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Abe vs Kim: il Giappone al centro della crisi nordcoreana

In 3 sorsi – Nel suo recente discorso dinnanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Premier giapponese Shinzo Abe ha affermato in modo netto che “il tempo del dialogo con il regime nordcoreano è finito”. Mentre la minaccia di Pyongyang si fa via via più tangibile, emergono sempre più chiaramente a livello internazionale approcci diversi al problema

1. QUESTIONE DI VEDUTE (E DI INTERESSI) – A seguito del successo degli ultimi test nucleari e missilistici effettuati dal regime di Kim Jong-un, la comunità internazionale si è messa in allerta e la diretta conseguenza è stata una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 12 settembre è stata approvata con voto favorevole dei 5 membri permanenti una risoluzione, in base alla quale vengono imposte alla Corea del Nord pesanti sanzioni, quali il blocco delle esportazioni del settore tessile e dell’importazione di petrolio non raffinato. Tuttavia, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud sono ben lungi dal sentirsi soddisfatti e soprattutto al sicuro, tant’è che in un vertice trilaterale tenutosi a Washington il 21 settembre hanno concordato una linea d’azione comune contro Pyongyang basata su una crescente pressione che non esclude l’escalation militare. Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, il tradizionale alleato della Corea del Nord, ovvero la Cina, condivide con la Russia, altro attore strategico su questo complesso scacchiere, la volontà di mantenere una condotta diplomatica e di evitare l’uso della forza. In un comunicato al suo omologo giapponese Taro Kono, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi sottolinea come lo spirito della risoluzione ONU fosse quello di trovare un accordo con Pyongyang perseguendo la linea del dialogo. Di conseguenza, ogni azione intrapresa da Tokyo che possa dare adito ad un esacerbarsi dei rapporti potrebbe essere interpretata come una violazione della risoluzione. Analogamente, anche da parte della Russia è arrivato spesso in queste ultime settimane un invito rivolto alle “teste calde” ad avere un atteggiamento più collaborativo. Al di là dello scambio di insulti avvenuto a distanza tra i principali attori in campo (ovvero il Presidente americano Donald Trump definito “megalomane” dal leader Kim Jong-un, a sua volta ribattezzato “Rocket man” dal primo), la minaccia è reale: la Corea del Nord ha testato con successo una bomba H e i suoi missili sono in grado di raggiungere il territorio giapponese.

Fig. 1 – Il Premier giapponese Shinzo Abe parla davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 settembre 2017

2.FIDARSI È BENE, NON FIDARSI È MEGLIO – In un contesto di crescente tensione con il vicinato (si considerino, tra le altre, la questione delle isole Senkaku e del Mar Cinese Meridionale), non stupisce che Tokyo voglia tutelarsi. E’ notizia recente che il Governo Abe stia pianificando di installare lungo la costa affacciata sul Mar del Giappone dei sistemi di difesa antimissile del tipo Aegis Ashore. Al momento sembra che le installazioni vere e proprie saranno due, ovvero una sulla costa orientale (le città più papabili sono Oga e Sado) e una sulla costa occidentale (probabilmente Unishima o Fukueijima). Ciascuna delle due avrà un costo stimato di 80 miliardi di yen (715 milioni di dollari). Il sistema Aegis Ashore, attualmente installato solo in Romania e Polonia, è un programma del Dipartimento di Difesa statunitense ed è stato sviluppato per intercettare missili balistici di corto e medio raggio prima del rientro in atmosfera. Il Ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera ha affermato che il sistema deve essere installato il prima possibile.
Se è vero che da molti anni le esercitazioni congiunte tra le Forze di autodifesa giapponesi e le Forze armate statunitensi sono ormai una prassi consolidata, è altrettanto vero che altre grandi potenze dell’Asia Orientale hanno iniziato a collaborare tra loro. Non è sicuramente sfuggito a Tokyo che dal 22 al 26 settembre la Marina cinese e quella russa hanno effettuato un’esercitazione comune nel Mar del Giappone e nel Mare di Ochotsk. Russia e Cina non sono formalmente alleati sotto il profilo militare, ma sempre di più cercano di coordinare le loro visioni strategiche.

