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I risultati delle recenti elezioni politiche italiane stanno giustamente avendo un’importante risonanza nel nostro paese e all’estero. Ma l’Italia non è sola nel mondo e i suoi interessi non si fermano ai confini dello stivale. Anzi, mai come oggi i destini del nostro paese sono legati a ciò che succede al di fuori. Ma forse non a tutti è chiaro dove e come l’Italia dovrebbe operare. Una lista completa sarebbe troppo lunga, eccovi dunque i 10 ambiti che consideriamo attualmente più importanti per la politica estera italiana.

 

1) AVERE UNA POLITICA ESTERA – Può sembrare un punto ridicolo o fin troppo ovvio, ma la prima cosa che ogni governo dovrebbe fare per decidere come muoversi è proprio avere una politica estera, decidere cioè quale si vuole che sia il ruolo dell’Italia nel mondo. Questa visione generale guiderà poi le scelte successive. Purtroppo nella recente campagna elettorale i temi internazionali sono stati spesso ignorati o trattati solo superficialmente: possiamo capire l’attrattiva di ridurre tutto a “Europa sì/Europa no” o “Euro sì/Euro no”, ma crediamo ci sia molto di più. E anche se lo ignoriamo, prima o poi quel “di più” ci verrà a cercare…

 

2) LIBIA – Il paese sta lentamente e faticosamente cercando di rialzarsi, ma ha ancora numerosi problemi, primo fra tutti quello della sicurezza. Per l’Italia, primo investitore e partner del paese oltre che principale operatore internazionale dell’oil&gas con ENI, è importante aiutare e contribuire agli sforzi di addestramento delle forze di sicurezza e delle istituzioni, ma anche operare per aprire il paese ai necessari investimenti esteri. Accanto al sostegno alle forze politiche democratiche e non estremiste occorre effettuare un’opera di convincimento per eliminare la legge che impedisce agli investitori esteri di ottenere il controllo più del 49% di un’azienda locale – difficile investire se sai già che sarà qualcun altro a prendere decisioni. Premere per eliminare il reato di proselitismo religioso, retaggio dell’era Gheddafi, è inoltre uno dei tanti passi necessari per tutelare i diritti umani. Solo aiutando il paese a rialzarsi potremo essere sicuri che non scoppi un’altra grave crisi a due passi da casa nostra.

 

3) INDIA/MARO’ – Forse pochi si sono accorti dei grandi passi avanti degli ultimi mesi. I due marines italiani hanno prima ottenuto una licenza per Natale e poi un’altra ora per votare… lunga un mese. In India, passate le elezioni e trasferita la competenza ai tribunali federali di New Delhi, non c’è più tanta voglia di contrasti con un partner economico del quale la crescente ma ancora fragile economia indiana ha bisogno.

Aggiornamento: la decisione del governo italiano prima di rifiutare il ritorno dei Marò in India e poi di concederlo nuovamente in seguito ad alcune rassicurazioni sulla loro tutela e diritti pone un problema di credibilità del nostro paese che non ha saputo comunicare efficacemente la sua politica estera e non ha mantenuto una linea precisa e costante, qualunque essa sia. Dell’intera questione abbiamo parlato qui

 

4) SUPPORTO ALL’EXPORT– Il caso Finmeccanica mostra al contrario che nell’arena mondiale bisogna stare attenti ai passi falsi. Dopo l’annullamento del contratto per gli elicotteri Agusta/Westland, Francesi e Inglesi sono corsi in India con missioni economiche, per promuovere le proprie imprese. E noi? Se dev’essere il premier britannico Cameron a difendere Finmeccanica (perché gli stabilimenti Westland sono in Gran Bretagna), forse noi stiamo perdendo un’occasione, che dal canto loro i Francesi, già vincitori nella gara Rafale vs Eurofighter proprio in India, stanno cercando di volgere a loro vantaggio. In generale, l’economia e l’export devono essere supportate dall’opera diplomatica del governo. La preparazione e successiva esecuzione di missioni in India, Cina, Sud America e vari paesi africani in via di sviluppo sono essenziali visto che la nostra economia ha retto, a malapena, solo grazie all’export. Ovviamente evitando inutili missioni dei consigli regionali, tanto costose quanto controproducenti come immagine-paese.

 

5) NIGERIA E AFRICA SUB-SAHARIANA – L’Italia ha forti interessi energetici (soprattutto) ed economici nell’Africa Sub-sahariana, che in alcuni stati sta crescendo a forti ritmi. Il problema però è la sicurezza, come mostrano i rapimenti di stranieri, italiani inclusi, in Nigeria e altrove. Recentemente l’ormai ex-ministro Giulio Terzi si è confrontato con i lettori della sua pagina facebook su cosa l’Italia e l’Europa dotrebbero fare. Forse nel breve termine è un problema di sicurezza militare, ma nel medio-lungo riguarda l’eliminazione delle disuguaglianze sociali ed economiche tra aree islamiche e cristiane. Se ci interessa investire là e trarne i frutti come ritorno energetico (almeno), l’Italia deve coinvolgere ed essere promotrice di un’azione comune per lo sviluppo locale. Nei primi cento giorni di un futuro, stabile governo, anche solo portare il problema davanti all’Unione Europea sarebbe il primo passo.

