Puoi leggerlo in 6 min.
L’instaurazione di normali relazione diplomatiche tra Germania e Namibia passa anche dal riconoscimento tedesco delle proprie responsabilità. Un passo che i tedeschi non sembrano voler fare fino in fondo e che ha prodotto una reazione da parte dei discendenti delle popolazioni vittime del massacro
LE BASI DI UN DIALOGO COSTRUTTIVO?
I rapporti tra Germania e Namibia sono ripresi a partire dagli anni Ottanta. La vittoria della SWAPO nelle prime elezioni libere del 1990 fu salutato con favore da una risoluzione del Bundestag che celebrava l’avvento della democrazia in Namibia come una tappa fondamentale delle relazioni fra i due paesi. Nel riconoscere le proprie responsabilità storiche la Germania ha versato in media circa trenta milioni di euro l’anno nelle casse del governo di Windhoek per contribuire allo sviluppo del paese. I movimenti più vicini a un’idea di riconoscimento esplicito delle atrocità commesse nel periodo coloniale presero piede dalla fine degli anni Novanta, con i governi di centro-sinistra formati da SPD e die Grüne. Nell’agosto 2004 il ministro tedesco per lo sviluppo economico e la cooperazione Heidemarie Wieczorek-Zeul parlò direttamente ai rappresentanti degli Ovaherero della «violenza inflitta da parte dei coloni tedeschi ai [loro] antenati, in particolare agli Herero e ai Nama [e] delle atrocità commesse».
CONTRO LA CONVENZIONE DELL’AIA  
Il maggiore Ludwig von Erstoff, che partecipò alla campagna militare contro gli Herero, confessò dopo la guerra che «fu un’operazione egualmente crudele e insensibile, atta ad uccidere troppe persone […] potevamo salvare […] molti di loro […] erano stati puniti abbastanza. Lo dissi al generale von Trotha, ma lui volle il loro completo sterminio». Prima della guerra si stimavano circa ottantamila Herero nei territori dell’odierna Namibia: nel 1911 il censimento effettuato dai tedeschi rilevò 15.130 sopravvissuti; poche altre centinaia fuggirono nella vicina Beciuania. Nel 2001 il governo di Berlino riconobbe le sofferenze delle popolazioni indigene della Namibia causate dall’occupante coloniale tedesco. Se è vero che per vedere processati dei “criminali di guerra” si dovette attendere il processo di Norimberga, è opportuno ricordare che trattati e convenzioni internazionali antecedenti alla guerra del 1904-1908 definivano le azioni che potevano ricadere nella categoria del “crimine di guerra” come atto di eccessiva brutalità ed efferatezza compiuto all’interno di un complesso di operazioni militari. Per esempio, la Convenzione dell’Aia del 1899 (entrata in vigore il 4 settembre 1900), al capitolo II (“Leggi e costumi della guerra terrestre”, redatto il 29 luglio 1899) proibiva esplicitamente di «uccidere o ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all’esercito nemico». Inoltre il testo della convenzione impegnava i sottoscriventi a riservare ai «prigionieri di guerra […] un trattamento onorevole». Embed from Getty Images Fig. 1 – Nel 2016 il Museo di Storia Tedesca di Berlino ha organizzato la mostra ‘German Colonialism. Fragments Of Its History And Present’, che ripercorre il passato coloniale delle Germania e il massacro degli Herero
LE PRIME RICHIESTE DELLE COMUNITÀ HERERO
Anche per questo, dopo la fine della seconda guerra mondiale i rappresentanti della comunità Herero chiesero alle istituzioni internazionali che il trattamento da loro subito fosse equiparato, per le finalità e in parte anche per le modalità di esecuzione, allo sterminio degli ebrei compiuto dal nazionalsocialismo e pretesero un risarcimento da parte tedesca. Constatarono però amaramente che l’unica determinante differenza esistente tra i due casi era data dal colore della pelle, che costituiva ancora una discriminante troppo forte per pretendere una giustizia equanime. Non solo infatti gli Herero furono vittima di azioni brutali e contrarie alle (deboli) norme internazionali, ma gli ufficiali del Kaiser diedero ordine di uccidere anche i prigionieri di