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Il genocidio di Herero e Nama: un caso ancora aperto

In un articolo dell’edizione online del Guardian del 18 aprile 2015, lo studioso David Olusoga ha ricordato con intento critico le parole di Papa Francesco riguardo all’eccidio degli Armeni, indicato dal Santo Padre come il primo genocidio del ventesimo secolo. Lo studioso ha infatti inteso richiamare l’attenzione su quello che dovrebbe invece essere ricordato come il primo sterminio del Novecento, ossia quello che ha portato all’annientamento da parte della Germania imperiale dell’80% del popolo Herero e del 50% dei Nama nell’Africa del Sud-Ovest, l’odierna Namibia

IL CONDIZIONAMENTO DELLA SOCIETÀ IN NAMIBIA – Secondo Maurice Halbwachs la memoria è un fatto sociale relativo ad un gruppo di persone e la memoria di un gruppo non cambia e non si estingue con la morte degli appartenenti a quel gruppo se viene tramandata. La memoria è delle persone, la storia è dell’umanità tutta, è più complessa e prevede studi approfonditi ed un uso appropriato della retorica; i suoi insegnamenti rimangono difficilmente impressi nella mente delle masse, sono ignorati, dimenticati e quindi sostituiti spesso dalla memoria. La Germania vive ancora oggi sopportando l’onta dell’olocausto, rispetto al quale le autorità civili e politiche europee intendono coltivare il valore del ricordo e della memoria, sebbene alcuni aspetti dell’esperienza nazionalsocialista, soprattutto in Italia ma anche in Germania, non siano ancora stati adeguatamente approfonditi sul piano storico e siano oggetto di controversie interpretative. Lo stesso problema si presenta anche nell’analisi dello sterminio degli Herero. L’uso politico della storia inoltre comprende a volte anche l’utilizzo di elementi simbolici per esercitare la memoria; ad esempio, nel 2001 venne cambiato il nome della strada principale della città di Swakopmund (Namibia occidentale) da Kaiser Wilhelm Strasse in Dr. Sam Nujoma Avenue, al fine di cancellare il passato coloniale, sostituendolo con l’evocazione degli sviluppi che portarono all’indipendenza del Paese dal Sudafrica.

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Fig. 1 – Illustrazione che raffigura il massacro di Windhoek, 1904

NEL RICORDO DELLE VIOLENZE – La guerra tra Herero e tedeschi del 1904-1908 e le persecuzioni che ebbero luogo durante la stessa, le torture e le brutali repressioni, furono seguite da un incremento degli insediamenti di bianchi e di impianti industriali sul territorio; per buona parte degli indigeni l’usurpazione del territorio da parte dei colonizzatori diede origine ad un’altra battaglia, quella contro l’estinzione della propria comunità e la sua cancellazione dalla terra natia. Il valore unitario della lotta per la propria esistenza riaffiorò a distanza di decenni durante la campagna di liberazione per l’indipendenza del Paese, presentata come un’opera dalla forte connotazione sociale legata all’affermazione del diritto di autodeterminazione del popolo di Namibia e con un marcato accento anti colonialista. Sul piano propagandistico la conquista dell’indipendenza nel 1990 venne presentata sul fronte interno ricordando eventi sanguinosi emblematici dell’oppressione e della crudeltà dell’uomo bianco.

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Fig. 2 – Prigionieri Herero

Sebbene l’occupazione tedesca fosse durata “solo” una trentina d’anni e si fosse conclusa di fatto nel 1915, al momento dell’indipendenza restavano evidenti in Namibia più i segni dell’appartenenza al secondo Reich che non l’influenza dei circa 70 anni di protettorato sudafricano. Durante il dominio tedesco furono costruiti molti edifici che costituiscono ancora oggi l’elemento artistico e architettonico prevalente nella capitale Windhoek, come la Schutztruppe Reiter Statue, la Christuskirche e la Alte Feste. In particolare la chiesa, eretta su un terreno sul quale durante la guerra del 1904-1908 era attivo un campo di concentramento per i prigionieri Nama e Herero, è un tempio protestante contenente statue celebrative dei soldati tedeschi morti nel contrastare le milizie della resistenza africana. La Schutztruppe Reiter Statue rappresenta una significativa testimonianza della recente storia degli Herero, dato che nell’area circostante il monumento fu ospitato nel 1904 il campo di concentramento per i prigionieri dell’area di Windhoek.