 

6) EUROPA/FISCAL COMPACT– Ovviamente per un’opera seria, non solo per quello scopo ma anche per la ripresa interna, servono fondi e in Europa, di questi tempi, ce ne sono pochi. Se crediamo davvero che le politiche di sola austerità non siano una ricetta per la ripresa (vedi Grecia), non possiamo però dimenticare che la nostra capacità di gestione del nostro stesso budget dipende dagli accordi europei, e il fiscal compact taglia gran parte delle nostre opzioni. Dunque per l’Italia una priorità dei primissimi giorni sarebbe presentarsi ai partner europei e chiedere una rinegoziazione dell’accordo. Non siamo i soli paesi a volerlo e abbiamo l’autorità che a Grecia, Spagna, Portogallo e altri manca. Porci alla guida di un progetto solido e realistico che chieda, ad esempio, la diversa valutazione delle spese per lo sviluppo nei confronti del rapporto PIL/debito può non solo darci un ruolo di guida ma aiutarci a trovare una soluzione che la politica interna, è bene rendersene conto, non potrà fare.

 

7) EUROPA/POLITICA ESTERA ED ENERGETICA – Questo ci porta ovviamente al problema che l’Europa non ha ancora una politica estera (e nemmeno energetica) unitaria, e a dire il vero questo è proprio uno di quei temi che per i trattati europei i singoli stati possono continuare a gestire a piacere. Eppure se ogni stato, Italia inclusa, è un nano davanti a giganti in via di sviluppo, insieme l’Europa ha ancora un’influenza notevole: che succederebbe ad esempio se l’Europa decidesse di rinegoziare un solo prezzo per il gas che viene importato dall’estero? La Russia punterebbe i piedi, ma la minaccia di importare gas naturale liquido (LNG) via nave da Africa e America con un piano europeo cambierebbe il peso negoziale della questione. Ovviamente però bisogna essere tutti d’accordo ed è importante capire che i paesi maggiori come l’Italia hanno ciascuno solo circa il 10% dei seggi al Parlamento Europeo: inutile pensare di portare a casa risultati se non si costruisce prima una visione comune, della quale però potremmo essere i promotori.

 

8) RAPPORTI TRANSATLANTICI -E’ un fatto che gli USA guardino sempre più verso l’Oceano Pacifico e la Cina, e siano sempre meno interessati al Vecchio Continente. In tempi di budget ristretti e dell’emergere di tante sfide oltre il Mediterraneo, paradossalmente collaborazioni economiche e strumenti come la NATO possono risultare fondamentali per estendere l’influenza continentale. Eppure proprio il possibile allentamento dell’interesse USA potrebbe limitare ogni iniziativa europea che richieda uno sforzo prolungato di fondi e mezzi, soprattutto militari. Noi non possiamo costringere gli USA a rimanere in Europa, ma possiamo convincerli di come l’Europa rimanga un partner affidabile sul quale investire proprio per poter rivolgere l’attenzione altrove. La firma del TAFTA ad esempio sarebbe la prima mossa per rinsaldare le due sponde dell’Atlantico.

 

9) MISSIONI ESTERE – Qualcuno forse si chiede: ma ci sono ambiti internazionali nei quali l’Italia è rispettata? Sì, e tra tutti qui vogliamo ricordare le missioni internazionali. Non sminuiamoci: i soldati italiani sono universalmente considerati tra i migliori peacekeepers al mondo per la miscela di addestramento, professionalità e capacità di rapportarsi alle popolazioni locali in maniera umana ed empatica (cosa che altri eserciti sembrano non riuscire a fare). Siamo e siamo considerati una ricchezza, capaci di ottenere risultati dove altri faticano. Tuttavia la nostra buona reputazione  cozza con il tira-e-molla che molti esponenti politici italiani hanno spesso dimostrato in passato. Restiamo? Ce ne andiamo? Spesso tali dibattiti sono frutto di discussioni di politica interna in patria, senza molta considerazione per i rapporti con gli alleati o la stessa situazione sul campo. Il che aumenta anche il rischio per i nostri militari in missione: i gruppi terroristici prendono di mira soprattutto i soldati delle nazioni che vedono più tentennanti. Ma se come detto nei punti precedenti l’Italia aspira a cambiare i propri rapporti con l’Europa e gli alleati, deve anche proporre un’immagine di sé seria, coerente e responsabile (il che può anche voler dire critica, ma c’è modo e modo) e le missioni estere sono lo specchio più visibile del nostro paese. Il che ci guida all’ultimo punto…