etnia Nama e Ovambo, le più numerose del Paese. Le due comunità furono oggetto di massacri dal 1896 al 1908, quando il capitano Viktor Framke impose la “dichiarazione di obbedienza” da parte dei vari capi Ovambo. Il rapporto tra coloni tedeschi e indigeni fu caratterizzato da un clima costante di violenza dal momento che buona parte delle autorità tedesche, civili e militari, praticarono un approccio brutale basato sul disprezzo di natura razziale e sull’espropriazione delle terre ai locali (metodo comune pressoché a tutti i coloni bianchi nell’Africa nera). A scatenare l’esasperazione degli Herero fu poi un certo tenente Ralph Zürn, comandante della guarnigione locale, sorpreso a saccheggiare i cimiteri indigeni alle ricerca di «crani da asportare in un infame commercio». Embed from Getty Images Fig. 2 – Il leader della comunità Herero Vekuil Rukoro durante una cerimonia di commemorazione a Otjiwarongo, Namibia
NUOVI SVILUPPI SULLA QUESTIONE
La vicenda degli Herero è trattata da due tesi di dottorato discusse e pubblicate, una nella DDR e l’altra nella BRD, che rappresentavano un punto di riferimento negli studi sul tema dalla fine degli anni Sessanta. I loro diversi approcci presentavano gli stessi caratteri della più recente Historikerstreit. Molte e più recenti pubblicazioni cercarono in seguito di stabilire quali azioni potessero essere definite come genocidio; per esempio il “Whitaker Report” prospettava a metà anni Ottanta la possibilità di considerare quello degli Herero come il primo genocidio del ventesimo secolo. Nel 2004 il capo della comunità Herero Kuaima Riruako, che dirigeva anche la Hosea Kutako Foundation, ha pubblicamente richiesto ai tedeschi di finanziare una sorta di “mini-piano Marshall” per risarcire il suo popolo: «Vogliamo le riparazioni per comprare terre da redistribuire alle persone che ne hanno bisogno»; con la mediazione americana si raggiunse un accordo per un piano decennale di aiuti da circa 500 milioni di euro. Il governo di Windhoek e quello tedesco sono impegnati in difficili negoziati che producano l’obbligo da parte di Berlino di presentare delle scuse formali alla Namibia e alle popolazioni interessate, oltre ad una qualche forma di risarcimento, ma il processo sta attraversando negli ultimi mesi una fase di stallo.
LE CONTRAPPOSIZIONI SULLA VICENDA
In primo luogo ci sono coloro che contestano la fondatezza dell’accusa di genocidio e la veridicità degli avvenimenti di inizio Novecento. Uno degli esponenti di questo negazionismo è Hinrich Schneider –Waterberg, proprietario di una tenuta agricola sorta su terreno frutto di confisca e dove molti Herero vennero trucidati. È difficile stimare quanto queste posizioni vengano sostenute dai tedeschi discendenti dei coloni ancora residenti in Namibia, ma il volume pubblicato in cui si getta discredito sulla tesi del massacro ha riscosso un inaspettato successo sia a Swakopmund sia nella capitale. Ma, tra i cittadini namibiani di origine tedesca, c’è anche chi vuole attirare l’attenzione sui crimini del passato. Si tratta di Erika Rusch, attivista che ha partecipato alla creazione di un cimitero unificato per proteggere le tombe senza nome di molti namibiani uccisi e alla campagna per il riconoscimento dei reati tedeschi contro gli Herero. Non sorprende che molti cittadini tedesco-namibiani si sentano minacciati dal riconoscimento del genocidio. I crimini dell’epoca coloniale includevano non solo il perseguimento e l’uccisione di civili ma anche il sequestro di bestiame e di terra. Le vaste aziende agricole che alcuni, come Schneider-Waterberg, possiedono, appartenevano precedentemente alle popolazioni Herero e Nama. La riforma della terra è stata minima dall’indipendenza, basandosi sul modello normativo già in vigore, in gran parte inefficace. Gli attivisti in Namibia, come nei paesi limitrofi, chiedono allo Stato di attuare un grande piano di ridistribuzione dei terreni. Embed from Getty Images Fig. 3 – La direttrice della fondazione per il genocidio degli Ova Herero Ester Muijangue 
