e lo ZAPU di Nkomo. Bob Marley prese parte alla nascita del neonato stato indipendente, organizzando un grande concerto in cui cantò la canzone “Zimbabwe” scritta per l’occasione per festeggiare il Paese.

Foto di copertina di Archives New Zealand Licenza: Attribution License