Fig. 2 – Una stretta di mano eloquente tra Donald Trump e Shinzo Abe, alleati di ferro nella crisi nordcoreana

3. QUESTIONI IRRISOLTE E POSSIBILI SCENARI – La temperatura sta salendo, in un contesto che ricorda molto da vicino il concetto di MAD (Mutual Assured Destruction), da molti relegato alla fase storica della guerra fredda. Se da un lato è evidente che una guerra nucleare finirebbe per essere dannosa per tutti, è altrettanto vero che il regime Kim Jong-un ha puntato tutto su quest’ultima carta per guadagnare potere contrattuale. E’ opinione di alcuni che la Corea del Nord sia stata in una certa misura “aiutata” da una politica estera americana non lineare nei suoi confronti (almeno negli ultimi decenni). Ad ogni modo, è evidente che il bersaglio più vicino è il Giappone, che in questa precisa fase storica vive una delicata fase di transizione: da prima potenza economica in Asia quale che fu negli anni ‘60 e ‘70 a Paese in preda a problematiche strutturali interne, quali la stagnazione e l’invecchiamento della popolazione. Il Premier Shinzo Abe intende risollevare le sorti della nazione grazie ad un programma di stampo nazionalistico che passa anche attraverso un uso della forza militare libero dai vincoli di una costituzione pacifista sentita come imposta. L’articolo 9 impone infatti il divieto di usare la forza per scopi offensivi e, nonostante il budget per il potenziamento delle Forze di autodifesa continua a crescere, l’ipotesi di dotarsi di armi nucleari è ancora sentito come un tabù. Come dimostrano i recenti sondaggi ad opera dell’Asahi Shimbun, la popolazione giapponese è nettamente divisa sul modo in cui Abe sta gestendo questa crisi: dopotutto gettare benzina sul fuoco potrebbe permettere al Governo di ottenere la revisione costituzionale tanto agognata. In questo senso si spiega l’intenzione di Abe di sciogliere la Camera Bassa e andare al voto con un anno di anticipo, a maggior ragione se si considera che la popolarità del Premier ha avuto un brusco calo negli ultimi mesi.
La politica nordcoreana di Abe, che consiste nel non avere un piano concreto e nell’appoggiare la retorica di Trump per scopi puramente interni, rischia di avere delle pesanti ripercussioni anche nel rapporto non propriamente disteso con la Corea del Sud, che in questo momento fa parte della triade di Paesi “stanchi di dialogare”. Qualora esplodesse veramente un conflitto e ci fosse una fuga in massa di profughi dalla penisola, Tokyo potrebbe addirittura rifiutare di accoglierli e “sparare loro” addosso: sono parole recentemente pronunciate dal Vice-Premier Taro Aso che fomentano la reciproca diffidenza in un contesto già aggravato da questioni irrisolte (una per tutte, quella delle “comfort women” e del loro risarcimento). Viene dunque da chiedersi: se la guerra dovesse davvero scoppiare, il Giappone riuscirebbe a “risorgere dalle ceneri” dimostrando tutto il suo potenziale o rischierebbe di rimanere impantanato in un un conflitto che non può vincere da solo, rendendo reale l’incubo di una nuova dipendenza dagli Stati Uniti?

Fig. 3 – Guardia d’onore per il Premier Shinzo Abe in occasione di un incontro al Ministero della Difesa con i vertici delle Forze di autodifesa, 11 settembre 2017. Tema del meeting è stato la risposta alle iniziative nucleari e missilistiche di Kim Jong-un

Mara Cavalleri

Un chicco in più

Nel suo ormai famoso discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente americano Trump ha assicurato di essere pronto a rispondere ad un eventuale attacco di “Rocket man” (ovvero Kim Jong-un) con qualunque mezzo e di distruggere la Corea del Nord. Ha anche affermato esplicitamente che una risposta di questo tipo da parte degli Stati Uniti ci potrebbe essere non solo in caso di attacco al proprio territorio nazionale, ma anche a quello dei suoi alleati nel Pacifico. In particolare, nel caso di un attacco al Giappone, entrerebbero in gioco le clausole del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza siglato tra Washington e Tokyo nel 1960. Il Sol Levante avrebbe quindi diritto a difendersi e godere del supporto americano senza violare la costituzione.

Foto di copertina di Official U.S. Navy Imagery Licenza: Attribution License