GLI INTERESSI IN GIOCO  
La discussione sui crimini del passato è indissolubilmente legata ai diritti dei proprietari terrieri e alle rivendicazioni materiali dei discendenti Herero e Nama di oggi. Quando gli attivisti organizzarono una marcia per rivendicare il diritto alle riparazioni a Swakopmund nel 2007, il giornale locale in lingua tedesca riportò la notizia non senza fondamento che un gruppo ispirato al movimento Mau Mau del Kenya avrebbe perseguito l’unico obiettivo di “sottrarre la terra dei bianchi”. Al di là della comunità tedesca in Namibia, che vede negli ultimi anni diminuire la propria influenza politica, molti esponenti politici del SWAPO, il popolare movimento di liberazione e partito governativo della Namibia dall’indipendenza, avanzano da alcuni anni argomentazioni parzialmente critiche sull’opportunità di affrontare la discussione sui massacri di inizio Novecento. I tentativi di soffocare la discussione sugli eventi passati derivano molto probabilmente da motivazioni di natura politica, come il timore di un ribaltamento degli equilibri del potere; alcuni esponenti del SWAPO hanno denunciato questa linea di condotta alla Corte Penale Internazionale. Gli attivisti e i discendenti Herero e Nama chiedono il pagamento delle riparazioni direttamente alle comunità colpite e non al governo che negozia con loro. Questa richiesta ha momentaneamente minato i colloqui del governo di Windhoek con Berlino riguardanti un pacchetto speciale di aiuti, lo SWAPO ha così intrapreso una difficile opera di mediazione e, trovandosi fra due fuochi, ha inizialmente tenuto nascoste le difficoltà. Recentemente sono stati esponenti del partito stesso però a rendere di dominio pubblico la vicenda.
L’AZIONE LEGALE E LE SPERANZE PER IL FUTURO 
Forti di questa visibilità, i discendenti Herero e Nama hanno presentato un ricorso alla Southern District Court di New York, appellandosi all’Alien Tort Statute, che consente ai cittadini stranieri di sottoporre a giudizio dei giudici americani atti, commessi al di fuori degli Stati Uniti e contro i diritti umani. Mentre sul piano giuridico il tentativo rischia di fallire poiché uno dei presupposti è che siano organizzazioni o istituzioni americane a violare i diritti umani sul suolo e contro persone di un altro Paese, l’attenzione che questo contenzioso sta ricevendo dalla stampa può costituire un aiuto a esercitare pressioni sui due governi. I ricorrenti chiedono alla Germania delle scuse formali, il riconoscimento delle colpe dello Stato tedesco e un equo risarcimento per le popolazioni colpite, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Emiliano Vitti

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più La volontà di umiliare le popolazioni Herero e Nama si evidenziò, secondo Birthe Kundrus (docente di Storia Sociale ed Economica all’Università di Amburgo), nel testo del proclama di von Trotha, il cosiddetto “ordine di attacco” del 2 ottobre 1904 che manifestava una specifica volontà di sterminio.[/box] Foto di copertina di WycliffeSA Licenza: Attribution-NoDerivs License
Print Friendly, PDF & Email
Emiliano Vitti

Laurea Triennale in Scienze Politiche e Laurea Magistrale in Storia d’Europa all’Università degli Studi di Pavia. Presso lo stesso Ateneo frequento il terzo anno del Dottorato in Storia con un progetto sul Governatorato Generale di Polonia dal 1939 al 1944.

L’area principale dei miei studi è la storia dell’area tedesca, in particolare la storia del nazionalsocialismo e delle politiche di occupazione dell’Europa centro-orientale, e la storia comparata del colonialismo tedesco tra II e III Reich.

Da alcuni anni mi interesso anche di questioni di geopolitica, sempre con uno sguardo ʽda storicoʼ, e le mie ricerche riguardano soprattutto le politiche ambientali nelle Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale e la storia della democratizzazione e dello sviluppo economico nella Mongolia post-comunista.