ORIGINE ED ESERCIZIO DEL DOMINIO COLONIALE – Negli ultimi anni, a ridosso del centenario dell’eccidio degli Herero (2004), la letteratura mondiale ha ridato rilievo alla discussione sulla parentesi coloniale tedesca nell’Africa del Sud-Ovest, riaprendo sia in Namibia sia in Germania il dibattito sulla condotta delle truppe del secondo Reich nei primi anni del Novecento. Prima di creare il loro primo insediamento in Africa i tedeschi parteciparono a spedizioni commerciali collettive fino a quando, nel 1683, fondarono la città di Groβfriedrichsburg nell’Africa occidentale, poi venduta ai mercanti olandesi. In generale i viaggi e le spedizioni tedesche, soprattutto quelle in nome del Kaiser, non si svolsero mai senza l’appoggio di potenti e facoltosi finanziatori, spesso stranieri. L’inizio ufficiale dell’impero coloniale tedesco può essere datato al 24 aprile 1884, con la sottomissione al controllo imperiale dei primi territori dell’Africa del Sud-Ovest acquistati nel 1883 da un mercante tedesco di nome Adolf Lüderitz (territori corrispondenti all’antico insediamento portoghese di Angra Pequena). All’espansione in Africa seguì la conquista di territori in Asia sud-orientale e in Oceania.

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Fig. 3 – Esecuzione di prigionieri Herero, 1896.

Nel 1920, a guerra perduta, le colonie tedesche furono redistribuite fra le potenze vincitrici e alcuni Stati da queste controllati: l’Africa del Sud-Ovest divenne un protettorato del Sudafrica. Il rapporto tra colonizzatori tedeschi e popolazioni indigene è stato analizzato sul piano scientifico solo negli ultimi decenni: nel secondo dopoguerra e fino agli anni Ottanta si tendeva ad esaltare i progressi tecnologici determinati dal secondo Reich dei quali hanno potuto beneficiare anche gli abitanti dell’odierna Namibia. Ancora all’inizio degli anni Ottanta venivano trasmessi su canali della BRD (Bundesrepublik Deutschland) documentari sugli “effetti positivi” dell’esperienza coloniale tedesca nell’Africa sud-occidentale. Negli anni Sessanta era tuttavia già noto, specialmente nella Repubblica Federale Tedesca, il comportamento delle forze imperiali durante la colonizzazione, ma gli studi sul tema erano solo all’inizio e le politiche coloniali erano ancora viste sotto una luce meno cupa e talvolta celebrativa del talento organizzativo e dell’elevato livello della condotta germanica verso i popoli assoggettati. Era sentita la necessità di fare apparire i tedeschi, almeno rispetto alle vicende coloniali, come un popolo rispettoso delle popolazioni locali, in contrapposizione all’immagine negativa della propaganda nazionalsocialista nei confronti dei cittadini polacchi prima e durante la guerra e l’immagine di brutalità diffusa in tutto il mondo dai racconti e dalle immagini proiettate al Processo di Norimberga riguardo ai Vernichtungslager, presenti soprattutto nel Generalgouvernement.