 

10) LA POLITICA INTERNA STIA FUORI – Una brutta abitudine italiana è che spesso i temi di politica estera vengono affrontati dalle forze politiche come mezzo per ottenere vantaggi elettorali o colpire i nemici interni. Così le stesse elezioni europee vengono spesso considerate un modo per giudicare il governo in carica più che l’opportunità di eleggere persone di valore che portino le istanze italiane in Europa. Analogamente il supporto o meno a una missione estera viene considerata in termini di quanto consenso interno esso porti alle elezioni successive, piuttosto che analizzando il ruolo e l’interesse nazionale del nostro paese nella questione. L’Italia deve imparare non solo ad avere una linea di politica estera definita, ma anche e soprattutto deve assumersi la responsabilità di portarla avanti per l’interesse nazionale in Europa e nel mondo, e non solamente per segnare pochi inutili punti in piccole disfide di politica locale.

 

Lorenzo Nannetti

 

Ecco dunque i nostri dieci punti, che ci fanno dire che l’Italia non può ignorare il mondo e ha il dovere di guardare al di là del proprio naso. E voi cosa ne pensate? Quali sono i punti che inserireste? Su cosa puntare maggiormente? Diteci la vostra!

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Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

13 Commenti

  1. Con la figura appena fatta con l’India ci siamo scavati la fossa. Ma è verissimo che ci serve una politica estera degna di questo nome.

  2. Grazie Luca, il SEAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna http://eeas.europa.eu/delegations/switzerland/what_eu/what_we_do/index_it.htm ) è appena nato e ancora nella sua infanzia, potrà evolvere. Non sono così sicuro che il problema sia la Ashton come personalità, quanto il fatto che nessuna grande nazione europea è ancora disposta a cedere sovranità decisionale in politica estera. Oppure, effettivamente, ci vorrebbe qualcuno/a che abbia molta più personalità e si imponga – il che pone la domanda: la Ashton è debole e quindi non riesce a farsi sentire, o le nazioni europee hanno scelto la Ashton proprio perché non volevano nessuno di peso di mezzo?

  3. il punto 7 è quello fondamentale , bisognerebbe creare un vero servizio diplomatico europeo ( cominciando con licenziare la Ashton) e capire che in molti ambiti ( i rapporti transatlantici , la politica energetica con la Russia , gli sviluppi della primavera araba , etc)  il detto “l’unione fa la forza ” è innegabilmente vero se non si vuole rischiare la marginalizzazione. Ben sapendo che se  anche  militarmente gli USA si concentreranno sempre più sul Pacifico  la questione  Europa della Difesa  verrà prepotentemente a galla visto che  interventi come quello in Mali o Libia hanno dimostrato l’ inadeguatezza degli eserciti nazionali senza l’ ombrello dello zio Sam.

  4. Ciao Luigi, hai perfettamente ragione. Ti dirò di più, è un tema che è stato analizzato anche su Radio24 qualche mese fa, durante la trasmissione “Focus Economia”. Sicuramente si può iniziare a eliminare gli ambasciatori dei paesi UE: non hanno più senso ora che i paesi dell’Unione intrattengono rapporti a ben altri livelli… probabilmente anche con paesi come USA, con i quali le alte cariche intrattengono contatti diretti grazie ai mezzi moderni di comunicazione e ai viaggi aerei veloci, si potrebbe pensare a una riorganizzazione e riduzione. Da pensare e organizzare bene, ma sicuramente fattibile. Ottima osservazione.

  5. Ho aggiornato l’articolo, aggiungendo una nota al punto 3. Anche sui punti sollevati, credo sia interessante un confronto.

  6. In effetti, sono stato smentito subito sul punto 3… è anche possibile che la cosa sia stata concordata – per l’India è il modo migliore per chiudere senza compromettere il governo. Ma non avremo mai conferme in tal senso se non tra anni.

  7. Beh si… Lorenzo Nannetti sei stato premonitore in quel punto 1 “E anche se lo ignoriamo, prima o poi quel “di più” ci verrà a cercare…”

  8. Condivido tutto, ma lancio una provocazione: negli ultimi mesi si fa un gran parlare (a volte inopportunamente, altre con poca cognizione di causa, ma ciò non toglie che il tema c’è e ha una sua valenza, soprattutto simbolica, agli occhi della popolazione italiana afflitta da una crisi senza precedenti) di spending review.
    Perché il taglio dei costi non viene mai associato al corpo diplomatico? I diplomatici italiani fanno un servizio mediocre e, in cambio, ottengono stipendi e privilegi di altri tempi. Non è giunta l’ora di iniziare a sfatare il tabù della loro sacralità?

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