ASPETTI BELLICI E FINE DI UN’EPOCA – La riunificazione delle due Germanie ha determinato sia la rinascita di movimenti politici di estrema destra nostalgici del passato coloniale, sia l’inizio da parte degli studiosi di un processo di storicizzazione del quarantennio di impero coloniale che vide i tedeschi nel ruolo di persecutori delle popolazioni locali. Anche sul piano del linguaggio ci sono stati dei cambiamenti: per esempio la parola Schwarzer (nero) ha sostituito Neger (negro). Aziende che producevano le barrette o altri dolci al cioccolato chiamati Negerküsse o Mohreköpfe (baci di negro o teste di negro) hanno cambiato i nomi dei propri prodotti in “baci di cioccolato”. Le problematiche derivanti dai conflitti coloniali danno luogo ancora oggi a complicati rapporti tra la Germania e la Namibia, pur se in un clima disteso rispetto ai decenni passati. La guerra contro gli Ovaherero, con l’allestimento di campi di concentramento e il conseguente eccidio di circa 65mila appartenenti a questa comunità tra il 1904 e il 1908, raggiunse il culmine nella battaglia di Ohamakari (più comunemente nota in Europa come battaglia di Waterberg) dell’11 agosto 1904, durante la quale morirono di sete quasi tutti i guerrieri Herero sul campo. Successivamente, il 4 ottobre dello stesso anno, la ribellione dei Witbooi produsse un gran numero di prigionieri di guerra indigeni avviati ai campi di concentramento sparsi in Namibia, Togo e Camerun. L’inizio della guerra può essere tuttavia datato al 12 gennaio 1904: a far fuoco per primi furono i tedeschi sia contro alcuni dissidenti Herero sia contro la popolazione estranea alle dispute politiche; la risposta dei locali fu l’uccisione di un centinaio di tedeschi, per lo più civili indifesi.

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Fig. 4 – Un giovane Herero supervisiona una parata nelle tradizionali uniformi militari durante una marcia commemorativa per i caduti durante le battaglie contro i tedeschi durante gli scontri del 1904.

Dopo la battaglia di Waterberg, il 2 ottobre fu emanato il cosiddetto “proclama di Von Trotha” che tracciava una chiara linea di condotta per la guerra: «Tutti gli Herero, armati o disarmati […] verranno abbattuti da baionette tedesche». Alfred Graf von Schlieffen, capo di stato maggiore dell’esercito tedesco che controllava l’Africa del Sud-Ovest, indirizzò una lettera al cancelliere del Reich von Bülow manifestando il proprio disaccordo a proposito delle parole e del pensiero di von Trotha, il quale riteneva essenziale che «l’intero popolo degli Ovaherero dovesse essere sterminato o cacciato dal paese». La sua decisione di fare attraversare il deserto a decine di migliaia di Herero ne causò la lunga agonia e solo dopo giorni di sofferenza lo stesso von Schlieffen ne autorizzò l’esecuzione. Per coloro che, non ancora deportati, rifiutarono il trasferimento coatto nella vicina Beciuania (oggi Botswana) la punizione fu un “periodo di sofferenza” (Leidenszeit) in appositi campi di concentramento. L’umiliazione delle popolazioni locali avrebbe dovuto garantire i tedeschi che «non si sarebbero rivoltate di nuovo per generazioni». Il dominio tedesco in Africa del Sud-Ovest terminò de iure nel 1920 per effetto dei Trattati di Versailles e delle decisioni della Società delle Nazioni che ne trasferì il controllo indiretto alla Gran Bretagna (attraverso il Sudafrica), mentre de facto aveva avuto fine tra il 1914 e il 1915 con la progressiva occupazione da parte delle truppe sudafricane. Ciononostante, la cultura tedesca attecchì «in soli trent’anni di dominio coloniale, mostrando quindi una grande capacità pervasiva dello stile di occupazione tedesco». Ad ogni anniversario della battaglia di Waterberg infatti, i rappresentanti degli Ovaherero visitano i cimiteri di Okahandja e Waterberg per rendere omaggio sia ai propri caduti sia ai caduti tedeschi delle Schutztruppe, tra i quali anche Richard Max von Rosenberg (sottufficiale medico che prese servizio il 9 aprile e morì il 25 aprile 1904), sepolto ad Okahandja e sulla cui lapide venne riportata la scritta «ha combattuto la buona battaglia».

Emiliano Vitti

 

Un chicco in più.  Anche se la maggior parte degli studiosi e, in generale, degli stranieri, utilizza il nome “Herero”, “Ovaherero” è più accurato sul piano linguistico. Lo svantaggio di entrambi i nomi è che riunivano le popolazioni dell’Ovambanderu della Namibia orientale, accomunandole in una nazione unitaria che i locali non hanno mai sentito come una necessità, assieme alle popolazioni di lingua Otjiherero stanziate attorno a Okahandja e Omaruru.

Foto di copertina di Gwydion M. Williams Licenza: Attribution License